FIBA World Cup – Diario di viaggio. Siviglia, giorno 1

Dal nostro inviato a Siviglia, Luca Ngoi

Sono a Siviglia da due giorni ormai, e dopo le folate di caldo estremo (anche 46 gradi percepiti il giorno del mio arrivo) è finalmente tempo di basket. Il caso, o qualche altra divinità ha stabilito che la prima partita di questa prestigiosa competizione debba essere Croazia-Filippine. I vicecampioni d’Asia contro una delle grandi potenze del basket europeo, con tutto il loro orgoglio e la loro secolare storia di basket e di sport in generale. Sulla carta una partita già terribilmente scritta. Per tutti tranne che per i tifosi filippini, che già da qualche ora prima della partita si fanno vedere per le strade della città andalusa viaggiando a gruppi di tre o quattro. Si ritroveranno tutti al Centro Deportivo San Pablo, che verrà letteralmente invaso da fans asiatici di tutte le età.
Sull’autobus che mi porta dall’ostello nel quale alloggio al palazzetto incontro e faccio amicizia con Manuel, un giornalista francese che sembra conoscere molto bene ed essere altrettanto interessato al basket italiano. Parliamo dei tempi in cui erano le nostre squadre a dettare legge in Europa, ed incredibilmente tira fuori il nome della Juve Caserta, della quale si ricorda meglio rispetto alla Benetton Treviso, il che mi sorprende un po’. Mi racconta anche che in Francia il basket è il quarto sport in ordine di importanza dopo calcio, rugby e pallamano, il che mi lascia ancor più basito e mi porta a fare una breve riflessione. Una nazione nella quale il basket è il quarto sport per importanza riesce a portare più giocatori in NBA rispetto al nostro movimento, anche se Manuel si dice sconfortato dal fatto che, come nel calcio, ultimamente i giocatori francesi sono soltanto dotati di un grande fisico, ma che in realtà “non sanno giocare a basket” (testuali parole sue).
Dopo un tragitto di circa una ventina di minuti giungiamo al palazzo, dove conosciamo una volontaria della FIBA che ci racconta come questa sia la settimana più calda dell’estate a Siviglia. Effetto mondiale. Il palazzetto è stato decisamente tirato a lucido per questo mondiale. Sono stato diverse volte al Forum di Assago, anche durante l’ultima stagione, e posso dire che il San Pablo conta sicuramente meno posti (circa 9000), ma l’atmosfera dall’interno è unica. I tifosi filippini hanno già riempito i settori a loro dedicati, ma c’è da dire che a parte loro e un unico gruppo di supporters croati l’arena non è particolarmente piena di locali. Sul finale si vedono già alcuni rappresentanti argentini, che mi dicono avere già invaso Siviglia.
La partita in sè e per sè sembra non esistere nel primo quarto, con i croati a fare il bello e il cattivo tempo all’interno dell’area avversaria e i filippini che non sembrano capirci granchè. A tutta questa confusione aggiungete un Andray Blatche che pensa di essere il salvatore della patria, e che per questo motivo si mette in testa di dover sempre e solo tirare, con fortune pari allo zero, perchè la sua partita comincia 1/7 e con il primo passaggio a un compagno che arriva circa al quinto minuto di gioco. Dopo un time out comunque le Filippine riprendono il filo del discorso e ne esce una partita in tutto e per tutto equilibrata, oltre che “strana”, come avrà modo di dire coach Repesa in conferenza stampa. Il match si risolverà soltanto all’overtime in favore dei croati, dopo che l’ultimo tiro per vincere nei tempi regolamentari da parte della squadra filippina era entrato e uscito.
Ciò che è interessante notare in questa giornata è la passione della gente verso questo sport. Non è importante che tu vinca oppure che tu perda, ma semplicemente l’idea stessa di giocare a pallacanestro, e di farlo di fronte a una platea internazionale rende tutto gradevole. Croazia-Filippine non è stata a livello tecnico assoluto una bella partita di basket: è stata emozionante e incerta fino all’ultimo, ma non bella. Eppure quarantacinque minuti sono passati con una velocità impressionante, regalando a me e a tutti gli spettatori accorsi oggi un ottima apertura di Mondiali.
