Basket Europeo Nazionali Senza scadenza

Ahi serva Italia, di dolore ostello. Non donna di provincie, ma bordello!

Photo Credits: FIBA

Premessa al lettore: a quanti criticheranno il termine “provincie”, consiglio di andare a leggere la Divina Commedia e il testo della Costituzione italiana (Titolo V, “Le regioni, le provincie, i comuni”).

Ciò premesso, la scelta di riadattare due versi danteschi dopo la débâcle del Preolimpico di Torino mi sembra tanto necessaria quanto emblematica. Partendo dal concetto di “provincie”, giusto qualche secolo fa eravamo noi a fare il diritto, reinterpretando il mos maiorum – usi e costumi dei padri, nobili padri – ma lasciando che nelle provincie dell’Impero Romano permanesse uno ius proprium, una regolamentazione dei rapporti privatistico-personali degli abitanti della singola provincia romana. L’esistenza dello ius proprium testimoniava la grandezza di Roma, nella capacità di comprendere le esigenze locali, contemperandole con l’obiettivo politico della sottomissione tout court di quei territori che costituivano le partes imperii. A distanza di XVIII secoli, oggi possiamo dire che noi non riconosciamo manco le nostre specificità territoriali, tranne quando si parla di cucina o di sport. Se nel primo caso si esaltano le prelibatezze tipiche delle regioni italiane, magari barcamenandosi tra dispute davanti a un bianchino al bar su quale sia la Regione italica in cui meglio ci si riempie la pancia, nel secondo caso si finisce per farsi la guerra quando la Nazionale fallisce.

Prendiamo il caso cestistico: l’Italia perde con la Croazia e l’italiano medio, anziché riconoscere i meriti di una squadra che non ha rubato nulla – qui vorrei sapere come interpretano la pallacanestro quelli che parlano di fischi arbitrali sistemici pro-Petrovic e compagnia – si arrovella nella caccia al capro espiatorio di turno. Sapete, studiando la storia dell’antisemitismo ho capito che la ricerca del capro espiatorio è fondamentale in due casi: 1) quando l’ignoranza sulla tematica in oggetto è talmente elevata che non si possono trovare motivazioni e/o argomentazioni per sostenere le proprie tesi; 2) quando chi lo ricerca ha fatto parte di un qualcosa che, successivamente, la società nel suo insieme ha classificato come “negativo, sbagliato”. E allora, nel caso della palla a spicchi, la ricerca del capro espiatorio si sostanzia laddove il tifoso medio vive di localismi (ecco che ritorna lo ius proprium) provinciali e si ferma a difendere unicamente i giocatori che fanno parte del club del cuore. Tranne, però, quando si parla di Alessandro Gentile, un giocatore che, involontariamente o no, ha diviso il pubblico milanese quasi quanto i romani divisero l’Impero.

Volendo fermarmi un attimo sugli errori del capitano milanese nel finale del match contro la Croazia, credo che solamente un cieco non possa dire che Gentile ha giocato male, per carità. Ma da qui a dire che abbiamo perso per colpa sua, ce ne passa. A voler essere intellettualmente onesti, della spedizione azzurra si salvano un Melli completamente rinato sotto la gestione-Trinchieri e un Hackett tornato a mostrare tutto il bello del suo repertorio, mentre per il resto la parola chiave sembra essere “rivedibilità”. Quindi stare qui a fare il processo a Gentile è sintomatico di quel provincialismo che oggi ci rende un bordello alla mercé del primo cliente, che magari non è nemmeno quello con il portafoglio più pieno. La grandezza di un ragionamento sta nelle sue varie sfumature: quindi posso tranquillamente dire che la caccia alla strega vista in questi due giorni ha partorito unicamente ragionamenti idioti, pieni di qualunquismi, di vuota retorica localistica e di logiche clientelari in cui il singolo non può dire ciò che pensa, non si sa per quale motivo. Io non sono un giornalista, sono uno storico in fasce, perciò credo di poter liberamente dire ciò che penso, venendo criticato, trovando commenti che ribattano le mie instabili (sic!) tesi e non dovendo per forza di cose mettere d’accordo tutto il mondo del tifo azzurro. Ma posso dire ciò che voglio, a patto di non cadere in offese gratuite o in ragionamenti frutto di una visione distorta della realtà italiana.

