07/06/1975: nasce il leggendario Allen Iverson, il piccolo uomo con un grande cuore

38 anni fa è nata una leggenda, che risponde al nome di Allen Iverson. Nonostante non si sia ancora ufficialmente ritirato, purtroppo dobbiamo considerarlo a tutti gli effetti un ex giocatore, dato che non scende in campo da più di due anni. Ciò non togliere che il nome di “The Answer” rimarrà impresso per sempre negli annali della storia della NBA. Magari qualcuno si arrabbierà per quello che sto per scrivere, ma a mio avviso ancora deve nascere una superstar che giocando a basket riesca a far divertire, rimanere a bocca aperta ed emozionare milioni di persone.

Iverson si è fatto un nome nella NBA come un piccolo uomo con un grande cuore. La sua forza di volontà è una fonte di ispirazione per la gente: una guardia tiratrice di 180 centimetri in teoria non potrebbe mai giocare nella massima lega americana. Ma A.I. è un’eccezione: nonostante la sua piccola statura, durante la sua era non c’è stato nessuno che fosse un marcatore più letale di lui. Se in quegli anni Shaquille O’Neal dominava con la forza, Iverson lo faceva con un jumper immarcabile ed una marea di crossover ed acrobazie, che lo hanno reso un esempio sia per la sue capacità di “intrattenitore” del pubblico che per quelle di vincere le partite.

Nei suoi tanti anni trascorsi a Philadelphia, non ha mai avuto una vera e propria co-star, forse fatta eccezione giusto di Dikembe Mutombo, che però non era quel che si definisce un mostro dell’attacco. La grandezza di Iverson sta nel fatto di aver portato una squadra normale alle Finals NBA del 2001 esclusivamente grazie alle sue giocate: non a caso quell’anno gli venne assegnato il premio di MVP della regular season, anche se poi in finale contro i fortissimi Lakers di Kobe e Shaq ci fu poco da fare.

Nonostante la sua collezione di titoli di miglior marcatore della NBA, Iverson dopo gli anni d’oro si guadagnò l’etichetta di “cancro della squadra”, perché veniva definito dagli addetti ai lavori troppo egoista ed arrogante. Le critiche, sempre più feroci, hanno avviato la parabola discendente di “The Answer”, alimentata dall’incapacità di integrarsi bene con Carmelo Anthony, non riuscendo a rendere i Nuggets una squadra da titolo. Purtroppo le sue ultime due stagioni in NBA sono state tutt’altro che memorabili: a Memphis si è rifiutato di avere un ruolo di comparsa, mentre al ritorno a Philadelphia ha visto pochino il campo.

Nonostante le tante critiche mosse ad Allen Iverson, considerato da qualcuno addirittura sopravvalutato, non va dimenticato che parliamo sempre di uno dei giocatori più forti e spettacolari di sempre: lui è il tipo di giocatore che deve avere la palla in mano per far vincere la squadra. In questo non è differente dai vari Kobe e Melo. Il fallimento a Denver è da vedere in quest’ottica: Iverson non è un cattivo passatore (6.2 assist di media in carriera), ma i Nuggets non potevano di certo aspettarsi che sarebbe diventato all’improvviso più creatore di gioco e meno realizzatore. Denver ha giocato sporco con lui, perché gli ha chiesto una cosa che non poteva fare: cambiare radicalmente il suo stile di gioco. E quando non è riuscito a farlo, lo hanno utilizzato come capro espiatorio per giustificare il fatto che la squadra non fosse così competitiva come sperato. Nonostante le fallimentari esperienze al di fuori di Philadelphia, Allen Iverson non va ricordato come un giocatore qualunque, ma come una vera superstar che è sempre stata fedele a se stessa per tutta la sua carriera.