FIBA World Cup – Diario di viaggio. Siviglia, giorno 3

Siamo giunti al terzo giorno di partite anche a Siviglia, e il clima agonistico inizia a farsi rovente per le squadre impegnate. Oggi il programma non presenta big match come quello di ieri tra Argentina e Croazia, ma almeno da parte mia c’è tanta curiosità per vedere ciò che sarà in grado di fare il Senegal contro i suddetti croati.

E’ così che questa mattina decido di svegliarmi un po’ prima e di andare direttamente al palazzetto per tastare il territorio. Ormai i volontari e gli addetti alla sicurezza mi conoscono di faccia, e con mia grande sorpresa appena arrivato al San Pablo vengo accolto da facce cordiali e simpatiche che mi salutano e mi chiedono come va, lasciandomi dapprima un po’ stupito, ma tutto sommato felice che si sia creato questo tipo di rapporto. E’ la mia prima esperienza in una competizione internazionale da accreditato, e viverla da “dietro le quinte”, dove ho sempre sognato di essere mi emoziona. Arrivo dunque nella “Media Working Room”, che è uno spazio a dir la verità molto ampio, senza finestre e con muri grigi, ma non aspettatevi tristezza. C’è un clima molto conviviale al suo interno, e appena fuori da essa vi è un’altra piccola stanzetta dove ci possiamo rifocillare durante le pause e nella quale è sistemato un bagno non molto grande, ma pulito e confortevole. Questa mattina sono uno dei primi ad arrivare, c’è silenzio e nessuno parla della partita che sta per disputarsi: la già citata Croazia-Senegal. Nel mio cuore voglio sperare che sarà un match combattuto, ma ricordo sempre la pessima prova dei senegalesi contro la Grecia, e dopo aver visto la Croazia abbattere l’Argentina non sono per niente fiducioso.

I 40 minuti che seguiranno mi smentiranno alla grande. Seguo la partita passo passo su Twitter e quello che posso notare è che in Italia il Senegal è, come sempre quando una piccola squadra sorprende una molto più quotata, la squadra del momento. Tutti parlano di Dieng, Ndour, Ndiaye e compagni, che contro la Croazia giocano mettendo sempre il cuore oltre l’ostacolo e si producono in una prestazione fuori dall’immaginabile. In particolare Gorgui Dieng sembra essersi impossessato dei polpastrelli di Dirk Nowitzki e delle movenze in post di un grande lungo NBA, cosa che aspira a diventare, ma che ancora non è. I senegalesi si tuffano su ogni pallone, divorano letteralmente i tabelloni a rimbalzo, e in definitiva dimostrano di voler vincere più dei loro avversari.

La faccia di coach Repesa in conferenza stampa è tutta un programma. Piuttosto che parlare emigrerebbe in Senegal all’istante. Al suo fianco c’è Roko Ukic, che per la verità non sembra per nulla intimorito dall’avere al suo fianco un allenatore che ha la reputazione di essere uno dei più fumantini d’Europa. Sembra molto composto, e addirittura lucido nelle sue dichiarazioni dopo una sconfitta così bruciante. Repesa invece tira fuori tutta la sua rabbia e si lascia andare ad una dichiarazione che se l’avesse fatta un tecnico italiano diventerebbe protagonista di processi mediatici per tutto l’anno solare. L’ex coach di Roma, letteralmente, afferma che: “Se potessi scegliere non vorrei essere nato balcanico”. Successivamente aggiungerà che non lo vorrebbe a causa della “mentalità. Siamo un popolo strano, sentiamo sempre la pressione”. Sull’orgoglio e sul nazionalismo balcanico si potrebbero dire tante cose, come già si sono dette. A partire da questa dichiarazione si potrebbe scrivere un trattato di sociologia, ma mi limito a dire che mi ha sorpreso molto non tanto come dichiarazione in sè e per sè, ma per la naturalezza e la scioltezza con cui Repesa ha pronunciato la frase in questione, e anche i colleghi croati che avevo di fianco in sala stampa non mi sono sembrati così scandalizzati. Me li aspettavo molto diversi.

