Basket Europeo Nazionali Rio 2016

Impiccheranno (il talento di) Milos con una corda d’oro, ma è un privilegio raro

Photo Credits: FIBA.com
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Vincere una Semifinale olimpica con 26 punti di scarto è sempre un’impresa, a prescindere da quale sia il tuo valore e da quale dovrebbe essere il valore dell’avversaria. Vincere una Semifinale olimpica concedendo solamente 14 punti nel primo tempo, però, è molto più di un’impresa, se non altro perché quei miseri 14 punti li segna la Nazionale che, a detta di tutti, stava esprimendo la miglior pallacanestro di questo torneo maschile.

Diciassette, Trentotto, Venticinque. Non voglio darvi tre numeri buoni da giocarvi al Lotto, bensì vorrei che vi fermaste a riflettere su questi tre numeri: essi rappresentano, rispettivamente la percentuale dal campo con cui Dellavedova, Mills e Bogut chiudono la Semifinale contro la Serbia del sergente Djordjevic, uno che da Obradovic ha imparato il meglio per poi metterlo a disposizione di una nazione. Fischi, incitazioni, rimproveri. Insomma, il più classico del “bastone&carota” applicato a un parquet, poiché Djordjevic si coccola i suoi giocatori senza mai toglierli da un precario filo in perenne tensione, teso da un capo, rappresentato dal Mondiale 2014, all’altro, ovvero questa Finale olimpica contro Team USA. La difesa asfissiante dei serbi andrebbe fatta vedere – e rivedere – a chiunque si approcci per la prima volta alla pallacanestro, se non altro per far capire che da una buona difesa parte sicuramente una buona transizione offensiva. E allora è chiaro che un mago della palla al cesto, qual è Milos Teodosic, si trovi a suo agio anche nel ruolo di realizzatore e non solo in quello di assist-man, specialmente se poi coach Djordjevic decide pure di farlo giostrare da 2 affiancandogli un Markovic sublime (5/5 dal campo, 14 punti e 5 assist contro l’Australia). Un Teodosic che chiude una Semifinale olimpica con 22 punti, frutto di un 7/10 da due e un 2/4 da tre oltre a 2/3 ai liberi, e 5 assist, risultando il migliore dei suoi per punti realizzati, assist smazzati e valutazione personale.

Un Teodosic che si presenta al re-match della Finale del Mondiale 2014 (allora dominata da Team USA) con medie interessanti ma con prestazioni in chiaroscuro: 12.6 punti, 1.9 rimbalzi, 5.7 assist di media ma con il 37.5% da due e il 36.8% da tre di media, oltre a 2.4 perse. Contro Team USA, nel Girone eliminatorio, mise insieme 18 punti (0/2 da due, 4/7 da tre, 6/6 ai liberi) e 6 assist, facendo registrare però un plus/minus di -11 (peggiore per la Serbia) in una partita in cui gli statunitensi avevano vinto di sole tre lunghezze. Rimane il faro di una squadra che, senza la sua genialità, non può davvero nulla contro questa selezione a stelle e strisce, eppure rimane ancora qualcuno che ne parla come se fosse uno degli ultimi playmaker in circolazione. Certo, detto che le medie non sono esaltanti come quelle di altri giocatori, è incontestabile però che questo Teodosic abbia raggiunto una maturazione spaventosa sotto la guida tecnica di Djordjevic, riuscendo a limitare le forzature e trovando leadership anche nei momenti chiave di ogni match. Un’ottima prestazione in una Finale olimpica cancellerebbe i dubbi anche degli ultimi (pochi, si spera) detrattori, ma Teodosic deve necessariamente guardare oltre, anche a costo di giocare una partita in cui non gli entra nemmeno un tiro. La combinazione per scardinare la cassaforte statunitense sta nel non concedere nulla alle menti di questa squadra, ovvero Irving e Thompson: vi chiederete come mai citi anche la guardia dei Warriors, ma la risposta è alquanto banale se andiamo a rivedere come lo splash-brother riesca a servire ogni tipo di lob per l’esplosività di DeAndre Jordan o a mettersi in proprio dagli angoli per battezzare qualsiasi accenno di zona o qualsiasi ritardo difensivo. Il salto di qualità, perciò, deve essere anzitutto difensivo, per il buon Milos.

C’è poi, ovviamente, anche l’aspetto offensivo, da curare nei minimi dettagli perché se uno come Pau Gasol soffre così tremendamente la difesa di Jordan, il buon Raduljica non avrà sicuramente vita facile sotto le plance. La semifinale con la Spagna, tuttavia, insegna qualcosa: innanzitutto è possibile sfruttare qualche soluzione dal perimetro, poiché Team USA cercherà sicuramente di limitare il duo Jokic-Raduljica ma anche ieri abbiamo visto come gli esterni lascino anche conclusioni libere da oltre l’arco; inoltre, bisogna sfidare al tiro pesante giocatori come Anthony e George (contro la Spagna 1/8 da tre in coppia), non sempre infallibili per poi attaccarli anche in 1vs1, mentre su Irving e Durant la marcatura deve essere costante e asfissiante. Si ripresenterà, indubbiamente, il problema dei rimbalzi, anche se ieri Rudy Fernandez ha dimostrato che Team USA non è perfetto nemmeno in questo aspetto e che si può lavorare bene sulle carambole, perfino quelle offensive; certo, Raduljica non è Gasol, e questo rappresenta una bella incognita. Ma, offensivamente, tutto deve passare dalle mani di Teodosic: se il play del CSKA dovesse riuscire a mettere in ritmo i compagni, a leggere i tagli, a smazzare i soliti assist da capogiro e, al contempo, tenere botta anche in fase difensiva, allora questa Serbia potrebbe giocarsela molto più di quanto fece al Mondiale spagnolo.

In quella Finale, Teodosic chiuse con 10 punti e 7 assist, ma con nessun rimbalzo e nessuna rubata, mentre il 20% da tre punti condannò la Serbia a un passivo finale di 37 lunghezze (129-92). Domani, per giocarsi al meglio la rivincita, Teodosic dovrà replicare il match contro l’Australia, magari lasciando ad altri compagni (vedi Kalinic o Bogdanovic) più responsabilità per concentrarsi sul mettere in ritmo tutti i compagni. E, nel caso si arrivasse punto a punto, dovrà prendersi lui le responsabilità, per dimostrare che la tripla contro la Spagna non fu un caso e che il salto di qualità è maturato al punto giusto sotto la gestione di un allenatore che lo ha fatto completamente rinascere a livello di consapevolezza e tenuta mentale. Il tutto, a costo di sbagliare e di essere “impiccato” dalla critica, come già successe ai tempi dell’Olympiacos e nella finale di EuroLeague persa con il CSKA nel 2012; un privilegio raro, per un poeta della palla a spicchi come Milos.