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Mosca 1980 – Il vero crollo storico-sportivo dell’URSS

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James Carter fu il 39° Presidente degli Stati Uniti d’America, in carica dal 1977 al 1981 (e succeduto al repubblicano Gerald Ford, il quale restò in carica dal 1974 al 1977) ed è dalla presentazione della sua figura che parte la nostra storia. Da fervente democratico qual era, Carter, nel gennaio del 1980, non esitò ad annunciare le ritorsioni statunitensi contro l’URSS, in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan avvenuta nel dicembre dell’anno precedente. Tra le tante ritorsioni, venne anche stabilito che gli atleti statunitensi non avrebbero partecipato ai Giochi della XXII Olimpiade, in programma a Mosca tra il luglio e l’agosto successivi.

E pensare che, solamente 7 mesi prima – giugno 1979 – a Vienna Carter aveva sottoscritto con Brèžnev il Trattato SALT-2, che limitava tout court le armi strategiche. Il problema, al tempo, fu che l’invasione sovietica in Afghanistan avvenne in un momento storico particolare: la distensione cominciava a vedere affievolirsi i suoi benefici di lunga durata, gli USA erano reduci dalla guerra vietnamita e si rivelavano in grado di riprendere in mano le redini della geopolitica mondiale, mentre a Mosca si sottovalutavano i segni di crisi che si andavano manifestando all’interno dell’URSS. Alla morte di Brèžnev, nel novembre 1982, l’URSS non solo perse quello che era stato il Segretario Generale del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) per ben 18 anni – Brèžnev mantenne tale carica, infatti, dal 14 ottobre 1964 al 10 novembre 1982, data della sua dipartita – ma si trovò anche a dover affrontare una crisi simile, per portata e conseguenze, a quella causata 29 anni prima dalla morte di Stalin. L’amministrazione politica brezneviana aveva lasciato l’URSS in una sorta di immobilismo politico e declino di potenza, rispecchiato peraltro dall’invecchiamento del politbjuro del PCUS, ovverosia del gruppo centrale di dirigenti; inoltre, la minaccia di una ripresa, ancora più forte e serrata, nella corsa agli armamenti contro gli Stati Uniti, calava la sua scure su un’economia già sofferente per cause disparate, mentre i confini geografici non sembravano essere più sicuri come un tempo, considerando come stavano mutando i rapporti di forza con la Cina, con l’Afghanistan e, soprattutto, con la Polonia. Ma Brèžnev passerà alla storia per due motivi, dei quali uno è sicuramente noto ai più, mentre l’altro è tema e, al contempo, oggetto di questo articolo.

Il primo cercherò di raccontarlo con l’ausilio di un’esperienza personale. Chi dovesse visitare Berlino, magari per le prossime Final Four di Euroleague (in programma a metà maggio 2016), dovrebbe necessariamente fermarsi nei paraggi di quella che, quando vi andai io in una sorta di viaggio di nozze sui generis, si chiamava O2 World Arena, casa cestistica dell’Alba Berlino nonché impianto polisportivo tra i più affascinanti d’Europa. Era un inverno freddo e Berlino d’inverno sa regalare una magia che poche altre città possono offrire. Il concierge del Pullmann Berlin, hotel in cui trascorsi il soggiorno berlinese, mi aveva spiegato la sera prima come raggiungere l’arena e mi aveva procurato due biglietti dietro alle cheerleaders del Bamberg (la partita, manco a dirlo, era Berlino-Bamberg di Bundesliga). Ma quando sopraggiunsi in un piazzale spruzzato da una neve colorata di un candido bianco, dopo aver passato la serata precedente a visitare l’Holocaust-Mahnmal – il Memoriale per gli Ebrei assassinati d’Europa – fui assalito da una sorta di senso d’angoscia, sciolto soltanto grazie a qualche foto-ricordo e alla consumazione di una birra all’interno dell’arena. Visitare l’Holocaust-Mahnmal è un’esperienza di vita, prima ancora che un’attività sensoriale: quei 2.711 blocchi di cemento sembrano stare lì, immobili, a fissarti in tutta la loro potenza significativa, proiettandoti in un viaggio extra-sensoriale che, se sei dotato di cultura, ti rinchiude in una gabbia mentale dalla quale è difficile uscire. Perché vi dico tutto ciò? Perché l’emancipazione degli ebrei orientali, ovvero quelli stanziati nei territori di quella che al tempo del tema di questo pezzo era l’URSS, fu assai diversa da quella degli ebrei occidentali, tra i quali vi rientravano giocoforza quelli appena liberatisi dai ghetti tedeschi. Il nazismo fu una bestia atroce, capace di farmi arrestare in un candido piazzale, davanti a un’arena che mi sembrava troppo bella per essere vera, essendo abituato ai palazzetti italiani (e fidatevi che ne ho visti tanti), sebbene nessuno dei miei parenti più prossimi ne avesse patito la diabolicità. La birra di cui vi parlavo qualche riga più sopra fece il suo dovere, sciogliendo la tensione accumulata tra quell’esperienza mistica e un ritardo del volo di andata che mi aveva provato non poco. Così la partita filò via tanto tranquillamente che non ebbi manco il tempo di accorgermi dei lampi di pallacanestro che Boki Nachbar stava regalando, nonostante una carta d’identità che già allora non era proprio quella del giovane di belle speranze.