Il secondo match in programma è quello che vede opposte le due tifoserie più calde del girone: Argentina e Filippine. Oggi i Gilas non sembrano essere numerosi come al solito, ma il loro rumore è immutato. Si farebbero sentire anche a chilometri di distanza, e appena entra la loro Nazionale è un tripudio. Personalmente (e non solo personalmente immagino, da quanto sto leggendo sui social networks) l’uomo che tengo sempre sott’occhio durante le partite delle Filippine è Andray Blatche. Lo osservo nel riscaldamento, sempre con la stessa espressione. Non si lascia mai andare ad un’emozione, sembra sempre composto, tira con calma e indossa una neutrale canottiera bianca sopra ai calzoncini ufficiali. Nel pre riscaldamento si esercita per una decina di minuti, dopodichè rientra in spogliatoio. Si torna sul campo, parte l’inno ed è qui che, sin dalla prima partita, ho notato una cosa a mio parere impressionante: Blatche canta l’inno, parola per parola, scandisce ogni lettera con gli occhi chiusi rivolti al cielo e la mano sul cuore. Si sente un filippino a tutti gli effetti, cosa rarissima per un giocatore “naturalizzato” (Lafayette della Croazia ad esempio non è così coinvolto). Quando segna, o la sua squadra conquista un punto importante, è il primo a chiamare a raccolta il proprio pubblico, si volta verso di loro e li indica: li vorrebbe abbracciare uno per uno, e mi sembra incredibile per un americano nato in un sobborgo di New York come ci si possa calare in una realtà tanto diversa, ma lui è in tutto e per tutto inserito perfettamente in questo gruppo.

La partita vedrà le Filippine perdere di pochissimo, avendo il tiro per fare il colpaccio contro una squadra che è stata anche campionessa olimpica. Sarebbe una vittoria epocale per il basket asiatico, ma Jason William viene stoppato e con lui le possibilità delle Filippine di rendere orgoglioso il proprio popolo. Erano stati anche avanti in doppia cifra, poi sembravano sportivamente morti sul -15, fino a quando Jim Alapag, il cuore e l’anima di questa squadra ha preso in mano la partita piazzando quattro triple, una più importante dell’altra dando così vita al finale del quale vi ho appena parlato. In sala stampa coach Reyes è una maschera di delusione. Ci credeva sul serio a questa vittoria e quasi non trova le parole per descrivere la partita. Si presenta da solo, senza giocatore in barba alle disposizioni FIBA, ma nessuno lo rimprovererà per questo. E’ lui il volto della sconfitta, ma nelle sue parole c’è la consapevolezza di aver fatto qualcosa di raro: “Il mio compito è quello di insegnare a questi ragazzi a prendere i tiri migliori. Loro sono inesperti, ma lottano sempre, danno il massimo. Dispiace non aver vinto, ma è stata ancor più dura contro la Croazia”.

Sia coach Julio Lamas sia Nicolàs Laprovittola (giovane playmaker che gioca in Brasile, al Flamengo) sottolineano come sia stata una partita difficile: “La più scomoda che mi sia mai trovato ad allenare”, nelle parole del tecnico della selecciòn, che si presenta all’incontro con i giornalisti in netto ritardo facendo innervosire qualcuno, anche perchè la partita successiva sta per cominciare. Sia il coach sia il regista argentino comunque evidenziano come le Filippine ti facciano completamente stravolgere il tuo piano partita, costringendoti a fare cose che non vuoi: giocare contro di loro, in particolare quando sono sopra nel punteggio e il pubblico li incita, è un’impresa titanica, e questo rimarrà come un fatto nonostante il loro mondiale dica che siano ancora a secco di vittorie.

L’ultimo match è, come sempre fino a questo momento, quello della Grecia, che affronta un Porto Rico che dovrà fare a meno di Carlos Arroyo e di Angel Vassallo, rispettivamente il capitano e uno dei migliori attaccanti della squadra. Con queste premesse non poteva che uscirne un ennesimo successo per gli ellenici, che si confermano come la corazzata di questo girone nonostante non abbiano ancora affrontato le due squadre sulla carta più blasonate. Rimane comunque l’ottima impressione che hanno saputo trasmettere attraverso uno stile di gioco chiaramente ben rodato, compatto e solido. Una squadra che non va mai in affanno e che ha il grandissimo merito di eseguire sempre con calma, non forzando quasi mai e cavalcando i giocatori giusti al momento giusto (Bourousis all’inizio, Zisis alla fine). Porto Rico dal canto suo è forse la più grande delusione del gruppo: squadra senza capo nè coda, capace di affidarsi soltanto alle giocate dei singoli, incapace di produrre conclusioni articolate e di far girare la palla. Si salva solo il grande cuore di Barea e di Balkman, vera anima della squadra e giocatore che più di chiunque altro ha cercato di mettere in campo intensità.

Dopo tre giorni di full immersion cestistica domani le squadre (e noi giornalisti) approfitteranno di una giornata di riposo, anche se sono comunque programmati gli allenamenti di ogni compagine presente qui a Siviglia. Sarà un’occasione per mettere insieme le idee e tirare le prime somme di un girone che sulla carta sembrava scritto e che invece sta regalando ogni giorno spettacolo, partite incerte e una qualità media di basket piuttosto alta. Lo avreste detto sentendo i nomi di Senegal, Porto Rico e Filippine? Avreste detto che vi sareste esaltati per un playmaker di un metro e sessanta o per una squadra africana? Magie mondiali. Magie del basket.