Si è detto che questo corso azzurro rappresenta la Nazionale più talentuosa di sempre: ebbene, con la Nazionale più talentuosa di sempre non abbiamo vinto manco una medaglia di legno in una competizione. Che poi, io le Nazionali degli anni ’60, ’70, ’80, ’90 non le ho mai viste tanto quanto ho visto questo corso azzurro, quindi non posso manco fare paragoni basandomi unicamente sulla principale caratteristica del tifoso sportivo italiano, il “sentito dire” (o lo spezzone video su YouTube). Ecco, questa logica del “sentito dire”, insieme all’orgoglio localistico-particolare sono le prime piaghe da eliminare, nell’ottica di quel ripensamento a 360° della pallacanestro italiana di cui parlavo qualche giorno fa sulla pagina Facebook di MY-Basket. Questo non significa negare l’evidenza dei fatti, ossia l’ennesimo fallimento della Nazionale, stavolta in un’occasione più unica che rara, per la quale i vertici istituzionali si sono spesi in belle parole di facciata, impostando anche parte del duello all’ultima firma contro la ECA e a favore della FIBA. Questo non significa negare che faccia male non partecipare, per la terza edizione consecutiva, ai Giochi Olimpici estivi. Questo non significa che coach e giocatori avrebbero potuto fare meglio, magari molto, magari poco. Ma comunque meglio.

Tutto ciò significa che le critiche ci stanno, a patto che siano motivate e non scadano sempre e solo nella ricerca del capro espiatorio. Una logica da perdenti. Anche io non amo particolarmente un Belinelli che snatura il suo gioco – per far di necessità virtù – e forza gli ultimi possessi dei regolamentari, ringraziando Melli se sul tap-in ci mette la mano e allunga semplicemente l’agonia azzurra di 5 minuti. Però non credo che l’Italia non vada a Rio de Janeiro per colpa di Marco Belinelli, perché non seguo la logica della ricerca del capro espiatorio; da tifoso di Milano mi incazzo per gli errori di Gentile, prima di calmarmi e leggere così tante puttanate sulla valutazione dell’uomo – beninteso, dell’uomo non del giocatore di pallacanestro – che farebbero rabbrividire qualsiasi professore di sociologia e/o psicologia. In questo, prima di tutto, dobbiamo ripensare il movimento italiano, perché non eravamo fenomeni prima e non siamo brocchi ora, perché Messina non può essere accolto come un Dio sceso in terra e poi essere definito “bollito” solo perché ha perso una partita, per quanto fondamentale. Io avrei tenuto Pianigiani, perché preparare un torneo così breve in così poco tempo non è facile nemmeno per uno dei più grandi allenatori della storia della pallacanestro, ma la mia è solo un’opinione e l’opinione, si sa, è come l’ano: ognuno ha la sua e se la tiene ben stretta.

Sparare a zero su tutto e tutti non fa altro che aumentare la verosimiglianza del titolo di questo pezzo se applicata al mondo sportivo italiano. Sparare a zero su tutto e tutti dà semplicemente la misura di un’inciviltà sportiva che attanaglia il mondo italico. E, per quanto auspicabile, stavolta non ci sarà un Editto di Caracalla come quello del 212 d.C. che possa estendere la cultura a tutti i tifosi italiani come quello del III secolo d.C. estese la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero romano, eliminando di fatto la dicotomia ius civile – ius gentium. Non avremo un editto imperiale a renderci “tifosi con cognizione di causa”, perciò fermiamoci un attimo a riflettere, evitando di parlare sempre e solo di singoli, ma arrivando a ragionare a 360 gradi su un movimento che si appiattisce sempre più verso la bollente sabbia del qualunquismo. Una sabbia forse perfino più calda di quella delle arene in cui i gladiatori lottavano nel sogno di una libertà che li potesse rendere “cives” e non più schiavi.

