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Accadeva il 17/10/2005: la NBA introduce il dress code. Ecco altri 4 divieti famosi

Esattamente 10 anni fa, l’allora commissario David Stern ufficializzava l’entrata in vigore di un dress code, obbligatorio per tutti i giocatori della NBA e della D-League a partire dalla stagione 2005-2006. Un codice nato soprattutto dall’abbigliamento introdotto nella lega da Allen Iverson: infatti, furono bandite le maglie Harwood Classics, i jeans, i cappelli, le t-shirt, i gioielli a dir poco ingombranti, le sneakers e le Timberland in versione stivali; praticamente tutti i capi legati alla cultura afro-americana ed hip hop. Di conseguenza, tutti i giocatori dovevano vestire in maniera elegante, o quanto meno presentabile per i canoni della NBA, in diverse occasioni: quando arrivavano o lasciavano l’arena, in panchina quando non erano disponibili per infortunio, quando erano impegnati in interviste, conferenze ed eventi di beneficenza legati alla NBA. Questo ovviamente non è stato né il primo né l’ultimo divieto imposto dalla lega, andiamo a vederne altri quattro.

– Nel 1985, precisamente il 15 settembre, la Nike rilasciò la prima serie delle Air Jordan, e tre giorni dopo Stern bandì ufficialmente dai campi le scarpe legate a Michael, in quanto non rispettavano il dress code sul parquet, siccome non corrispondevano alle canotte dei Bulls. L’allora commissario della NBA multò His Airness di 5mila dollari ogni volta che giocava con le Air Jordan I, ma la Nike ovviamente è stata felice di pagare per una questione di notorietà. Questo divieto è stato poi revocato.

– Nel 2010, la NBA ha bandito le scarpe targate APL per una questione di competizione sleale, in quanto è scientificamente provato che aumentano il salto verticale dei giocatori che le indossano, grazie alla sua particolare tecnologia “Load ‘N Launch”. In Europa, invece, è permesso giocare con tali sneakers: inutile dire che, grazie a questo divieto, l’APL ha ottenuto grandissima notorietà.

– Sempre nel 2010, allo Staples Center di Los Angeles sono stati vietati tutti gli oggetti in grado di produrre un rumore elevato, in particolare le cosiddette vuvuzela. Secondo gli addetti ai lavori, quegli strumenti creavano troppo disturbo e non permettevano ai giocatori di concentrarsi correttamente.

– Nel 2011 la lega ha imposto il veto sul cosiddetto “taunting”. Secondo questa regola, se un giocatore provoca o insulta platealmente un avversario, deve essere punito con un fallo tecnico. In pratica, posterizzare qualcuno e esultargli in faccia non fa più parte dello spirito del gioco, e così si va incontro ad una sanzione da parte degli arbitri.