Basket Europeo Eurolega

Dalla parte di chi? – Una piccola opinione su una situazione anche troppo complessa

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Due giorni fa mi sono trovato coinvolto in una di quelle che, amabilmente, sono solito chiamare “chiacchierate digitali”. In soldoni, ho risposto ad un appunto lanciato su un noto gruppo Facebook di basket sul problema dell’informazione nel mondo della pallacanestro italiana. Il dilemma posto era semplice e verteva sul fatto che, sulle grandi testate, c’è la tendenza a non prendere posizioni precise sui fatti di attualità, per i quali ci si limita sempre più spesso a riportare in maniera cronachistica la vicenda senza dare approfondimenti personali. Il problema dell’opinione e dei giudizi persiste nei secoli e persisterà sempre, ma è anche vero che l’Informazione che voglia rivendicare questo nome abbia bisogno di trovare divulgatori (i comuni giornalisti), che oltre a dare una sintesi degli eventi abbiano la capacità di plasmare le coscienze. Plasmare non vuol dire imporre un’opinione, ma semplicemente esprimere la propria nella maniera più chiara possibile affinché il lettore sia in grado, da ciò, di maturare la sua. Che non per forza deve concordare con quella del giornalista. Il problema nasce dunque da qui, dalla linea sottile che c’è tra informazione e propaganda, linea che sempre più spesso si tende a non voler superare restando nel limbo dorato (od ovattato) della dis-informazione. Pertanto, da questo lungo preambolo e vista la posizione di tutto rispetto che occupo all’interno del movimento cestistico italiano (per non dire mondiale, sempre che ne si colga l’ironia), ho deciso di dire la mia sul caso più tormentato degli ultimi mesi: la sfida a colpi di boxe tra Fiba ed Eurolega.

Era un lontano 2001, l’anno in cui all’interno della pallacanestro europea avvenne uno scisma che, per importanza storica nel settore, ricorda particolarmente quello della Chiesa ortodossa di Costantinopoli del 1054. Un 2001 che, guardato con gli occhi di un romantico italiano, sembra ancor più lontano di quanto in realtà non appaia: infatti il 10 maggio di quell’anno, sul parquet del PalaMalaguti di Casalecchio di Reno si gioca la prima storica finale di Eurolega, la competizione “privata” targata ULEB, che vede uscire vittoriosa la Kinder Bologna dei soliti noti Messina, Jaric, Ginobili, Rigadeau ecc… Da quel 10 maggio sono cambiate alcune cose, non di poco conto, e visto che siamo in Italia ed italiani restiamo più per abitudine che, forse, per vera appartenenza, è proprio da qui che voglio far partire il racconto. Era, allora, uno degli ultimi periodi d’oro, se non addirittura di platino, del basket tricolore e l’Eurolega, questa nuova e misteriosa competizione tutta da scoprire, stava iniziando a puntellare i primi tasselli sui quali costruire la macchina che ad oggi tutti conosciamo. Visto che, come detto in apertura, non si vogliono spendere poi troppe parole sul passato, perché quel che davvero conta è fornire un’opinione sul presente, non mi voglio soffermare troppo sulla storia del massimo campionato europeo di pallacanestro, ma basta citare qualche dato affinché questa storia si spieghi da sola.

Il potenziale economico della pallacanestro in Europa, iniziò ad essere intravisto già nei primi anni ’90, grazie a quel “santone” della diplomazia qual era Bora Stankovic (lo stesso che rese possibile lo sbarco dei professionisti americani alle Olimpiadi), il quale per primo iniziò a mutare i requisiti d’accesso per la Coppa dei Campioni, allora marchiata solamente FIBA. L’accesso non era più ponderato sui risultati ottenuti durante la stagione nel campionato nazionale di appartenenza, ma anche dal blasone e dal prestigio dei vari club. Si iniziò così a parlare di squadre alle quali “spettasse di diritto” l’accesso alla Coppa, a prescindere dal fatto che in campionato avessero o meno ottenuto un risultato qualificante. La strada tracciata da Stankovic fu solo l’inizio di quella che poi, dieci anni più tardi, intraprese Jordi Bertomeu, con la sostanziale differenza che se il primo rappresentava l’istituzione federale, il secondo un’iniziativa privata. Come detto, anche il basket si affaccia al mondo economico e pertanto dal mondo economico ne trae le regole che gestiscono il mercato: un mercato che per anni ha sofferto l’incombente presenza di un organo che lo gestisse in maniera quasi totalitaria, ma che dal 2001 (sebbene l’ULEB nasca, con le stesse intenzioni, già dal 1991) ha scoperto la liberalizzazione delle iniziative private e di come esse siano molto più fruttuose di quelle “statali”, se il termine mi può essere concesso. Infatti, nelle intenzioni della ULEB non c’era solo quella di creare una lega d’élite, ma anche di far sì che i profitti di questa lega fossero distribuiti in maniera più soddisfacente di come non stesse già facendo la FIBA. È indubbio di come la FIBA, rappresentando un organo centrale, non si possa sbilanciare più di tanto e debba dunque mantenere una posizione neutrale nella redistribuzione dei profitti. Questi vincoli invece, in un’azienda privata, non sussistono, pertanto i grandi club europei hanno intravisto fin da subito nell’Eurolega la possibilità di incrementare i propri guadagni.

