FIBA World Cup 2014 – Il Senegal avanti nel segno dell’umiltà

Giappone, Coppa del Mondo di calcio 2002. Zinedine Zidane è inginocchiato, ha una mano sugli occhi e non crede a ciò che è appena successo. Un goal di Papa Bouba Diop ha appena impedito ai campioni del mondo in carica di cominciare in maniera positiva il proprio mondiale. All’epoca sono in quinta elementare, ed è pomeriggio quando la notizia arriva anche nella nostra classe. Avendo origini africane mi sento particolarmente felice per quella vittoria, ottenuta da una squadra che in seguito stupirà tutti arrendendosi soltanto ad un goal di Ilhan nel quarto di finale contro la Turchia. Da allora soltanto il Ghana nel 2010 ha eguagliato un risultato tanto grande per il calcio africano.
Se le cose sono sempre state complicate per l’Africa del pallone, ancora di più lo sono state per quella del basket. L’Angola è il Dream Team continentale, seguito per importanza dall’Egitto. Dietro di loro il vuoto. Ed è così che la spedizione senegalese a Spagna 2014 partiva con speranze prossime circa allo zero, a maggior ragione dopo l’esordio da dimenticare contro la Grecia, nel quale la squadra di coach Sarr è stata letteralmente impallinata per 40 minuti, riuscendo a trovare una minima reazione soltanto durante il secondo tempo. Sembravano una compagine davvero disperata, incapace di giocare in difesa e con un’unica arma a loro disposizione: il contropiede per far valere le proprie indiscusse doti fisiche.
Due partite dopo l’arma principale del Senegal è ancora sempre quella, ma c’è da dire che la squadra sembra rivoluzionata. Gordui Dieng è la certezza, tanto che è stato anche “sponsorizzato” dalla FIBA sul proprio profilo Facebook, nel quale il senegalese viene esaltato come uno dei migliori giocatori del mondiale fino a questo momento. E i suoi numeri non mentono: 22 punti, 11.7 rimbalzi, 1.7 stoppate e 1.7 palle rubate in tre partite non sono cifre che possono mettere insieme tutti. La gara più impressionante a livello numerico per lui è stata paradossalmente la prima contro la Grecia, nella quale i suoi 21 punti e 14 rimbalzi sono stati l’unica ancora alla quale aggrapparsi per una squadra che senza di lui avrebbe subito una sconfitta ancor peggiore.

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Contro Porto Rico è arrivata la prima vittoria e abbiamo scoperto che il Senegal non è solo il lungo dei Timberwolves. Giocatori come Maurice Ndour, lungo polivalente, che può mettere palla per terra e ha già mostrato qualche movimento tecnico meritevole di attenzione, Ndiaye, che in NBA non è mai riuscito a sfondare con la maglia di Sacramento nonostante qualche partita di discreto livello, e poi Badji, altro lungo che da vicino è veramente, ma veramente imponente il quale però ha messo su un tiro dalla media distanza che lo rende una minaccia non soltanto da una posizione ravvicinata rispetto al canestro, infine il playmaker Dalmeida, che gioca in Francia e che talvolta pasticcia un po’ troppo, ma che è in grado di tirare da fuori e di innescare i propri compagni nelle posizioni a loro più congeniali.
Ieri mattina infine è arrivata la vittoria contro la Croazia, che per importanza mi è sembrato di poter accostare a quella dei loro connazionali calciatori di dodici anni fa. Una partita nella quale il Senegal è sorprendentemente sempre stato in controllo, nonostante un Saric in formato NBA e la qualità tecnica decisamente inferiore. Anche in questa partita gli africani non hanno fatto nulla di speciale, se non difendere al massimo dell’intensità fisica (piano sotto il quale non avranno mai da invidiare a nessuno) e ripartire velocemente in contropiede, garantendosi una moltitudine di tiri da un centimetro e di schiacciate. Altra arma che ha sorpreso molti qui a Siviglia è stata quella di saper sparare a ripetizione delle triple in transizione, in particolare con Faye, il miglior tiratore puro della squadra.