Di quell’esperienza ricordo ancora la camminata sulle rive della Sprea a guardare pezzi di quel che restava del Muro (quella che oggi trovate su siti di viaggio e cartine sotto la denominazione di “East Side Gallery”); l’ex-O2 World si affaccia sulla Sprea e così decisi di fare una camminata ad ammirare un pezzo di storia, prima di trasferirmi in Bernauer Straße ad ammirare quello che oserei definire il murales del 1979. Qui si ricollega il primo motivo per cui Brèžnev sarebbe passato alla storia: il 4 ottobre 1979, il Segretario Generale del PCUS baciò, com’era nelle usanze sovietiche, l’allora leader della Germania Est, Erich Honecker, dopo essere stato insignito del titolo di “Eroe della Deutsche Demokratische Republik, DDR”. Dmitry Vrubel replicò questa immagine in un murales ancora oggi visibile nei resti del Muro in Bernauer Straße, aggiungendovi poche ma lapidarie parole: “Dio mio, aiutami a sopravvivere a questo bacio della morte”. Di tale bacio su internet è possibile ritrovare varie fotografie, alcune delle quali raffigurano un bacio passionale, mentre altre ritraggono un Brèžnev privo di occhiali (come viene raffigurato anche da Vrubel nel murales sul Muro). Di tale bacio Oliviero Toscani nel 1991 fece una trasposizione pubblicitaria per Benetton, in una foto dove a baciarsi erano un giovane prete e una giovane suora, prima che nel novembre 2011 la campagna pubblicitaria UNHATE, sempre di Benetton, portasse ai massimi livelli l’interpretazione di un’immagine che ha segnato la storia recente del mondo. Era l’ottobre del 1979, quattro mesi dopo la firma del Trattato SALT-2 e un mese prima dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Un’invasione che, come ricordato all’inizio dell’articolo, provocò la dura reazione del Presidente Carter nel successivo gennaio 1980, con la decisione, tra le altre, di boicottare i Giochi della XXII Olimpiade.

