FIBA World Cup – Diario di viaggio: Siviglia, giorno 2

Dal nostro inviato a Siviglia, Luca Ngoi

Sono andato a letto molto stanco ieri sera dopo una prima giornata di partite piuttosto intensa, e che ha regalato già diversi spunti interessanti a livello tecnico, ma una sola partita realmente combattuta, che però è quasi bastata per ripagarci del tempo e delle energie spese. Dormo tanto, ma a causa del caldo infernale di Siviglia, o forse dell’impazienza per ciò che accadrà oggi, mi alzo senza aspettare il suono della sveglia programmata per le 10.30. Ho ancora diverso tempo prima di recarmi al palazzetto, e ne approfitto dunque per rilassarmi e controllare le ultime notizie dal mondo di internet nella sala al piano terra del mio ostello, dove conosco quello che scopro dopo poco essere un tifoso argentino. E’ un ragazzo sulla trentina scarsa, capelli lunghi e barba ben fatta, che mi chiede subito se sono un giornalista, manco fossimo in uno di quei documentari di spionaggio che ogni tanto passano su DMAX. La sua però, a differenza dei documentari sopra citati, è una domanda di pura routine, perchè poi passa a parlarmi delle sue preoccupazioni prima del mondiale riguardo alla propria Nazionale. Dice che ultimamente l’Argentina è stata una squadra inconsistente e che soprattutto ha sempre giocato male sotto la gestione di coach Lamas. Ammetto di non vedere una partita della “Selecciòn” dai giochi olimpici di Londra (dopo quella competizione hanno effettivamente giocato soltanto i giochi americani dell’anno scorso), ma mi fido di lui. Successivamente mi dice però di essere molto soddisfatto dalla prima partita dei suoi connazionali, e in particolare di Salem Safar, l’ala che contro Porto Rico ne ha messi 18 in scioltezza, e che quindi nutre fiducia in vista della gara di oggi nonostante le difficoltà oggettive che “incontriamo sempre quando affrontiamo una squadra dell’Est Europa. Loro sono grandi e grossi, hanno ragazzi di due metri e dieci, e noi a parte Scola non abbiamo nessuno”. Un’analisi quasi degna di un coach, ed è così che la preview della gara mi è gentilmente offerta da questo ragazzo, che dopo poco si congeda e si dirige verso il luogo di gara.

Mi reco quindi anche io verso il Centro Deportivo San Pablo, circa un’ora e mezza prima dell’orario stabilito per l’incontro, e nella sala dedicata ai giornalisti ritrovo Manuel, il giornalista francese incontrato ieri, che mi accoglie dichiarando che si trova sul posto da un’ora e mezza ancor prima di me. Per la serie: “Quando ti stai allenando, c’è sempre qualcuno che si allena meglio e più duramente di te”. Vale anche per il giornalismo, non solo per lo sport. Dopo qualche chiacchiera con altri colleghi da varie parti del mondo è tempo di Croazia-Argentina, la partita del giorno di questo girone B. Da una parte i ragazzi di coach Repesa, che ieri sono stati tutto tranne che entusiasmanti contro le Filippine, e dall’altra l’orgoglio argentino, espresso chiaramente non solo in campo, ma soprattutto sugli spalti, che i sudamericani riempiono in ogni ordine di posto. Il palazzo è invaso, e già da qualche minuto prima della palla a due suona come una bolgia. L’inno argentino cantato da tutta quella moltitudine di persone mette la pelle d’oca e fa quasi scendere le lacrime, da quanto è sentito. Si può distintamente sentire quanto questo popolo vada orgoglioso della propria Nazionale, c’è un attaccamento totale e tanta fiducia da parte di tutti. Sono pur sempre argentini però, e non sarebbero tali se non ci fosse anche un po’ di scaramanzia. Quando arrivo al mio posto infatti, Julie, una giornalista argentina che è anche la prima tifosa dell’albiceleste esige che le postazioni siano le stesse di ieri, quando l’Argentina ha battuto Porto Rico: “La cabala ès importante”, afferma. La prendo come battuta, ma non v’è traccia di sorriso sul suo volto, e così riprendiamo i posti del giorno precedente in attesa della partita.

La partita comincia benissimo per i croati e malissimo per gli argentini, che però sono bravi a recuperare di tutto cuore, e a dare il via a un confronto tecnicamente e qualitativamente bellissimo, incerto fino agli ultimi minuti e che ha segnato la ribalta internazionale di Facundo Campazzo. Mi ero nettamente innamorato di lui come giocatore già a Londra, ma soprattutto per il suo cognome. In quella spedizione non ebbe modo di incidere più di tanto sulle sorti della propria squadra, mentre in questi due giorni di Mondiale coach Lamas gli sta concedendo molto spazio (oggi ha finito con il secondo minutaggio dopo Scola) e lui sta prendendo man mano fiducia. Lo abbiamo visto spesso insieme a Prigioni, e il suo modo di giocare è antitetico a quello dell’ex playmaker del Baskonia: Campazzo cerca sempre l’uno contro uno, la giocata spettacolare, il passaggio no look. Un vero e proprio esteta, che però oggi si è innalzato a leader spirituale dei suoi. Non è bastato perchè dall’altra parte c’è stata una Croazia molto più concreta e solida rispetto alla partita di ieri, che ha eseguito perfettamente in attacco, tirando alla fine col 57 percento da due e il 39 da 3 (ma è stata sopra il 50 per gran parte del tempo), guidata dalla leadership di Lafayette (11 punti e 9 assist) e di Tomic, che non parla mai, ma che è bravo a far valere la sua stazza in post basso e a trascinare la squadra sulle sue onde emotive.

