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Essere “maestri” e non docenti – Quello che mi ha insegnato Sergio Scariolo

scariolo

Nella mia adolescenza sono sempre stato uno studente che non accettava un metodo dispotico di insegnamento. A distanza di anni e di qualche corso universitario (laurea compresa, giusto per non farci mancare nulla) ritengo di non aver cambiato questo mio modo di vedere l’insegnamento, ma ammetto di aver imparato di più a rispettare i ruoli. Il docente, in quanto tale, ha sicuramente un approccio con lo studente che non può (e non deve) essere simile a quello che si può avere tra amici; l’importanza dei ruoli, a mio modo di vedere, è fondamentale se non altro per far apprendere quel rispetto della gerarchia fondamentale in una vita che si esplica all’interno di una comunità sociale. E se il termine “gerarchia” vi dovesse far venire in mente esperienze come i totalitarismi nazi-fascisti della prima metà del Novecento – per quanto insigni storici siano convinti che il fascismo non possa rientrare nella categoria dei totalitarismi, ma qui rimando ai lavori del De Felice o della stessa Arendt – allora vi consiglio di rivedere i vostri confini intellettuali per espandere una cultura che non deve fermarsi al significato storico-etimologico di certe parole. Le gerarchie, in ogni aspetto della vita, sono fondamentali: a maggior ragione, esse lo sono nel mondo della pallacanestro.

A breve compirò 26 anni e credo di aver compreso il significato intrinseco di queste gerarchie, laddove un docente deve insegnare e lo studente deve, seppur con consapevolezza, limitarsi ad apprendere. La consapevolezza sta nel fatto che essere curiosi non è mai un male, mentre credere di potersi porre allo stesso livello di un docente è un delitto sociale; l’esperienza è fondamentale nel campo del sapere, sia esso storico, linguistico o cestistico, così come sono imprescindibili anni di ricerca e di applicazione sul campo. In questo, però, il docente deve saper stimolare l’interesse dello studente, laddove gran parte dei 30 e lode che vedo in università sono “regalati”, mi si passi il termine banale, a studenti che ripetono a memoria un concetto espresso da altri senza estrapolarne alcunché di personale, senza manco mettere in pratica una riflessione su quello che l’autore del concetto intendeva realmente far trasparire tramite l’utilizzo di un certo termine e non di un altro. Qui, sostanzialmente, sta la differenza tra un docente e un maestro: il maestro motiva l’allievo, il docente impartisce la lezione allo studente, magari sperando che esso possa porre in essere un lavoro coscienzioso di ricerca interiore sui temi che più lo hanno colpito del corso universitario o della materia insegnati.

Nel 2013, pertanto, ritengo di aver assistito alle poche lezioni tenute da quello che, a distanza di 3 anni, è il mio unico maestro. Nonostante le 22 primavere sul groppone, mi ero appena approcciato al mondo della pallacanestro con la consapevolezza di voler raccontare ad altri i miei pensieri su un sport tanto bello quanto bistrattato, perlomeno in Italia. Eppure, quello che a detta di tutti era un allenatore borioso e machiavellico, ebbe l’umanità e l’umiltà di fermarsi a parlare con me dopo le sconfitte di una Milano che non riusciva a sbocciare non solo per colpa sua. Scariolo si fermò più volte ad ascoltare i dubbi, le perplessità, le curiosità di un ragazzo che il basket non lo capiva allora e fatica a comprenderlo ancora oggi: Avellino, Atene, Bologna, Assago, sono solamente alcune delle occasioni in cui “il maestro” trovò due minuti per ascoltarmi, magari considerandomi uno tra tanti in un mondo sempre più al ribasso tout-court. O magari, mi piace pensare, vedendo in me un qualcosa di diverso, una voglia di apprendere il verbo da un uomo che a 29 anni marchiava a fuoco il proprio nome sulla storia della pallacanestro italiana, vincendo uno Scudetto con Pesaro prima di diventare un’icona della pallacanestro spagnola e di quella europea. Scariolo si fermò più volte, all’interno di cancelli che troppo spesso mi hanno ferito nel vedere giocatori e allenatori far finta di non vedere ragazzi che volevano un confronto sano e costruttivo o bambini che chiedevano il sogno di una foto con il proprio idolo; Scariolo si fermò e mi diede l’impressione di credere più nella pallacanestro che nelle parole, come a dire che anche un pirla come me qualcosa lo avrebbe potuto imparare.

A distanza di 3, lunghissimi e fottutissimi, anni comprendo quanto quelle esperienze furono fondamentali nel mio percorso di crescita come amante della pallacanestro, come aspirante giornalista e come uomo. Scariolo mi segnò profondamente, laddove potevo confrontare un quarto potere – informatevi sulla figura di Orson Welles nel caso in cui non capiste il riferimento – sempre pronto a sbranare la realtà milanese in crisi d’identità, con un allenatore che dopo una vittoria ad OAKA si fermò a parlare con me facendo ritardare il pullman per scattare anche qualche foto. A distanza di 3 anni sono riuscito a capire che è Milano ad essere pescecane e non il singolo allenatore ad essere bollito, ma soprattutto ho fatto mie esperienze che, nel bene o nel male, hanno segnato la mia vita e la segneranno ancora per lungo tempo. Scariolo è stato una maestro in un mondo di docenti, inoculandomi inconsapevolmente il bacillo della passione per le statistiche, per la storia, per la comprensione del gioco: pick&pop, taglio flash, arresto a due tempi, 1-3-1 matchup sono diventati concetti molto più comprensibili dopo un lavoro di ricerca nato proprio nei confronti con un allenatore che definire rivoluzionario sarebbe troppo poco. La differenza tra maestro e docente sta nella consapevolezza che chi, nella scala gerarchica, è sopra di te, in questa particolare situazione, riesce a trasmetterti: una consapevolezza nei tuoi mezzi, una consapevolezza nella tua passione e nella tua voglia di crescere. Perché se è vero che lo sport è una malattia, è pur vero che esistono varie concause pronte a contagiarti ancora di più o quanto meno ad espandere tale malattia dal cuore alla mente, in una razionalità che deve necessariamente sbocciare all’alba dei 26 anni.

Sergio Scariolo, per me, rappresentò una di queste concause. Grazie, Maestro.