Il match successivo è Argentina-Porto Rico, un derby sudamericano che sulla carta si preannuncia spettacolare e pieno di emozioni almeno quanto la sfida precedente. Le mie convinzioni si fanno ancora più fondate assistendo al riscaldamento di Arroyo e compagni. Renaldo Balkman è stranamente tranquillo, mentre al contrario è Ramon Clemente a regalare spettacolo con le sue acrobazie sopra il ferro. Sulla Media Guide che ci è stata consegnata sarebbe segnalato come un centro, ma a vederlo da una posizione relativamente vicina mi sembra poco più che una guardia-ala, che però salta con una facilità imbarazzante e trova sempre il momento giusto per piazzare una schiacciata treesessanta o qualche altro numero. Gli argentini dal canto loro sono essenziali, sicuramente esaltati per la calorosissima accoglienza che i loro numerosi connazionali gli hanno riservato, ma non tradiscono un’emozione che sia una. Sembrano fare tutto al rallentatore e la loro espressione facciale sembra dire: “Va tutto bene, va tutto bene”.
La partita invece si rivela una mezza fregatura. Personalmente ho sempre messo su un piedistallo Carlos Arroyo sin da quando lo vidi in un’amichevole pre Atene 2004 contro gli USA. Raramente ho visto in vita mia un giocatore che trasmettesse una simile poesia con la palla in mano, in grado di fare tutto ciò che è richiesto ad un playmaker normalmente. Eppure oggi quella poesia è mancata, spezzandomi un po’ il cuore. Ho visto il vero Arroyo soltanto in uno o due possessi, mentre la parte del leader per Porto Rico l’ha recitata JJ Barea, altro grande cuore boriqua che si è preso la squadra sulle spalle cercando di farla giocare al ritmo che le è più congeniale e che le è stato negato da un’Argentina compatta, ordinata ed efficace. Tutti i protagonisti più attesi (Nocioni, Prigioni e Scola) hanno risposto presente, e insieme a loro è balzato agli onori della cronaca anche Salem Safar, ala classe ’87 del Boca Juniors, autore di 18 punti e valida alternativa in attacco ai soliti della “Generaciòn Dorada”.
L’ultimo match tra Grecia e Senegal è una pura formalità. C’è da dire che si poteva facilmente intuire già dalle premesse iniziali, e così molti giornalisti presenti in tribuna stampa ne approfittano per darsi alla fuga, chi dal palazzo a tutti gli effetti chi soltanto per spostarsi nella “Media Working Room”, dove due schermi in HD trasmettono prima la partita tra Messico e Lituania e successivamente quella degli USA, chiaramente la più attesa anche dagli addetti ai lavori qui a Siviglia. Così a guardare la prova orgogliosa, ma tecnicamente misera, del Senegal contro una Grecia che si limita al compitino rimaniamo io e pochi altri, compresi i tre giornalisti senegalesi e alcune rappresentanti della stampa argentina, che durante la gara della loro nazionale erano quasi più rumorose degli ultras ufficiali.
Il primo giorno di partite se ne va così, e a me rimangono delle ottime sensazioni. Abbiamo visto un po’ di tutto in questa giornata sivigliana, e passarla totalmente chiuso in un palazzetto dello sport mi ha a tratti fatto perdere la cognizione del tempo. Sono entrato al San Pablo con la luce del sole e me ne vado prendendo un taxi più che economico con la notte che è ormai calata, ma l’ impressione tecnica della giornata è che, nelle giuste condizioni, tutti possono giocarsela con tutti. Probabilmente la più svantaggiata del girone è proprio il Senegal, che oltre alla solita imponenza e prestanza fisica ha saputo mostrare molto poco, ma è solo il primo giorno e avevano pur sempre di fronte una squadra di alto livello e che gioca insieme da sempre come la Grecia. Anche loro mostreranno il loro meglio in altre occasioni. A partire da domani forse le cose ci appariranno più chiare.