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E così questa volta la parte dello Zidane sconfortato l’ha recitata Jasmin Repesa, incredulo, ma ugualmente capace di consegnare pieno merito agli avversari per quanto conquistato. In tribuna stampa i miei colleghi senegalesi non stavano nella pelle per l’emozione: c’è anche un giornalista televisivo che si presenta a tutte le partite con un cappello di paglia in testa e la maglia di Omar Daf del Sochaux. Inutile sottolineare che è sempre il più scatenato di tutti, ma bisogna dargliene atto: la sua squadra ha dimostrato di poter lottare anche contro i colossi europei, e di poterli abbattere.
A differenza di Giappone 2002 questa volta c’ero. Ero presente a trenta metri dal campo, e anche per me è sembrato di sognare: per le mie radici africane, ma non solo. Il clima che si respirava a fine partita è stato di festa. Tutti contenti, croati a parte, un palazzetto dello sport intero schierato dalla parte di questi giocatori africani parzialmente sconosciuti, nel finale gli spalti di Siviglia hanno fornito energie extra a questi ragazzi, che hanno assaporato il profumo dell’impresa e non se lo sono fatto sfuggire. In conferenza stampa coach Sarr però si ricompone. Mi sarei aspettato quantomeno dei sorrisi, e certo: l’espressione non è luttuosa come dopo una sconfitta, ma non sprizza neanche gioia da tutti i pori. Forse è davvero una partita come un’altra e sono io che mi sto esaltando eccessivamente, eppure una domanda voglio provare a farla: “Coach, pensa che questa sia la vittoria più importante, o almeno una delle più importanti, per il basket africano?” La risposta arriva prontamente con voce calma e serena, in un perfetto inglese (cosa non scontata per una persona di madrelingua francofona): “Non è la più importante per il basket africano. In passato Angola ed Egitto hanno vinto partite al Mondiale, ma sicuramente è una delle più importanti della storia del basket senegalese e in generale un grande passo avanti per il movimento africano. Abbiamo dimostrato che anche da noi ci sono ragazzi che sanno giocare a basket e adesso le altre squadre ci rispetteranno di più”.

Il Senegal post vittoria

Il Senegal post vittoria

C’è grande consapevolezza nei mezzi della propria squadra da parte del coach senegalese, ed è forse questa la cosa che più mi fa piacere. Molte squadre africane quando partecipano a una competizione sportiva pensano di andare in vacanza o a divertirsi, altre volte (recentemente il caso del Camerun ai mondiali di calcio) sono dilaniate da lotte intestine che distruggono l’ambiente e rendono impossibile lavorare. Al contrario invece il Senegal di Spagna 2014 è un gruppo compatto e unito, messo insieme da un allenatore che predica la massima umiltà in campo. Cheick Sarr sa benissimo che questa squadra non potrà mai mettere insieme un sistema di pallacanestro spumeggiante come quello della Grecia (per rimanere nell’ambito del girone B): non hanno i mezzi tecnici per produrre un basket di alto livello per 40 minuti. C’è la consapevolezza che le loro armi saranno sempre le suddette difesa e contropiede, e quelle vengono cavalcate in modo costante. A mio modesto parere una delle doti fondamentali per giocare a basket a qualsiasi livello è la coscienza dei propri limiti: sapere perfettamente cosa sai fare e cosa no. Il Senegal lo sa: potrebbero ugualmente non passare il girone, il sogno potrebbe finire tra pochi giorni, un approdo ai quarti di finale come quello asiatico di dodici anni fa è improbabile, eppure rimarranno per sempre nella memoria le sensazioni di quella partita contro la Croazia, quando per una volta una squadra di basket africana è entrata nella storia dalla parte giusta.