Basket Europeo

Aggiungete due posti nel Pantheon, perché la Grecia ha due nuovi Dei

“Nel basket e nella vita bisogna prendersi dei rischi, altrimenti non potrai mai avere successo”. Parola di un giocatore che ha appena fatto vincere il Campionato greco all’Olympiacos con una tripla a 2” dalla fine per ribaltare il -2 accumulato fino a quel momento nell’inferno di OAKA; parola di un giocatore che qualcosa ha vinto, anche e soprattutto grazie alle sue doti di sublime realizzatore, di giocatore in grado di cambiare le sorti di ogni singola partita grazie a giocate che travalicano i limiti delle possibilità umane per entrare come in una sorta di mondo parallelo in cui solo gli Dei del basket hanno libera possibilità di esprimere il loro talento.

MVP: Most Vassilis Player. Potrei citare solo questo acronimo, senza scrivere altro, per far capire quanto è grande ormai la leggenda di Vassilis Spanoulis, non solo entro i confini ellenici bensì in tutto il Vecchio Continente. Potrei fermarmi a quella tripla, senza considerare chi era il diretto marcatore della stella del Pireo. Già, perché a difendere su Spanoulis c’era il suo alter-ego in maglia Panathinaikos, quel Dimitris Diamantidis che ha chiuso la carriera vedendo i rivali storici festeggiare la conquista del Campionato proprio a casa sua; sembra quasi uno scherzo del destino, se non altro per come Diamantidis era riuscito ad essere decisivo già in un altro episodio della Serie tra le due squadre di Atene, prima che Spanoulis ne vanificasse ogni sforzo con l’ennesima, ma non ultima, tripla fuori da ogni schema logico di comprensione cestistica.

Il concetto di “fenomeno” sarebbe troppo restrittivo per ricomprendere etimologicamente due giocatori come Kill-Bill e il Diamante, anche perché non basterebbe una lista di aggettivi per dare la corretta dimensione di due “istituzioni” che hanno segnato la recente storia della pallacanestro europea più di chiunque altro. Sicuramente in modi diversi, ma comunque con risultati che non trovano eguali negli ultimi 15/20 anni; Spanoulis come inarrestabile attaccante, riadattatosi al ruolo di playmaker in un’Olympiacos che aveva bisogno della sua genialità per un back-to-back storico in Eurolega; Diamantidis come all-around player, se mai ce ne sia stato uno in Europa, poiché in grado di fare tutto con un’arte che non rivedremo per anni su un parquet. Alla fine entrambi degni di un posto nella mitologia ellenica, quasi a scalzare dai loro troni i grandi principi e re che ispirarono l’Iliade, quasi a riscrivere pagine di un politeismo che in Grecia, da oggi, ha due nuovi esponenti. Un politeismo in cui l’adepto non ha la stretta necessità della scelta e non deve per forza rinnegare l’uno per apprezzare l’altro; un politeismo in cui l’adepto non deve assimilarsi nel culto dell’uno o dell’altro, tramite un battesimo funzionale che porti a esaltare le gesta del primo per negare quelle del secondo, o viceversa.

Il politeismo cestistico greco ci porta, inevitabilmente, ad amare visceralmente sia Diamantidis che Spanoulis, come due parti di un tutto che, in questi anni, ci ha fatto capire il concetto di “sportivo vincente” applicato a un parquet. Come due parti di un progetto più grande, disegnato da qualcuno per far capire a noi, comuni mortali, che il pick&roll Diamantidis-Batiste era poetico tanto quanto lo sono le triple da 8 metri, dal palleggio, con mano in faccia, di Spanoulis. Se è vero che, secondo alcuni studiosi, la culla della civiltà occidentale fu la Grecia, per me è altrettanto vero che la culla della pallacanestro contemporanea trova ubicazione ad Atene, in due zone della città che da secoli vivono un dualismo costante tra borghesia e working class – per quanto tale distinzione, oggi, abbia perso molto del suo significato originario – in cui a turno l’una prevale sull’altra in un vortice che non trova comunque una netta vincitrice. Atene è il luogo di culto per chi, come me, oggi piange il ritiro di uno dei più grandi giocatori di sempre, capace di far emozionare anche chi la pallacanestro non la comprende minimamente, perché certi sportivi sono un po’ anche artisti e l’arte è un qualcosa che ognuno di noi, nel suo io, comprende senza dubbio. Atene è il luogo di culto dove andare a rendere omaggio a due talenti che, anche nell’ultimo atto di una loro sfida che dura da 6 anni, sono riusciti a ravvivare una stagione non certo esaltante per le due squadre ateniesi.

Perché la grandezza dei due non sta semplicemente nei gesti tecnici che ci hanno regalato in questi anni, bensì in significati che trascendono l’idea stessa di “pallacanestro” per abbracciare realtà metafisiche in cui alla grande battaglie omeriche si sostituiscono i duelli a colpi di triple e pick&roll; in cui agli amori per Elena di Troia si sostituisce l’amore per una maglia diversa, una verde e l’altra rossa, quando non per due realtà diverse seppur appartenenti allo stesso agglomerato urbano. Questa è l’essenza di ciò che l’epopea Diamantidis-Spanoulis ci lascia in eredità nel giorno del ritiro di uno dei suoi due protagonisti: la certezza che lo sport vive di queste particolarità nel generale, di questi dualismi in cui, anche l’opinione pubblica, non sente la necessità di stabilire quale delle due parti sia la migliore. Perché quando un dualismo ti fa innamorare, è impossibile preferire razionalmente uno dei due attori protagonisti, i quali meritano entrambi di ascendere nel Pantheon degli Dei greci e di sedersi coi più grandi della pallacanestro. Inevitabilmente.

Photo credits: Luca Pasquali