Ecco, noi oggi siamo schiavi. Schiavi del nostro particolarismo localistico nel momento della sconfitta. Ma anche schiavi dell’esaltazione generale nella vittoria. La medietà aristotelica, ossia il medium tra i due estremi appena citati, non sarà una soluzione. Il non schierarsi per evitare la critica non sarà una soluzione. Ma, si noti bene, la ricerca del singolo capro espiatorio ha semplicemente rotto tre quarti di minchia. E, sempre beninteso, si può parlare di sport anche senza parlare di singoli, anche senza arroccarsi in difesa della bandiera del proprio feudo cestistico, a prescindere da quale sia quella bandiera. Il tutto, semplicemente, per un orgoglio patriottico che si perde nel momento della sconfitta e si accende solo in quello della vittoria.

Siamo italiani, ma solo quando si vince. Perché quando si perde siamo tifosi di Milano, di Cantù, delle bolognesi, di Siena, di Reggio Emilia, di Varese, di Capo d’Orlando e via dicendo. E questo è il più grande errore dell’essere italiani. Applicare lo ius proprium anche alla logica sportiva.

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  • Caro Marco, è sempre un piacere leggere quello che scrivi (incluso il tuo “L’arte del Floater” che seguo regolarmente), probabilmente perché spesso scrivi esattamente quello che penso. Tolto il cappello davanti alla Croazia (specie a quei 3 alieni di nome Bogdanovic, Saric e Simon), che ha imparato dagli errori del primo confronto disputando una gara davvero di sostanza (non che con la Grecia sia stata da meno), trovo che l’errore più marchiano sia stato l’esonero di Pianigiani, forse, anche in questo caso, per la classica regola del capro espiatorio. E’ chiaro che Messina sia un super-allenatore e che, come alternativa, meglio non si sarebbe potuto scegliere (almeno per l’immediato), ma forse si sarebbero dovuti fare una serie di ragionamenti con maggior lucidità. Ad esempio: “Per quanto sia stra-competente, quante possibilità ci sono che Messina riesca a costruire un gruppo in grado di produrre attacchi e difese di alto livello in un mese scarso di lavoro di gruppo?”. O ancora: “Quante chance ci sono che San Antonio conceda a Messina di continuare ad essere l’allenatore della nazionale dopo pre-olimpico ed eventuali Olimpiadi?”. La mia opinione è che la federazione abbia cercato di nascondere dietro al “Grande Nome” la totale assenza di idee e progetti su scala nazionale, sperando che San Ettore facesse il miracolo (la sortita odierna di Petrucci chiude il cerchio).
    Ad ogni modo, considerando che:

    – Bargnani e Gallinari non vedevano il campo da febbraio
    – Belinelli ha giocato meno di 25′ a partita in una, diciamocelo, squadretta
    – Gentile ha subìto più infortuni nell’ultima stagione che in tutto il resto della sua carriera

    e che l’asse play-pivot in Italia piange miseria da tempi biblici, trovo che si debba tributare un giusto omaggio a questi ragazzi, mettere la parola “fine” su quanto accaduto e pensare SERIAMENTE ed IMMEDIATAMENTE a costruire un progetto che, passando da Europei 2017 e Mondiali 2019, possa portarci alle Olimpiadi 2020. Ci sono giovani di grande prospettiva sia in Italia che, al momento, all’estero (penso a Della Valle, Flaccadori, Mussini, Fontecchio oltre ai già noti Pascolo, Polonara, Abass); mi auguro si inizi/si continui subito a lavorare con loro per garantire un po’ di futuro a questa nazionale.

    • Ciao Davide, ti ringrazio per i complimenti con la consapevolezza di scrivere, spesso, grandi puttanate.
      Fatta questa debita premessa, non posso che concordare con la tua analisi sulla scelta di Messina post-risoluzione con Pianigiani e con la consapevolezza che magari Pianigiani avrebbe guidato meglio una squadra che conosceva comunque da anni.
      Il futuro non è così roseo come sembra, per vari motivi. I talenti ci sono, ce ne sono anche tanti e da sabato l’Under-20 è tutta da seguire per vedere come si sono sviluppati certi giovani molto, davvero molto, interessanti. Ma dobbiamo ripensare proprio tutto, dal basso, perché altrimenti è un progetto di breve periodo. E il breve periodo, quando finisce, ripresenta il conto salato. Un conto salato che presenta, come voci di spesa, gli stessi problemi del passato. Se non peggiori.
      La cronica assenza di un asse play-pivot di livello caratterizza l’Italia da anni, ma non possiamo nascondere il fallimento di questo Preolimpico unicamente dietro a ciò.