12 anni di “Generación Dorada”: la storia della grande Argentina in 5 tappe

Un pensiero è balenato nella testa di gran parte dei presenti a Madrid, una volta che la sirena ha sancito la vittoria del Brasile per 85-65 e la conseguente eliminazione dell’Argentina: l’era della “Generación Dorada” è finita e la cosa non può che provocare tristezza in tutti gli appassionati cestistici, anche in quelli italiani che ad Atene 2004 hanno sofferto e pianto per la sconfitta in finale. Curioso notare come il glorioso ciclo argentino si è chiuso contro i rivali del Brasile, ma soprattutto contro quel Ruben Magnano che è stato il primo storico allenatore della “Generación Dorada”. Ma andiamo con ordine, e proviamo a ripercorrere le tappe di questa squadra che ha fatto innamorare tutti nell’ultimo decennio per le sue grandi imprese.

L’ENTRATA AD EFFETTO SULLA SCENA MONDIALE – Indianapolis 2002, l’Argentina si presenta in qualità di possibile sorpresa della competizione, avendo un gruppo molto giovane e talentuoso ed un giocatore dal calibro di Manu Ginobili che, dopo aver fatto meraviglie in Europa, è destinato a prendersi anche la NBA. Come al solito, gli Stati Uniti sono la grande favorita del Mondiale, ma qualcosa di incredibile accade: gli argentini non solo vanno oltre le aspettative, ma compiono quella che può essere definita a tutti gli effetti un’impresa di proporzioni epiche, perché battono nel gruppo della fase finale il Team USA per 87-80. I sudamericani hanno poi perso nell’atto conclusivo contro la Jugoslavia, arrendendosi all’overtime per 84-77 (con Ginobili a mezzo servizio, ndr), ma una squadra capace di battere per la prima volta in assoluto il Dream Team, sempre vittorioso nelle 59 partite precedenti, non può che essere speciale e destinata a fare cose ancora più grandi in futuro.

ATENE, DOVE I GRANDI CAMPIONI FANNO LA STORIA – Due anni più tardi, l’Argentina si presenta alle Olimpiadi di Atene con la consapevolezza di essere una squadra molto forte, potendo contare con giocatori di livello NBA e internazionale. Insomma, la truppa di Magnano approda in Grecia con la voglia di dimostrare a tutti la loro forza e di fare il definitivo salto di qualità. Ginobili, Scola, Nocioni, Sconoschini, Oberto, Delfino: tutti questi non sono solo grandi giocatori, ma sono anche parte integrante di una squadra vera, che ad Atene si permette il lusso di rifare lo sgambetto agli americani, sempre in semifinale. Tanto che la stampa oltreoceano dirà poi che il Team USA ha i migliori giocatori del mondo, ma l’Argentina è la squadra migliore. La finale penso non ci sia bisogno di descriverla: ce lo ricordiamo tutti quando l’armata di Magnano ha conquistato l’oro ai danni dell’Italia, battuta per 84-69. Questo successo olimpico è stato il punto più alto della storia cestistica dell’Argentina, che ha trovato in Ginobili il leader sia dal punto di vista tecnico che da quello della leadership (MVP del torneo con 19.3 punti di media), ma che ha fatto la differenza soprattutto per il suo gruppo estremamente affiatato dentro e fuori dal campo.

CAMBIA LA GUIDA, MA I RISULTATI ARRIVANO COMUNQUE – Dopo lo splendido successo di Atene 2004, la selezione viene affidata ad un altro allenatore, Sergio Hernandez. L’eredità è ovviamente pesante, ma pur non riuscendo a vincere un altro oro, tra i Mondiali del 2006 e le Olimpiadi del 2008 sono comunque arrivati risultati positivi: in Giappone la medaglia è stata mancata di un soffio, chiudendo al quarto posto; mentre a Pechino è stato conquistato un bel bronzo, giusto per non perdere il vizio dei tempi d’oro. Queste due competizioni non hanno fatto altro che confermare il posto dell’Argentina nell’elite del basket mondiale, dato che la squadra è sempre riuscita a rimanere competitiva ai livelli più alti.

ALLA RICERCA DEL RICAMBIO – Nel 2010, in occasione dei Mondiali, i sudamericani hanno iniziato a guardarsi intorno e ad interrogarsi sulla possibilità di rinnovare la “Generación Dorada”, mantenendo la Nazionale sempre su alti livelli. Questo perché in Turchia hanno dovuto dare forfait due giocatori fondamentali come Ginobili e Nocioni, oltre ad avere un Oberto frenato da un brutto virus influenzale. Nonostante le gravi assenze, l’Argentina ha dimostrato comunque di essere competitiva, ma con i suoi fuoriclasse l’impressione è che sarebbe andata ben oltre il quinto posto finale. Alle Olimpiadi del 2012, il 35enne Ginobili è tornato per la (presunta) ultima corsa con la canotta del suo paese: a Londra le prestazioni sono piuttosto altalenanti, ma la truppa di coach Lamas riesce comunque ad arrivare in semifinale, dove però stavolta non arriva lo scherzetto ai danni degli Stati Uniti. L’Argentina si è poi dovuta accontentare del quarto posto, perdendo il bronzo in favore della Russia. Rispetto all’Olimpiade che trionfò nel 2004, a Londra la squadra era già profondamente diversa: non c’erano più Sanchez, Montecchia, Sconochini e Wolkowyski e si pensava che quella sarebbe stata l’ultima apparizione di quel che rimaneva della “Generación Dorada”, ma così non è stato.

LA FINE DELL’ERA – Ed arriviamo quindi a ieri, 7 settembre 2014, data destinata ad entrare nella storia della pallacanestro argentina: i grandi campioni che hanno reso grande questa Nazionale dovrebbero essere giunti alla fine della loro fantastica corsa. Manu Ginobili con profondo rammarico e dispiacere non ha potuto essere presente in Spagna a causa di un infortunio e con 37 primavere sulle spalle difficilmente rientrerà nel giro, mentre Pablo Prigioni ha 37 anni, Walter Herrmann e Andres Nocioni 35. Tutti e quattro difficilmente vestiranno ancora una volta la maglia dell’Argentina, mentre l’unico che potrebbe ancora continuare è Luis Scola, se non altro per un fatto di età (34). Egli stesso ha dichiarato di non credere che questa sia la sua ultima partita: “Mi sento ancora bene fisicamente, non ho mai detto di voler lasciare dopo questo Mondiale. Non so cosa succederà in futuro, ma nelle mie intenzioni vorrei ancora giocare in Nazionale”. Secondo alcuni passerà parecchio tempo prima che l’Argentina potrà aspirare nuovamente a lottare per le medaglie nelle massime competizioni internazionali. Questo perché al momento, fatta eccezione di Facundo Campazzo, che a 23 anni ha già disputato un Mondiale con grande personalità e mostrando un talento importante, non si intravedono all’orizzonte dei talenti tali da poter continuare la grande tradizione della “Generación Dorada”. All’Olimpiade di Rio 2016 mancano ancora due anni, ma una cosa è certa: non stupitevi quando l’Argentina arriverà con una squadra profondamente mutata e molto più giovane.