Accadeva il 17/09/1974: Nasce Rasheed Wallace, uno dei giocatori più controversi degli ultimi anni

Rasheed Abdul Wallace ha segnato, nel bene quanto nel male, un’epoca nel basket Americano, sia collegiale che NBA. Uno dei giocatori più completi e abili nei fondamentali degli ultimi venti anni si presenta, in questo 18 settembre, ad affrontare il secondo giorno del suo trentanovesimo anno di vita sulla superficie terrestre. Di questi, quasi il 66% sono passati con un mano un pallone a spicchi e scarpe ai piedi.

Nasce a Philadelphia da genitori musulmani (fede alla quale lui aderisce ciecamente) e nell’ambiente che in quegli anni ospitava le vicende di Rocky, cresce con la passione per i guantoni; negli anni del liceo Simon Grantz, si avvicina al basket e capisce che su quello baserà la sua vita. Decide, come Michael Jordan, di andare a vestire la casacca dei Tar Heels di North Carolina, al fianco di Jerry Stackhouse. Insieme i due portano North Carolina alle finali NCAA del 1995 e insieme entrano al Draft del medesimo anno. Jerry viene scelto con la terza chiamata assoluta dai Sixers, Rasheed subito dopo, con la quarta, dai Washington Bullets. Seppur con una stagione da 10 punti di media, la concorrenza di Chris Webber e di Juwan Howard si fa sentire e il sophomore viene ceduto ai Blazers. Lì il ragazzo cresce, migliora nel tiro, diventa una presenza sotto canestro. In un team che ha lui, Jermaine O’Neal quando era ancora al top della forma e Scottie Pippen, Portland vede la speranza di vincere il titolo. Nel 2000 sembra che ci sia, quel titolo. I Lakers vincono in casa, ma i Blazers rispondono ad ogni stoccata avversaria e portano la serie alla decisiva gara 7 allo Staples Center. Shaq e Kobe però non ci stanno e insieme (stranamente) collaborano per vincere: rimontano insieme e permettono il grande sorpasso a un minuto dalla fine, con alley hoop del numero otto al futuro MVP delle Finals, dopo aver bruciato uno svantaggio di 15 punti. Inizia qui il declino di Portland: tre stagioni di dissidi in spogliatoio, di faide con arbitri e falli tecnici (cosa per la quale Sheed è fin troppo noto). Il 9 febbraio del 2004 è ceduto agli Hawks e, circa una settimana dopo, approda ai Pistons di Joe Dumars. In quel team trova la sua dimensione di ala tiratrice, con Ben Wallace a coprirgli le spalle in area, Tayshaun Prince e Rip Hamilton a ricevere gli scarichi e Chauncey Billups in cabina di regia, tutti sotto la guida di Larry Brown.  I Pistons vanno a mille, battendo Bucks, Nets e i Pacers di Reggie Miller in finale di Conference. Alle Finals, tuttavia, sembra che il loro cammino si debba fermare, contro i Lakers di Kobe, Shaq, Malone & Payton. Invece, inaspettatamente, Sheed riesce a fermare anche O’Neal (2 stoppate di media nei PO per il numero 36 dei Pistons, la media più alta in carriera), Brown si prende la rivincita per i Sixers del 2001 e Detroit si assicura l’anello per 4 – 1. Quell’estate, Wallace rinnova con un quadriennale da 57 milioni di dollari e i Pistons tornano grandi per il secondo anno; almeno in parte. Arrivano alle Finali dell’Est e battono ancora Shaq, a Miami, in 7 gare. Arrivano in Finale contro gli Spurs: una delle Finali più belle degli ultimi anni e ad animarlo c’è il duello Rasheed vs Duncan. I due mostri sacri del gioco spalle a canestro non si risparmiano e fanno vedere di cosa sono capaci, specie in gara 5, dove Duncan sbaglia il tap in della vittoria Spurs (unico neo di una gara perfetta) e Sheed, autentico mastino difensivo sul numero 21 degli Suprs, nell’overtime, sembra chiudere i conti con una giocata in faccia al caraibico che fa balzare Eminem sulla sedia. Se non fosse che nelle successive due azioni è lo stesso Wallace ad uccidere i Pistons, lasciando libero Robert Horry prima per la schiacciata con fallo, poi per il leggendario tiro da tre che permette agli Spurs di vincere gara 5. Wallace, la gara