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La guerra di Dimitris – Libero elogio all’ultimo anno del Diamante e a De Andrè

Parlare di Fabrizio De Andrè quando si scrive un articolo su Diamantidis è possibile? Secondo me sì, nel solco di una rubrica che ho cominciato ieri (parlando di Kruno Simon, qui il link) e che vorrei sviluppare ai massimi livelli per fornire un punto di vista differente, magari non giusto e nemmeno preciso, ma sicuramente diverso. Due poeti, due artisti, due geni di arti diverse ma, forse con qualche forzatura, complementari: uno genovese, l’altro greco; uno maestro, l’altro pure; uno poeta dei testi, l’altro poeta dei parquet. Prendendo spunto dal testo de “La guerra di Piero” e utilizzando qualche estrapolazione di tale poesia, cercherò di analizzare brevemente (e opinabilmente) quella che è l’ultima stagione del “Diamante”.

[…] dei morti in battaglia ti porti la voce , chi diede la vita ebbe in cambio una croce […] – L’ultimo anno di carriera è sempre il più duro per uno sportivo, costretto a guardare la propria stella eclissarsi con la consapevolezza che, in uno sport fisico-atletico come la pallacanestro, l’età non è un fattore trascurabile. De Andrè parla ovviamente di quegli uomini che partivano in direzione del fronte per combattere una guerra di cui non avevano né percezione, né consapevolezza; una guerra che cambiò gli equilibri geopolitici mondiali e rivelò il dramma di un antisemitismo insensato, frutto di un’evoluzione che nella persecuzione degli ebrei ha visto nascere teorie e dibattiti da Sant’Agostino in poi. Ma chi consacra la propria vita per lo sport, ottiene sempre un giusto riconoscimento quando smette di svolgere l’attività sportiva? Probabilmente no. Diamantidis porta con sé la voce degli avversari sconfitti in varie battaglie sportive, i quali hanno sempre riconosciuto il valore di uno dei più grandi interpreti della pallacanestro europea. Le leggende, però, non sono rispettate come meriterebbero, a causa di folli paragoni con le nuove generazioni che fanno rabbrividire tutti, autori della follia compresi. Agli appassionati rimarrà molto di Diamantidis, nonostante un ritiro che scioglie i vincoli dell’apprezzamento personale per abbracciare l’esaltazione di uno dei più grandi giocatori che il XXI secolo ci abbia offerto; a chi si approccia solo ora alla pallacanestro, invece, rimane la croce, rappresentata da titoli e numeri rintracciabili su wikipedia. Elementi che, da soli, non daranno mai la misura della grandezza di un unicum nella storia del basket europeo.

[…] e mentre marciavi con l’anima in spalle, vedesti un uomo in fondo alla valle che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore […] – L’uomo in fondo alla valle è coach Obradovic, con la divisa del Fener ma con lo stesso identico (triste) umore di affrontare, probabilmente per l’ultima volta, quello che è stato il suo più grande pupillo/pretoriano. L’asse coach in panchina – coach in campo esistente tra Obradovic e Diamantidis ha rappresentato una delle pagine più belle della pallacanestro europea degli ultimi 20 anni e ci ha regalato qualcosa come 3 Euroleague, 7 Campionati e 6 Coppe di Grecia in un dominio dei Greens di Atene che ha scritto la storia. Il match disputato ad OAKA ieri sera è stato contrassegnato da una malinconia di fondo dovuta alla consapevolezza che questo è l’ultimo anno in cui il Diamante dispenserà assistenze come quella che ha permesso al Pana di mettere in ghiaccio la vittoria e di rilanciare le proprie ambizioni di qualificazione alla fase successiva di EL. In senso figurato, Diamantidis ha ribaltato l’esito della poesia di De Andrè, poiché in essa Piero esita a sparare e viene colpito a morte dal soldato con la divisa di un altro colore, mentre il play greco ha chiuso il match prima che Obradovic potesse anche solamente disegnare uno schema per un possesso finale. I 7 assist finali, inoltre, valgono la seconda miglior prestazione di Diamantidis in questa stagione europea (dopo gli 8 smazzati contro il Pinar in Regular Season).

[…] Ninetta mia crepare di maggio, ci vuole tanto troppo coraggio. Ninetta bella dritto all’inferno, avrei preferito andarci in inverno […] – L’inferno è quello rappresentato dal dover chiudere una carriera leggendaria dopo una stagione per certi versi travagliata ma comunque degna; ad andarci a maggio in quell’inferno, magari dopo l’ennesima (stavolta incredibile) F4 di Euroleague, ci vuole coraggio, perché in caso di vittoria di qualche trofeo la voglia di continuare potrebbe spingere a un cambiamento di direzione, mentre una débâcle lascerebbe l’indelebile ricordo di un ritiro dall’attività dopo una stagione avara di successi. Ci vuole coraggio, dicevo, perché sarebbe stato più facile dire che il fisico non regge più e che la pallacanestro ormai è sempre più fisicamente selettiva, ma Diamantidis ha dato l’ennesima dimostrazione di cosa voglia dire avere passione e amore per uno sport: continuare a giocare, accettare le scelte di un coach che vuole vincere e che ha gerarchie di squadra ben chiare nella propria mente e accettare anche la presenza di un Nick Calathes come proprio erede.

È presto per scrivere una biografia di Diamantidis, perché le pagine sportive che il greco deve ancora scrivere sono molte; eppure non è troppo tardi per dedicare due parole a uno dei più vincenti giocatori che la pallacanestro europea abbia mai annoverato nei propri annali.