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Gioventù All-around – Perché Luka Doncic è un qualcosa di mai visto

Il ciclo storico dell’umanità, a ogni cambio di secolo, vede una trasformazione nelle teorie filosofiche che dominano la scena. Senza voler andare troppo a ritroso nel tempo, si prenda come esempio il passaggio tra XIX e XX secolo, ossia tra Ottocento e Novecento. Al positivismo più ferreo e intransigente, si sostituirono teorie e filosofie irrazionalistiche, in cui nazionalismo e, successivamente, fascismo avrebbero trovato un fertile terreno di coltura per proliferare e cambiare la società. Non starò a tediarvi con un’analisi approfondita di concezioni filosofiche ed evoluzione storica delle stesse, anche perché non è questo il mio obiettivo. Per lo meno, non oggi Perché oggi vorrei parlare di un fenomeno che risponde al nome di Luka Doncic.

Prendendo, però, spunto da questo breve excursus filosofico, potremmo quasi dire che, con 15 anni di ritardo, anche la pallacanestro sta conoscendo una trasformazione ideologico-filosofica, il cui autore principale risiede in un solo giocatore: Luka Doncic. Qualche giorno fa, sulla nostra pagina Facebook, un utente mi faceva notare che il mio amore cestistico per questo talento (nato il 28 febbraio 1999) era eccessivo e ingiustificato, anche perché un certo Ricky Rubio era riuscito a fare meglio sotto molti aspetti. Ad esempio, a 17 anni Rubio si giocava una Finale olimpica contro Team USA, diventando peraltro il più giovane medagliato nella storia del basket olimpico: concluse quella partita con 6 punti, 6 rimbalzi e 3 assist, giocando più di ogni altro compagno spagnolo nonostante la giovanissima età. Certo, quella di Ricky “maravilla” fu una rivoluzione a tutti gli effetti, anche perché in molti lo definirono come il “nuovo Pistol Pete”, azzardandone un pronostico di carriera che, ad oggi, non sembra però essere stato rispettato granché in NBA. Rubio non è assolutamente una delle point-guard più scarse del lotto professionista a stelle a strisce, poiché non basta dire che è battezzabile da tre punti per darne la definizione di “scarso”: anzi, a livello statistico perfino la scorsa stagione il play dei Timberwolves si confermò come uno dei migliori interpreti del ruolo. Questo, però, non è il mio terreno, perché la NBA la seguo molto poco e troppo a intermittenza, ma soprattutto perché il Rubio europeo lo ammirai solamente nell’ultima stagione in Catalogna.

Su Doncic, invece, posso dire molto di più perché ormai lo seguo da tre anni con più costanza e interesse di quanto non abbia seguito altri talenti sparsi in giro per il Vecchio Continente. Restando perciò nell’ambito della pallacanestro europea, Doncic è un qualcosa di mai visto: ciò non significa che sia più forte di giocatori che già da giovanissimi hanno scritto pagine di storia di questo sport – penso, su tutti, a Toni Kukoc e a Drazen Petrovic, stando sempre e unicamente in Europa – o che sia destinato ad avere una carriera sfolgorante e scintillante. Doncic è un qualcosa di mai visto perché, potenzialmente, rivoluzionerà tre ruoli nella pallacanestro europea: playmaker, guardia tiratrice e ala piccola. Attualmente è arrivato a 204 centimetri di altezza e coach Laso ha deciso di sfruttarlo da playmaker per fare di necessità virtù. Infatti, il Real Madrid è infarcito di guardie e deve necessariamente dare spazio a quello che è il giocatore più decisivo d’Europa, da due anni a questa parte, ossia Sergio Llull; però, il talento dello sloveno più corteggiato dagli scout e dai report NBA non poteva rimanere ai margini di un progetto così ambizioso, tanto che l’allenatore dei Blancos ha deciso di sfruttarne le doti tecniche per provare a inserirlo nella posizione di playmaker.