La ventiduesima edizione dei Giochi Olimpici venne assegnata a Mosca durante la 75° sessione del CIO (Comité International Olympique), dopo che solo un’altra città, Los Angeles, si era candidata per ospitare tale edizione; gli USA si videro riconosciuti l’assegnazione dell’edizione invernale, che si sarebbe tenuta a Lake Placid, grazie al ritiro della candidatura di Vancouver a 19 giorni dalla votazione, ma dovettero accettare i risultati del ballottaggio che videro la “Terza Roma” assicurarsi l’edizione estiva. Nota al lettore: Mosca è definita la “Terza Roma” da quando Costantinopoli cadde in mano ottomana e lo zar (dal latino “caesar”, cesare, poi trasformato in czar) Ivan III rivendicò l’eredità storica della seconda Roma (Costantinpoli, appunto) dopo aver sposato la nipote di Costantino IX, ultimo imperatore dell’Impero romano d’Oriente. Nonostante la votazione per l’assegnazione della sede olimpica si fosse svolta in un clima di completa normalità, l’invasione sovietica dell’Afghanistan causò il boicottaggio degli USA, cui fecero seguito quelli di molti altri Stati (Germania Ovest, Canada, Cina, Giappone, solo per citarne alcuni). Due mesi e mezzo prima dell’apertura dei Giochi, inoltre, venne a mancare il maresciallo Tito, fondatore dello stato socialista jugoslavo e principale fautore dell’espulsione della Jugoslavia dal Kominform, per la sua scelta di perseguire una via nazionale al socialismo, non totalmente conforme a quella sovietica. Il maresciallo, nonostante fosse anch’egli uno dei fondatori del Kominform, dal 1948 decise infatti di sfidare la leadership di Stalin, per mantenere un’indipendenza nazionale dall’ingombrante amico sovietico, tramite il sostegno diretto ai comunisti greci e la progettazione di una sorta di federazione balcanica comprendente, oltre alla Jugoslavia, anche Bulgaria, Albania e Grecia. Il titismo o titoismo, come venne chiamata la via nazionale jugoslava al socialismo, fu causa di contrasti tra la neonata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia e l’URSS. Sotto la sua presenza pubblico-politica, tuttavia, la Jugoslavia si mantenne come Stato unitario e non consentì all’URSS di conquistare un facile accesso sul Mediterraneo, obiettivo geopolitico dall’importanza strategica per i sovietici fin dalla fine del secondo conflitto mondiale. Politicamente la Jugoslavia di Tito si basò sull’ideologia comunista, sulla personalità carismatica del suo leader e sul rispetto, non sempre presente però, delle diversità presenti nelle sei repubbliche della Federazione, le quali godettero comunque di ampi spazi di autonomia politica e amministrativa anche dopo l’adozione della Costituzione nel 1974.

Tito e l’URSS. Un rapporto controverso, difficile da spiegare per chi, come me, non ha abbastanza conoscenze in materia per poter dare una visione d’insieme, al contempo storica e politica, di personalità e momenti che hanno segnato il XX secolo. Sicuramente, però, a livello sportivo la morte di Tito e l’andamento del torneo di pallacanestro nei Giochi della XXII Olimpiade qualcosa in comune lo devono avere, visto che la Jugoslavia portò a casa una medaglia d’oro in una disciplina in cui l’URSS puntava a far vedere il predominio sovietico in risposta al boicottaggio statunitense. Incredibile anche solamente pensare che quell’URSS potesse perdere il primo posto nella disciplina cestistica maschile – in quella femminile le sovietiche domineranno il torneo con 7 vittorie in altrettanti match, mentre l’Italia allenata da Bruno Arrigoni chiuderà ultima, al 6° posto, e la Jugoslavia si aggiudicherà una medaglia di bronzo – considerando la preparazione e l’attenzione riservata dai quadri dirigenziali del PCUS a tutti gli sport di squadra. Ai tempi la formula del Torneo maschile di pallacanestro prevedeva una fase preliminare, in cui le 12 squadre partecipanti erano suddivise in tre Gruppi da 4 contendenti l’uno (l’URSS capitò con Brasile, India e Cecoslovacchia, mentre la Jugoslavia fu inserita nel gruppo comprendente anche Spagna, Polonia e Senegal); alla fase successiva passavano le prime due classificate di ogni gruppo, così da formare un gruppone da 6 squadre con formula round-robin, ossia dove ogni squadra sfidava le altre 5 contendenti. Ad accedere alla Finalissima sarebbero state le prime due squadre classificate, mentre 3° e 4° avrebbero giocato il match per il bronzo olimpico.