dopo, grazie anche a un tap in buono quasi allo scadere porta la sua squadra a gara 7, che gli Spurs vincono. Da qui in poi, solo finali di Conference. Nel 2006 gli Heat si riscattano dell’anno precedente e, grazie a un fenomenale Wade, battono Detroit 4 -2, nel 2007 tocca a LeBron chiedere il conto, con la grande prestazione in gara 5, forse una delle migliori nella storia dei playoff. Per l’allora numero 23 dei Cavaliers, 48 punti (dei quali gli ultimi 30 coincidenti con gli ultimi 30 di Cleveland, compreso il lay up della vittoria), 9 rimbalzi e 7 assist. Quella serie viene ricordata anche per il flagrant di tipo 2 che Rasheed fece sull’eroe dell’Ohio in gara 6. Sheed espulso, i Pistons perdono la serie. Nel 2008 tocca ai Celtics imporsi per 4 -2 in finale. Alla fine di gara 6, Rasheed dichiara che ormai “è finita”. Sa bene che Joe Dumars vuole ricostruire e, in effetti, l’anno dopo la cessione di Billups a Denver porta un cambiamento radicale nella chimica di squadra, che cede al primo turno di playoff in un cappotto contro Cleveland. Le strade di Wallace e di Detroit si separano e lui, per provare a vincere ancora, firma un biennale con i Celtics. Il 2010 vede il titolo ad un passo, grazie anche al lavoro fatto dal numero 30 in Gara 5 di Finale al Garden. In Gara 7, causa infortunio di Perkins, viene schierato contro Bynum in qualità di centro titolare ma, forse svogliato anche in seguito all’annuncio del ritiro fatto dopo gara 6, non aiuta a vincere il suo team. Almeno, a 90 secondi dalla fine mette la tripla che sembra riaprire i giochi, ma ci pensa Ron Artest a togliere le castagne dal fuoco. Titolo ai Lakers, canto del cigno per Boston. Wallace molla e il suo contratto viene tagliato per far spazio a Shaquille O’Neal (i destini di Shaq e Sheed sembrano molto legati, a quanto pare). Due stagioni di pausa, il nostro ci riprova, firmando un annuale per i Knicks. Giocherà 21 partite, a 7 punti di media, ma un infortunio al piede sinistro gli dice ufficialmente basta. Non si può dire che siano 21 partite incolori. Su tutte: 2 dicembre 2012. Al Madison, il nostro compie fallo tecnico su Scola e Goran Dragic va in lunetta. Lo sloveno sbaglia e il giocatore di New York urla selvaggiamente: “Ball Don’t Lie”. Una scena da cinema, con appalusi del Garden e dei Knicks; ma gli arbitri guastano la festa, gli fischiano il secondo tecnico e lui torna in spogliatoio. Rasheed Wallace, quindi, sul campo si ritira da giocatore come l’ombra di sé stesso. Ora ha l’occasione di rifarsi: Joe Dumars lo ha chiamato come assistente allenatore, addetto ai fondamentali. Il suo sogno, visto che lo stesso Rasheed Wallace si è sempre visto nel ruolo di insegnare quelle cose che “molti altri hanno tralasciato e che ai giovani non interessano, ma che servono”. Troverà ancora Chauncey Billups, nelle veci di giocatore, maestro sul campo di giovani che includono anche Gigi Datome, forse uno dei primi allievi del protagonista del nostro scritto. Il palmarès recita un titolo NBA, 4 All Star Game l’All rookie Team del 1996, ma anche un giocatore sempre ai Playoff, escluso il primo anno ai Bullets e il 2013, nel quale nonostante i Knicks ci arrivarono lui non era in campo, dove ha saputo dare quasi sempre il suo grande contributo. Schiacciatore, giocatore d’area, ottimo tiratore da dentro l’arco e, quando voleva, perfino un cecchino da tre punti, capace di vincerti le partite da ovunque volesse e mettendo nei guai le difese avversarie. Buon difensore, stoppatore e soprattutto un uomo con un occhio particolarmente puntato sul rimbalzo. Rasheed ha davvero segnato un’epoca sul campo e potrà farlo anche da vice allenatore, mostrando il carisma e la foga che lo hanno caratterizzato fin dal 1995, quando arrivò nella Lega. La foga di chi non vuole mai mollare, di chi ha la guardia alta e non intende abbassarla; insomma, come un combattente alla Rasheed saprebbe fare.