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Mirza Delibasic – Io sono leggenda, ma anche rimpianto

Mirza Delibasic

Probabilmente la Finale di Coppa Campioni tra Bosna e Varese dell’aprile 1979 non è ricordata a dovere. Probabilmente le nuove leve cestistiche degli anni Duemila non sanno manco chi fosse Mirza Delibasic, e questo è un male. Un enorme male. Mi piace forzare la mano con considerazioni complesse da interpretare, perciò posso legittimamente dire che Mirza Delibasic sarebbe stato l’uomo che avrebbe portato a Caserta una Coppa europea tanto sognata e agognata dai tifosi campani, se il destino non si fosse messo di mezzo come un muro e lo avesse obbligato ad abbandonare i parquet a soli 29 anni. Mi piace sedermi a un tavolo e ascoltare chi, nel 1979, era poco più che uno sbarbato in cerca di un proprio posto in un mondo ancora completamente permeato dal clima della guerra fredda, tanto che solamente un anno dopo gli Stati Uniti d’America risponderanno all’invasione sovietica dell’Afghanistan boicottando le Olimpiadi di Mosca – l’URSS, a sua volta, replicherà quattro anni più tardi boicottando i Giochi Olimpici di Los Angeles – e mettendo in atto un embargo tanto caro nell’ottica di una “risoluzione” di certi eventi geopolitici. Un mondo che ancora rifiutava – e forse lo fa tuttora – di fare i conti con le atrocità di una guerra conclusasi 34 anni prima per iniziarne altre, magari non a suon di bombe e lager quanto con l’ausilio di una diplomazia e di azioni di forza; un mondo che, un mese dopo rispetto a quella Finale di Coppa Campioni, avrebbe visto la prima donna  occupare la carica di Primo Ministro inglese.

Di quel mondo faceva parte anche un’Italia che, nel 1979, assistette alle uccisioni di Giorgio Ambrosoli, Cesare Terranova e Boris Giuliano, alla liberazione di Fabrizio De André dopo il sequestro da parte dell’Anonima, alla messa in onda delle trasmissioni sulla Terza Rete Rai (il canale culturale, direbbe qualcuno), al record del mondo sui 200 metri piani (19” 72) stabilito dal compianto Pietro Mennea a Città del Messico. Un’Italia che, dal lato cestistico, viveva ancora l’epopea della grande Varese, all’ultima delle dieci finali consecutive di Coppa Campioni, spinta da quei fenomeni che rispondevano ai nomi di Bob Morse (Il Manzoni del Basket, qui l’approfondimento), Charlie Yelverton e Dino Meneghin, con Dodo Rusconi nel ruolo di giocatore-allenatore a completare un quadro nostalgico d’altri tempi. La Finale del 1979, però, non sarebbe stata dolce per i colori biancorossi, poiché a trionfare fu la squadra allenata da quel santone di Tanjevic e nelle cui fila militava proprio Mirza Delibasic, che contro Varese mise a referto qualcosa come 30 punti (all’epoca il tiro da tre punti non esisteva, sarebbe stato introdotto solamente 5 anni dopo nel basket FIBA). Prima affermazione continentale per una squadra jugoslava, grazie soprattutto ai 45 punti realizzati da Zarko Varajic che, ancora oggi, costituiscono la miglior performance individuale in fase di realizzazione per una Finale di Coppa Campioni/Euroleague. Eppure, quell’ex-sbarbato che seduto al tavolo mi raccontava di questo match vissuto a Grenoble, mi disse che ad impressionarlo fu non tanto Varajic, quanto un Delibasic che sembrava scrivere poesie su legno usando un pallone al posto di una stilografica: leader naturale, leggiadro, stilisticamente fin troppo bello da ammirare, efficace come pochi altri al mondo e con quella classe pura che solo chi viene dall’Est possiede. Un grandissimo giornalista dirà che Delibasic realizzava canestri come se farlo fosse la cosa più semplice della vita, in una meccanicità che aveva qualcosa di spaventoso per quante volte la retina stentava a muoversi dopo un suo tiro; del resto con la maglia della Nazionale jugoslava giocò 176 partite perdendone solamente 29 per arrivare a conquistare qualcosa come 8 medaglie, tra le quali l’oro olimpico del 1980, quello mondiale del 1978 e quelli europei del 1975 e del 1977.

Vi è chi l’ha considerato come l’inventore del bounce-pass, ovverosia il passaggio schiacciato a terra: tecnica che, però, Delibasic attuava con un range di passaggio di 10-15 metri, mentre altri fenomeni di quegli anni non riuscivano manco a pensare nella loro mente un passaggio simile. Vi è poi chi, come i tifosi del Cibona Zagabria, riuscì a regalargli una sorta di standing-ovation dopo un’azione strabiliante con cui chiuse una partita di Coppa Campioni contro il Real; peccato solo che Delibasic giocasse proprio con la camiseta dei Blancos (in coppia con un certo Drazen Dalipagic). Infine, vi è chi ha il costante, perenne e devastante rimpianto di non averlo mai visto indossare la maglia di Caserta per comporre quella che, sicuramente, sarebbe stata la coppia degli anni ’80 a livello italiano, formata da lui e da Oscar Schmidt e agli ordini tecnico-tattici di Tanjevic, manco a dirlo. L’estate del 1983 romperà questi sogni tutti bianconeri, poiché dopo aver firmato per i campani il fenomeno slavo dovette smettere con la pallacanestro a causa di un’emorragia celebrale dalla quale salvò la pelle miracolosamente. La sua filosofia di vita – il più classico dei “si vive una volta sola” – lo condusse a sforzare troppo un fisico mezzo abbandonato in quel di Sarajevo, città dalla quale non lo portarono via nemmeno la guerra e l’alcoolismo. Il canto del cigno fu l’invito come ospite speciale del match inaugurale della nuova Euroleague, nell’ottobre del 2000, tra il suo Real Madrid e l’Olympiacos, prima che un anno dopo la Signora Morte decidesse di portarci via uno dei più grandi talenti che i tifosi d’Europa abbiano mai potuto ammirare.

Mirza Delibasic è leggenda, ma anche rimpianto. Perché se è vero che il palmarès personale è di tutto rispetto, è altrettanto vero che rimarrà per sempre il rimpianto di quanti, nei primi anni Ottanta del XX secolo, non poterono ammirare quella che sarebbe stata una delle coppie più forti mai viste in Serie A e in Europa. Per essere leggenda, però, non basta una grande carriera, poiché serve anche – secondo il mio modo di vedere lo sport – una sorta di alone mistico che possa permeare la figura dello sportivo in questione. In una ricerca di materiali online, ho trovato ben poco in merito alla figura di Delibasic, perciò ritengo che vi siano due possibilità, diametralmente opposte: la prima è che si stia perdendo la memoria storica anche nell’ambito sportivo, senza coltivare un passato tanto glorioso quanto ricco di spunti da cui trarre ispirazione per progettare un qualcosa nel presente (a livello di informazione sulla pallacanestro, beninteso); la seconda, invece, è che Delibasic sia stato uno di quei giocatori scelti da un destino più grande di tutti noi per entrare in una sorta di paradiso che non si sviluppa spazialmente su nuvole e cancelli, quanto su parquet e canestri, tale da farlo diventare un qualcosa di mitologico sul quale pochi si sono cimentati a raccontarne le gesta. Mi piace pensare, anche per quella chiacchierata in un bar di Milano con un perfetto sconosciuto, che la seconda possibilità sia quella più concreta. Se non altro, perché il romanticismo è l’ultimo sentimento a morire.