Un playmaker alto 204 centimetri, con un range di tiro da guardia pura e una capacità di andare a rimbalzo e di difendere su avversari sui quali un playmaker non si sognerebbe mai di poter difendere. La virtù principale di Doncic è proprio la versatilità, ovverosia la sua capacità di saper fare benissimo tante cose, sia per se stesso, sia per il bene della squadra. E a 17 anni questa, di per sé, è già una rivoluzione incredibile, in una pallacanestro che tende sempre più a preferire la specializzazione del singolo, quasi gettando per strada il calderone contenente gli insegnamenti tecnici di base per accogliere a tavola il pane del puro atletismo. Questo è stato notato anche dal mondo a stelle e strisce, tanto che fino a 15 giorni fa nbadraft.net indicava Doncic come potenziale nona scelta assoluta al Draft NBA 2018 (nel quale dovrebbe venire selezionato anche un altro madridista, Felipe Dos Anjos, centro di 220 cm nato il 30 aprile 1998 a Sao Paulo). A prescindere dal valore che può avere questa spuria previsione, è innegabile come l’attenzione di molti, nell’EuroLeague che andrà a cominciare tra 8 giorni, sia incentrata principalmente sul rendimento di Doncic alla prima vera annata con il Real Madrid, dopo aver dominato in lungo e in largo giovanili e serie minori spagnole.

Parlavamo di rivoluzione, ma in cosa potrebbe consistere la stessa? Per dirla con un neologismo cestistico, nella combo-forward. Ovvero, in quel ruolo che si sviluppa nello spot di playmaker (“el base“, per usare termini spagnoli) ma da parte di un giocatore che potrebbe benissimo giocare da guardia e/o ala piccola, per le doti difensive e offensive possedute. Insomma, una sorta di inversione rispetto al concetto di point-forward tanto caro a giocatori come Toni Kukoc, Scottie Pippen, LeBron James e, perché no, Ben Simmons. Inversione non tanto per doti tecniche, quanto per potenzialità di passare da un ruolo altro senza però cambiare realmente posizione in campo. In questo aspetto, Doncic ricorda molto Diamantidis, un giocatore che rivoluzionò il ruolo di playmaker per una combinazione eccelsa tra capacità di interpretare il ruolo e taglia fisica. Doti di passaggio clamorose, potenzialità atletiche ancora inespresse e tanta, ma tanta, leadership: il tutto a soli 17 anni, è sempre bene ricordarlo, e trovando spazio in una squadra che, davanti a lui per gerarchie, potrebbe vantare giocatori quali Sergio Llull, Rudy Fernandez, Jaycee Carroll, Dontaye Draper.

In tutto ciò, gli aspetti su cui migliorare sono molti, ma ciò che stupisce sono i margini di miglioramento a disposizione di questo giovane prospetto (che poi, è corretto definirlo ancora “prospetto”?). La meccanica di tiro è efficacie, specialmente in arresto-e-tiro, ma può essere migliorata, per posizionamento dell’appoggio plantare e spinta; le doti offensive devono trovare nuova potenzialità nelle situazioni di isolamento, sebbene Doncic non sembri essere a disagio nemmeno in questa fase di gioco. Difensivamente può – e deve – migliorare nell’1vs1 contro avversari più veloci ed esplosivi, portando a un livello più alto l’agilità laterale e la capacità di tenere più scivolamenti consecutivamente. Statisticamente, comunque, è già un all-around player (e questo va tenuto in considerazione nel caso vogliate fare un Fantabasket dedicato alla EuroLeague) e questo è innegabile. Si consideri poi che, con il nuovo format della massima competizione europea per club, il Real Madrid potrebbe arrivare a disputare 87 partite in questa stagione, perciò Doncic troverà sicuramente spazio nelle rotazioni come cambio di Llull o come playmaker titolare in quelle partite in cui la profondità e la qualità dei Blancos potrebbe permettere a coach Laso di far riposare i principali alfieri castigliani.

Diventa chiaro, allora, che il doncicismo è destinato ad imporsi come filosofia cestistica nel giro di poche stagioni. Proprio come l’irrazionalismo sostituì il positivismo negli anni a cavaliere tra XIX e XX secolo. Sperando, però, che questo cambiamento possa portare tutti gli appassionati di pallacanestro a non fare continui paragoni con il passato. Doncic non è il nuovo Gallinari. Non è il nuovo Diamantidis. Non è il nuovo Kukoc. Doncic è un’entità a se stante, un nuovo interprete della pallacanestro: un interprete destinato a cambiare le regole del gioco, per versatilità e potenzialità ancora inespresse.