Statistiche alla mano, è tempo di fare bilanci, per capire come sia diventata inattaccabile l’Eurolega da qualsiasi altra iniziativa federale e di come la FIBA, muovendosi contro un colosso già affermato, non faccia altro che riconoscerne il suo (della ULEB) potere, oltreché dimostrare tutta la propria fragilità. Per quanto una persona possa essere più o meno incline a credere nel successo del libero mercato e delle iniziative private, e fidatevi che io sono uno “statalista” piuttosto convinto, è indubbio che il lavoro fatto in questi quindici anni da Bertomeu sia stato alquanto notevole. Così notevole da stravolgere in sé la percezione e la natura della pallacanestro europea. Innanzitutto parliamo di introiti, in senso numerico: nel 2014 l’Eurolega ha chiuso il bilancio facendo registrare un profitto di 375 milioni di euro, derivati in buona parte dai diritti televisivi, un 61% di ricavi garantiti che fa della più prestigiosa competizione continentale di pallacanestro la seconda manifestazione sportiva in Europa, dietro solo, inutile dirlo, alla Champions League di calcio. Un profitto che si spiega in termini che vanno oltre la vena sportiva del gioco: infatti la grande forza dell’Eurolega non parte tanto dal talento dei giocatori che scendono in campo, quanto dalla forza delle strutture societarie dei club che la compongono e che al suo interno operano come si opererebbe in una qualsiasi società. Infatti le squadre non sono delle semplici finalità della competizione, ma dei soci che all’interno dell’azienda percepiscono una percentuale dei profitti variabile in base al prestigio che hanno. Percentuale che si quantifica, sempre stando ai dati del 2014, in un massimo di 46 milioni incassati dai soci più facinorosi ad un minimo di 3 per i meno, con una media che si aggira intorno ai 14 milioni per club. Cifre che la FIBA non aveva il potere di garantire e che, per quanto possa imporsi ad oggi, non ha ancora. Dunque, la domanda sorge spontanea: come si può pensare di convincere delle società che hanno nell’Eurolega la loro più alta fonte di guadagno, a smontare baracche e burattini e vincolarsi alla FIBA, che ben che vada garantirebbe una torta di 30 milioni al massimo da spartire? Le mosse di Patrick Baumann, Segretario Generale della FIBA dal 2003, appaiono come le mosse di chi voglia guadagnare in un mercato già avviato, come uno dei tanti ritardatari che intravede i profitti laddove altri già da tempo li stanno facendo e che vuole salire sul “carrozzone” non come semplice comprimario, ma come leader indiscusso, noncurante del fatto che le regole e le gerarchie siano già state scritte da tempo. Risulta quindi scorretto il meccanismo avviato dalla FIBA, la quale esercita il proprio potere sulle federazioni nazionali affinché riesca ad ottenere ora quello che l’ULEB ha costruito in quindici anni. I problemi alla base della scelta della FIBA di istituire la sua Champions League ad oggi sono lampanti ed è altresì lampante di come proseguire con il pugno di ferro non faccia altro che acuire i dissapori. Se non avessero voluto arrivare a questo punto di rottura, probabilmente avrebbero dovuto pensarci prima, o non dando la possibilità alla ULEB di formarsi a suo tempo (scelta drastica, forse troppo) oppure curandosi di creare negli anni un sistema che potesse competere con quello dell’Eurolega fin da subito. Perché è inevitabile che siano i soldi a trascinare le masse, sopratutto in un momento in cui ce ne sono sempre meno. Non vanno pertanto cercate motivazioni filosofiche nelle scelte di Reggio Emilia, Sassari e Trento di vincolarsi alla ULEB, poiché i club vanno semplicemente dove il mercato possa garantire più frutti.

L’Eurolega è ormai una forza inossidabile che, malgrado dica questo a malincuore, ha aiutato la pallacanestro europea più di quanto non abbiano fatto gli organi ufficiali. Come detto, non contano solo i requisiti sportivi per i club che ne fanno parte, ma anche le strutture societarie. E quindi, con la prospettiva di incrementare gli incassi (non va tralasciato di come la vendita dei biglietti sia un altro fattore determinante nel bilancio complessivo), gli stessi club hanno dovuto adeguarsi: con palazzetti sempre più moderni, con fan-base sempre più numerose e con tutti quei piccoli passaggi che trasformano un club qualunque in un club d’élite. In questo senso, il rischio che vada a formarsi una Super Lega in stile NBA è alto, ma non per forza è del tutto sbagliato. È sbagliato per noi italiani, perché nel mare dell’arretratezza strutturale stiamo ormai sprofondando da parecchi anni e confidiamo troppo nel merito sportivo (che poi neanche abbiamo), invece che concentrarsi nel miglioramento delle nostre società. Pertanto mi sento in dovere di fare un plauso al coraggio delle tre dissidenti sopracitate, nella speranza però che la scelta non sia dettata solamente da un ritorno economico immediato, ma dall’ambizione di creare qualcosa che vada oltre la mediocre normalità alla quale ci stiamo purtroppo abituando. In questo momento però tutte le migliori intenzioni vengono spazzate via dai giochi di forza e di potere attuati dalle istituzioni, le quali rischiano di perdere seriamente di vista il vero obiettivo che tutti dovrebbero avere in comune: il progresso.