L’URSS perse solamente due partite, peraltro entrambe nella seconda fase della competizione. La prima con un’Italia stoica, in cui Romeo Sacchetti e Renato Villalta fecero la parte degli scudieri più fidati di coach Sandro Gamba per arrivare a conquistare quello che, a posteriori, sarebbe stato il successo fondamentale per andarsi a giocare l’oro contro gli slavi; il Principe del Baltico, Arvydas Sabonis, non era ancora ventenne ma già da 4 anni faceva stabilmente parte della squadra Juniores dell’URSS, eppure il suo esordio nel basket professionistico sarebbe arrivato solamente dopo quell’edizione delle Olimpiadi, perciò diffidate da chi si ricorda di un grandissimo duello Meneghin-Sabonis, nel caso. La seconda sconfitta, invece, è quella che vorrei rappresentare come tema centrale di questo – interminabile – articolo. 27 luglio 1980, alle 18:00 ora locale a Mosca va in scena il match tra URSS e Jugoslavia, in una partita che probabilmente avrebbe segnato l’intera Unione Sovietica, scatenando epurazioni nel PCUS. I sovietici, infatti, erano consapevoli di dover vendicare, per l’onore della patria e in nome dell’unica via al socialismo, la sconfitta rimediata 4 anni prima contro gli slavi al Montreal Forum, che li aveva obbligati a giocare per il bronzo anziché sfidare gli USA nella Finalissima. Si ricordi che nel 1976 il format del torneo olimpico di pallacanestro era diverso e prevedeva una prima fase in cui le dodici squadre partecipanti erano divise in due gruppi da 6 elementi ciascuno; alle fasi finali, ossia Semifinali e Finali, avrebbero avuto accesso solamente le prime due squadre classificate di ogni gruppo (che furono, rispettivamente, URSS-Canada e USA-Jugoslavia). Il 27 luglio del 1980, pertanto, era l’occasione utile per riscattarsi e mandare un chiaro segnale al boicottaggio degli USA, per ribadire una superiorità sovietica, anche sportiva, in quello che era l’Est del mondo, ma forse anche in un’ottica di più ampio respiro geopolitico. Della squadra sovietica che perse la semifinale olimpica 4 anni prima erano rimasti solamente Salnikov, Miloserdov, Belov, Tkatchenko, Myshkin e Zigili, pronti a lavare via l’onta della sconfitta. Peccato solo che Dragan Kicanovic e Kresimir Cosic, altri due “reduci” della campagna 1976 ma da parte jugoslava, si frapposero tra il sogno sovietico di vendetta e una realtà che sarebbe stata devastante perfino agli occhi di Misha, l’orsetto immaginario che divenne mascotte ufficiale dei Giochi Olimpici di Mosca.

La vendetta è un piatto che va servito freddo, così si dice rifacendosi a quegli adagi popolari tanto cari a una cultura che oggi vive di stereotipi inflazionati da nuovi mass-media e da nuovi modelli culturali. L’URSS non seppe far maturare un’attesa lunga 4 anni in una vendetta sportiva che, con ogni probabilità, avrebbe avuto anche un significato politico-ideologico a pochi mesi dalla morte di Tito; i sovietici non seppero superare una squadra che, con tutta probabilità, poteva contare sul miglior backcourt europeo di sempre per talento e versatilità. Kicanovic e Dalipagic a dettare la via, senza dimenticare il ruolo di Mirza Delibasic (qui la sua storia nel dettaglio) e di Cosic; una Jugoslavia pronta a ribadire che la via sovietica non sempre era quella vincente, anche e soprattutto nella pallacanestro maschile, specie se si considera che l’URSS avrebbe dovuto aspettare altri 8 anni prima di tornare sul gradino più alto del podio (inclusa la parentesi del boicottaggio da parte di molti Stati del blocco orientale alle Olimpiadi del 1984, tenutesi a Los Angeles). Una Jugoslavia pronta a salutare così il suo Maresciallo, accettandone pregi e difetti con la consapevolezza che l’equilibrio federale, senza Tito, sarebbe presto crollato per l’inefficienza di una classe politica incapace di tenere unite etnie, religioni, usanze e costumi così diversi tra loro. Una Jugoslavia che avrebbe esportato il verbo della pallacanestro fuori dei confini nazionali, per farlo arrivare specialmente in Italia. Il bronzo conquistato contro la Spagna non diede pace ai quadri dirigenziali di un PCUS che si erano appena visti sottrarre dalle mani quella che sembrava poter essere una vittoria scontata nello sport di squadra più importante per i sovietici. A pagare, forse per tutti, fu Sergei Belov, reduce della spedizione sovietica di Montreal 1976 e quindi doppiamente colpevole per non aver saputo vendicare l’affronto slavo, rimediando un’altra batosta.