La seconda partita è programmata per le 17.30, dunque ci resta ancora molto tempo prima di vedere Porto Rico e Senegal all’opera. Parlando chiaro: a nessuno nel palazzo, oltre a me, interessa una partita dal sapore già scontato. Vero: Porto Rico ha perso la prima partita, ma ha giocato veramente male, e si pensa che la squadra sia comunque piuttosto valida, o almeno valida abbastanza da avere la meglio sui senegalesi, che contro la Grecia hanno palesato tutte le loro incertezze. Il comitato organizzatore locale deve aver captato il menefreghismo che circola nel palazzo, e prova ad alzare i decibel della musica così da dare la parvenza di un po’ di calore: tentativo che definirei riuscito a tratti. I primi ad arrivare sono i tifosi portoricani, che dipingono il San Pablo con una moltitudine di bandiere biancorossoblu, mentre di fan senegalesi ne scorgo a dir la verità ben pochi prima del match. Arriveranno in un buon gruppo (totale forse una cinquantina di persone) soltanto a match iniziato, e sapranno farsi sentire.

La partita è strana almeno quanto Croazia-Filippine del giorno prima, e vede i centro americani dominare il primo quarto trascinati dal calore e dall’energia di Arroyo, che però si infortuna nel finale e sarà costretto a dare forfait. L’addio del leader avversario accende il Senegal, che è bravo a non strafare: si attiene al proprio game plan fatto di tantissimo contropiede per trovare tiri facili non contestati e difesa ultra fisica per forzare le palle perse avversarie. Avendo poca tecnica a disposizione (se non in alcuni elementi come Faye e Ndour, al limite Dieng) questa dovrà essere la strategia senegalese per tutto il torneo, e contro Porto Rico funziona. I boriqua perdono una valanga di palloni, si aggrappano a Barea, ma non basta: il muro senegalese è solido, assomiglia a una muraglia invalicabile e i portoricani si devono arrendere alla seconda sconfitta consecutiva, questa volta con molto rammarico in quanto il vantaggio anche di 15 lunghezze ottenuto nei primi dieci minuti aveva già messo il match sui binari sperati.

Dell’ultima partita tra Grecia e Filippine mi hanno colpito poche cose, ma significative. Innanzitutto, ancora una volta, l’incredibile cornice di pubblico offerta dai supporters asiatici, che ancora una volta hanno gridato per quaranta minuti, credendoci forse più dei loro giocatori, che hanno offerto una prova leggemente più disordinata (se possibile) di quella contro la Croazia. In particolare ha funzionato poco il tiro da tre e Jeff Chan non è stato in grado di ripetersi contro i più fisici esterni avversari, che sono stati bravi a far valere il loro fisico. Andray Blatche ancora una volta ha fatto pentole e coperte, diavolo e acqua santa per i suoi compagni, che però non possono far altro che affidarsi a lui. Benissimo ancora una volta la Grecia, che probabilmente è la squadra che più mi ha impressionato fino a questo momento. Hanno una panchina molto lunga, mischiano spesso i quintetti e non danno mai l’impressione di essere con le spalle al muro, anche quando effettivamente lo sono. Le Filippine hanno provato (e sono riusciti) a rientrare diverse volte, ma la squadra di coach Katsikaris non ha mai perso la calma, come invece aveva fatto la Croazia per stessa ammissione di Repesa il giorno prima, e così hanno fatto nuovamente il loro dovere portando a casa la seconda vittoria in due partite. Sarà molto interessante vedere come si comporteranno contro la Croazia tra due giorni.

E così se ne va un’altra giornata di gare, nella quale personalmente me ne sono capitate di tutti i colori, tra un computer quasi fuori uso, la quasi totale assenza di taxi nella notte sivigliana e un autobus preso fantozzianamente al volo. Rimane però la convinzione di stare vivendo un’esperienza fantastica, nonostante tutte le disavventure del caso, che fanno parte di questo mestiere, così affascinante e così avventuroso. Esperienze che io e i miei amici e colleghi in altri luoghi della Spagna porteremo dentro per sempre e che racconteremo ai nostri nipoti quando saremo vecchi, e loro non vorranno più starci a sentire. Perchè è anche questo secondo me il bello del giornalismo: raccontare delle storie. Non ti stancheresti mai di farlo, anche quando gli altri ne hanno abbastanza.