L’annus horribilis del basket turco tra delusioni e un bagliore di speranza

Il 2013 doveva essere l’anno del basket turco. Gli investimenti estivi del Fenerbahce avevano portato la critica a pronosticare per i giallo neri un cammino spianato verso la Final Four, inoltre alle porte c’era il sempre temibile e ancor più rinforzato Efes, forte dell’acquisto di un intero back court NBA formato dagli ex Lakers Farmar e Vujacic che andavano ad aggiungersi ad un’ossatura già solida e competitiva. Inoltre  il Besiktas veniva dalla splendida vittoria in Eurocup e affrontava l’Eurolega con l’ambizione di non sfigurare e dare del filo da torcere anche alle grandi del Continente.

Dopo più di sei mesi possiamo tirare le somme e dire tranquillamente che la campagna europea delle squadre turche è stato qualcosa in più di un mezzo fallimento. Il Fenerbahce è approdato alle Top 16, ma ha attraversato una difficoltà dopo l’altra, tra la generale mancanza di chimica in una squadra che è sembrata più che altro una raccolta di un album di figurine e le dimissioni di Simone Pianigiani, arrivato per dominare anche nella metropoli di Istanbul dopo i successi in provincia a Siena, ma che non è mai riuscito a tirare le fila di un gruppo slegato e mal amalgamato nonostante la presenza di tanti fedelissimi del tecnico della nostra Nazionale. Anche il Besiktas è riuscito a superare lo scoglio del primo turno, in gran parte grazie ad un girone non impossibile, ma ha dovuto arrendersi al corposo ridimensionamento operato dalla dirigenza in termini di budget e così ha finito per regalare due punti quasi a chiunque in una Top 16 decisamente di basso livello, salvata parzialmente soltanto dalle vittorie con Siena e nel derby turco proprio col suddetto Fenerbahce. L’unico a salvarsi è stato l’Efes, approdato fino a gara 5 dei Playoff nella quale ha dovuto arrendersi all’Olympiacos e al clima infuocato del Pireo, vero fattore di differenza nella partita, ma c’è da ammettere che nonostante l’esborso economico sia stato galattico e fosse lecito attendersi l’Anadolu all’ultimo atto i presupposti sul campo erano i peggiori, viste le grandi difficoltà iniziali di una squadra che non sembrava tale ma che è riuscita a migliorare col passare dei mesi e a trasformarsi da gruppo di giocatori a squadra vera e propria.

A queste delusioni va aggiunta quella del Galatasaray, capolista in patria e giunto fino alle Last 16 di Eurocup dove si è fermato in virtù di 3 vittorie e 3 sconfitte, tra le quali va annoverata una pesantissima di 21 punti sul parquet di Ulm in Germania. Anche in questo caso il copione è simile ai casi precedenti: tanti soldi spesi, tanti campioni (da Carlos Arroyo, a David Hawkins, a Boniface Ndong, a Milan Macvan fino ad arrivare a Markoishvili che doveva essere la ciliegina sulla torta), ma pochissima sostanza in campo europeo, dove conta la consistenza e la tecnica nell’attuare un sistema di gioco pressoché inesistente.

Una nota positiva in una stagione tanto nefasta e deludente comunque si può trovare: il Pinar Karsiyaka è riuscito infatti a raggiungere la finale di Eurochallenge, la terza competizione continentale, nella quale affronterà i russi del Krasnye Krylia. Karsiyaka è una delle realtà migliori del basket turco, ed è andata in controtendenza rispetto al modello imperante ai confini dell’Europa, riuscendo a puntare su giocatori emergenti come l’ex brindisino Bobby Dixon (trascinatore in semifinale con 18 punti), il mortifero tiratore da Ohio State Jon Diebler e il fratello d’arte Abdul Aminu in posizione di centro, ai quali si uniscono all’esperienza di Melvin Sanders, lungo di grande militanza europea e ad una serie di giovani turchi interessanti come Can Mutaf, Soner Senturk e Caner Topaloglu, per ora solo giocatori di rotazione in una squadra che, a differenza delle connazionali impegnate in Eurolega ed Eurocup, è riuscita a fare di un sistema ben codificato la propria forza piuttosto che puntare sull’estro e sul talento dei singoli individui.

Insomma, è innegabile che allo stato attuale delle cose il basket turco soffra di diversi problemi, primo tra tutti la mancanza di programmazione e di lucidità nelle scelte dei giocatori giusti all’interno del contesto giusto, ma di certo le condizioni economiche del Paese, uno dei pochi a non soffrire in modo particolare della dilagante crisi presente nel resto d’Europa, permettono ai loro club di essere competitivi e appetibili sul mercato, non a caso qui sono venuti a giocare due grandissime superstar NBA come Deron Williams (al quale il Besiktas ha ritirato la maglia dopo appena 15 partite) e Allen Iverson. Il passo successivo sarebbe quello di indirizzare tutto questo capitale nel verso giusto, puntando su giovani d’eccellenza come Preldzic e Karaman e su tecnici che sappiano implementare un sistema di squadra senza affidarsi alle figurine, che davano i loro frutti soltanto scambiandole quando si era bambini e si fantasticava.