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Climax del playmaker – Un cavallo di Troia chiamato Milos

Photo Credits: Euroleague.net

17.3 punti. 8.2 assist. Sono queste, finora, le medie di Milos Teodosic in EuroLeague o, meglio, in 9 partite della massima competizione europea per club. Quattro le doppie-doppie, frutto di doppie cifre alle voci “punti realizzati” e “assist smazzati”. Sarebbe impossibile, però, ridurre tutto a freddi numeri, laddove la poesia messa sul parquet dal serbo merita giustizia.

Si prenda l’ultima, clamorosa, prestazione. In casa contro il Baskonia, Teodosic ha realizzato 34 punti (6/10 da due, 5/6 da tre) e 10 assist, a fronte di 0 – leggasi zero – palle perse. Numeri normali? Assolutamente no. Dopo la scorsa stagione, dopo i Giochi Olimpici estivi di Rio de Janeiro, insomma dopo la definitiva rinascita, anche mentale, tutta l’EuroLeague vuole, inevitabilmente, limitare il playmaker del CSKA. Eppure, almeno stando a queste prime nove uscite stagionali, sembra trattarsi di una “mission impossible”, degna della regia del duo De Palma-Abrams. Non tanto perché le difese dei top-team europei non siano in grado di arginare lo strapotere tecnico di Teodosic; quanto, piuttosto, perché lo stesso riesce sempre ad innalzare di un gradino l’esplicarsi del suo talento, in una scala ascendente che, ormai, va dalla voce “zero” alla voce “Teodosic”.

Ci si fermi un attimo, però, a ragionare sulla contemporaneità del ruolo di playmaker, per lo meno in ambito europeo e senza voler scomodare lo “strano” mondo NBA. Quante squadre vantano playmaker fatti e finiti? Difficile rispondere a tale quesito, se non altro perché la combo-guard tanto cara a certi allenatori – si pensi all’epopea senese, o al Jerrells versione milanese – sembra aver perso terreno a favore di giocatori che, magari anche adattandosi, fanno del playmaking un’arte e non più una parte. Su tutti, Sergio Llull. Giocatore che, dall’uscita del Chacho Rodriguez, ha preso le redini di un Real Madrid mediaticamente – almeno a livello nostrano – poco considerato, ma potenzialmente devastante. Forse, rientra in questo gruppo anche quel giovane fenomeno che risponde al nome di Luka Doncic, sebbene “el doncicismo” non possa essere rinchiuso entro le mura ideali di un ruolo. Sicuramente, vi rientra Shane Larkin, talento ex-NBA approdato nei Paesi Baschi per permettere al Baskonia di replicare la scorsa, splendida, stagione.

Ciò che differenzia Teodosic da tutti i giocatori finora elencati è la poesia. Milos è un “cavallo di Troia” in una pallacanestro che punta sempre più a vivere di atletismo e individualità, anziché di tecnica, poesia e circolazione di palla. Certo, quella sorta di blocco che ne pregiudicava le prestazioni nei match importanti, potrebbe averci privati di qualche anno della miglior versione del talento del CSKA, ma vedendo questo inizio di stagione si potrebbe accantonare ogni possibile riserva a tal proposito. Milos Teodosic è un giocatore semplicemente clamoroso, di un’intensità fuori dal comune e di una comprensione della pallacanestro che non conosce limiti. Illuminante per letture del gioco, devastante per intensità nel dettare tempi e modi dell’azione, attraente per capacità di catalizzare i riflettori su di sé.

Negli ultimi giorni, peraltro, sembra impazzare una corrente di pensiero che vuole Milos Teodosic come il miglior giocatore europeo in attività. Mi chiedo, però, come si possa paragonare un playmaker serbo che gioca al CSKA con un lungo spagnolo che gioca a Memphis, per esempio. Vorrei capirlo, se non altro perché così troveremmo criteri chiave per definire perfino se sia meglio Jordan o LeBron, se Petrovic fosse più forte di Schmidt. Follia. Solo così si può definire quell’arte tutta particolare per cui si vive di paragoni, di dualismi, di confronti tanto ricercati quanto insensati. Sicuramente Teodosic è un giocatore performante e decisivo, ma probabilmente non è l’unico. E qui si torna a dover citare Sergio Llull, senza però voler uscire dal solco tracciato dall’aratro teodosiciano.

Il playmaker serbo è alla definitiva consacrazione, anche e soprattutto in termini di rendimento individuale per il bene della squadra. Forzature ridotte al minimo, capacità di mettere in ritmo e di elevare esponenzialmente il rendimento di ogni compagno (si pensi a quante, delle 16 triple di Vorontsevich, sono state assistite da Teodosic), perfetta comprensione della situazione contemporanea dei moscoviti. Con l’infortunio di De Colo, infatti, Milos è chiamato non più a fare il dispensatore di gioco, bensì ad essere rifinitore di una coralità che, nonostante l’assenza del francese, rimane di primissimo livello (il CSKA è primo per assist, con 20.8 di media a match). Una necessità che sembra riuscire ad interpretare benissimo, specie se consideriamo l’ultima prestazione contro i baschi di coach Sito Alonso.

Eppure Milos rimane il climax dell’arte del playmaking. Un giocatore che prima immagina lo svilupparsi dell’azione e poi ne mette in pratica l’esecuzione materiale. Un talento che arriva a fare cose che altri non riuscirebbero nemmeno ad immaginare. In tutto ciò, però, gran merito va dato anche a giocatori che ne sanno esaltare le doti di passatore e di lettore del gioco: si pensi, ad esempio, ai vari Hines, Vorontsevich, Fridzon. Giocatori di contesto, che vengono esaltati da Teodosici ma che, al contempo, riescono a permettere al playmaker serbo di esprimersi al massimo delle sue potenzialità. Perché Milos in questo CSKA sembra aver trovato la sua dimensione naturale, nella quale poter dominare in lungo e in largo una competizione che gli è sfuggita fin troppe volte all’atto conclusivo.

Una cosa, comunque, è certa. Milos Teodosic è un visionario. Un avanguardista. Nulla più, nulla meno.