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Io rinascerò e mi trasformerò in qualcuno che non può più fallire

Riccardo Cocciante doveva aver previsto l’evoluzione di Ioannis Bourousis quando scrisse “Cervo a primavera”, prima traccia del suo ottavo album, quello che segnò l’inizio della collaborazione artistica. Cocciante deve aver previsto tale evoluzione perché certe parole si adattano perfettamente all’incredibile stagione vissuta finora del centro greco: F4 di Euroleague conquistate da protagonista con i baschi del Vitoria-Gasteiz, MVP di Stagione Regolare in Liga e, all’orizzonte, dei Playoff che potrebbero regalare altre soddisfazioni.

Non avrei mai pensato di vederlo rinascere dopo l’esperienza al Real Madrid, se non altro perché la carta d’identità cominciava a recitare 32 anni e perché ricordavo quanto avesse patito il mismatch (non miss match, cerchiamo di impararlo tutti, perché la gnocca è bella ma la pallacanestro di più) fisico-atletico con Dunston in uno dei due anni milanesi alle direttive di coach Scariolo. Eppure, dopo aver rischiato di investirmi in piazza San Babila in un caldo pomeriggio di qualche anno fa – era colpa mia, poiché attraversai come un pirla senza guardare chi arrivasse alla mia destra – Bourousis è riuscito a far ricredere anche il suo più incrollabile detrattore, disputando un’annata da miglior centro d’Europa per numeri e mentalità. Parte del merito, inevitabilmente, va attribuita a coach Perasovic, un allenatore rivoluzionario, capace di trasformare il greco in un’arma tattica devastante facendolo sempre partire dalla panchina e permettendo di mascherarne le lacune difensive con raddoppi creati ad hoc proprio per evitare quanto successe anni fa in una partita di Coppa Italia tra Milano e Varese.

Bourousis diventa il sesto giocatore dei baschi ad assicurarsi il riconoscimento di MVP della Stagione Regolare, dopo Kenny Green, Andrés Nocioni, Luis Scola (2 volte), Tiago Splitter e Fernando San Emeterio, grazie a numeri e prestazioni straordinarie. Il greco è secondo per valutazione media (18.9), quindicesimo per punti realizzati a partita (12.9), quarto miglior rimbalzista (7.1 di media, di cui 5.5 difensivi) ma anche ottavo per percentuale dalla linea della carità (88.1%). Il tutto, diventando anche un giocatore decisivo come lo era ai tempi dell’Olympiacos, senza più giocare a nascondino nei momenti clou dei match e non scomparendo nelle partite cosiddette “di cartello”; le doppie-doppie nel duplice confronto stagionale con il Barça e le ottime prestazioni fornite in quello contro il Real Madrid ne sono la più chiara testimonianza.

In cuor mio, dopo quelle lacrime post Gara-7 contro Siena dei Quarti di Finale 2013, sapevo di aver perso uno dei giocatori più tecnici e belli da vedere mai passati da Milano, eppure anche i grandi amori finiscono e così mi feci una ragione di un addio inevitabile, pensando che forse il talento e il carattere non fossero più quelli dei tempi d’oro, che forse il vero Bou fosse rimasto con il cuore al Pireo. Anche qui, manco a dirlo, mi sono dovuto ricredere, poiché il vederlo così agonisticamente “cattivo” e mentalmente indissolubile con la maglia dei baschi ha scacciato ogni possibile dubbio in merito alle potenzialità di rendimento. Rinato, completamente rinato, come Cocciante cantava 36 anni fa. Rinato nei confini nazionali della squadra in cui gioca, sebbene l’indipendenza basca tenda a non rispettare ideologicamente tali confini, nel solco di una tradizione localistica che in Spagna è tanto antica quanto importante; rinato in Europa, dove ha sfiorato il miracolo in una Semifinale che passerà alla storia anche per quella scenata di Obradovic non sanzionata, seguita proprio da uno sguardo di Bourousis che, ripreso dalle telecamere, sembrava voler dire “è qui che cambia la partita o è qui che chiudiamo la partita”.

Rinato in tutto, dal pick&pop poetico, ai movimenti sotto canestro, passando per la capacità di essere un playmaker aggiunto. Rinato mentalmente e fisicamente, rinato perfino nella fase difensiva, dove non concede più molto agli avversari e tende a leggere meglio i raddoppi difensivi. Rinato, o forse mai morto. Perché la poesia che ti regala un centro così, non te la regala nessun’altro. Lunga vita a Giovannino, che un pezzo di cuore me lo portò via in quei suoi due anni con la maglia di Milano.