FIBA World Cup – Diario di viaggio. Siviglia, giorno 5

Ultimo giorno di partite a Siviglia, una città che ha saputo ospitare nel migliore dei modi tutte le squadre, e che ha visto succedersi sul campo del San Pablo una lunga serie di match combattuti e spettacolari. In questi giorni abbiamo potuto ammirare le splendide ed eroiche Filippine, il miracolo del Senegal, la solidità della Grecia, le grandi giocate di Prigioni, Campazzo e Scola, ma anche il tantissimo talento (più volte sprecato) della Croazia di coach Repesa. Eppure oggi è tutto finito. Dopo questa giornata, che terminerà più tardi del solito (Grecia-Argentina è prevista per le 22), rimarrà soltanto un bellissimo ricordo, ma Siviglia tornerà al proprio normale ritmo di città metropolitana dalla secolare storia e dal caldo opprimente.
Mi avvio come sempre al palazzetto con grande anticipo, prendendo un autobus sul quale mi ritrovo a immaginare quali altre sorprese potrebbero capitarmi oggi. Penso, come al solito, alle Filippine e al grande mondiale che hanno disputato, che potevano avere almeno due vittorie in più se solo fossero entrati due tiri e alla faccia di coach Reyes, alla sua voce rotta da una sorta di magone che spiega bene quanto l’allenatore filippino tenga ai suoi giocatori. Entro in sala stampa, dove dopo poco mi raggiunge Marco, un collega italiano che ho conosciuto qui e col quale mi fermo a chiacchierare un po’ prima di Senegal-Filippine. Entrambi speriamo in una vittoria asiatica, perchè la squadra se lo meriterebbe, e del resto il Senegal è già qualificato e appagato dunque essendo italiani speriamo sempre in una sorta di “accomodamento” di questo tipo di partite.
Il match che ne uscirà sarà per la verità piuttosto noioso per la maggior parte della sua durata, salvo riservare un colpo di coda nell’ultimo quarto, perchè il Senegal rientra da uno svantaggio in doppia cifra e ci regala un’ultima frazione combattutissima, con le due squadre a scambiarsi canestri in rapida successione. Blatche è ispirato e si vede: uno contro uno non gli si può concedere un mezzo passo di vantaggio perchè brucia chiunque come se fosse una guardia, e poi c’è Jimmy Alapag che come ha fatto dalla prima partita guida i compagni con la consueta leadership: li dispone in campo, dice di mantenere la calma nei momenti che contano. Si va all’overtime dopo che l’ennesimo tiro per vincere nei regolamentari era finito fuori; coach Reyes in conferenza stampa racconterà di aver pensato: “Ecco, ci risiamo: un’altra sconfitta”, eppure questa volta finisce diversamente. Potrei scrivere che le Filippine hanno avuto più voglia di vincere rispetto al Senegal, ma non è stato così. O almeno: non hanno avuto più voglia di vincere oggi rispetto alle altre partite di questo girone. La loro grinta e il loro coraggio (la parola preferita di coach Reyes) è rimasto immutato: hanno un orgoglio che li spinge a fare cose che ad altri giocatori della loro altezza normalmente non riuscirebbe; pensate ad esempio che hanno vinto la lotta a rimbalzo contro i ben più fisicati giocatori africani, e se non è un record poco ci manca.

La festa delle Filippine post vittoria

La festa delle Filippine post vittoria

A fine partita i Gilas festeggiano esattamente come se avessero vinto il mondiale. Tutti i giocatori sono al settimo cielo, e con loro i tifosi. I componenti della squadra, nessuno escluso, escono dal campo e li vanno ad abbracciare tutti, i supporters accorsi al San Pablo. Stringono le mani ad uno a uno, con alcuni si fermano qualche secondo di più; Andray Blatche è sempre il più esaltato di tutti, mentre Gabe Norwood recupera la figlioletta in tribuna e se la carica in spalle portandola con sè per il giro d’onore. Le Filippine non aspettavano altro: una vittoria che arriva dopo quarant’anni di astinenza dall’ultimo mondiale. Provo a immedesimarmi in un cittadino filippino dopo questa vittoria, ma non ci riesco: solo loro possono capire cosa si prova. In sala stampa Reyes scherza: “Finalmente possiamo arrivare qui dentro per secondi”, afferma con un sorriso che definirei sardonico. Al suo fianco Jimmy Alapag è soddisfatto come non mai: i due si conoscono e lavorano insieme ormai da sette anni, dalla coppa d’Asia del 2007, che per la verità: “Fu disastrosa per noi”, come avrà modo di dire il tecnico, eppure: “Il nostro rapporto va oltre quello normale di allenatore e giocatore. Lui è il mio mentore. Insieme abbiamo passato molte esperienze”. C’è qualcosa di speciale tra i due e lo si intuisce anche perchè il coach finisce molto spesso le frasi del proprio playmaker, non per interromperlo, ma proprio perchè sembra sempre sapere cosa c’è nella sua testa.
Come avrete capito dai miei racconti in questi giorni ho adorato Jimmy Alapag sin dalla prima volta che l’ho visto, e proprio oggi che è l’ultima partita, nonchè l’ultima del playmaker numero 4 con la maglia della Nazionale, non voglio perdere l’occasione di fargli una domanda, così gli chiedo di spiegare il rapporto speciale che c’è tra le Filippine e il basket. Mi risponde che: “è semplicemente nel nostro dna, è una passione che abbiamo dentro”, come noi italiani con il calcio, se non probabilmente di più. L’anno scorso hanno organizzato la Coppa d’Asia in casa (si sono arresi solo all’Iran in finale), e ogni giorno c’erano più di ventimila filippini al palazzo per supportare la squadra. Qui a Siviglia ce ne saranno stati poco più di un migliaio e il rumore che hanno saputo produrre non è descrivibile. Non voglio pensare a cosa possano essere ventimila filippini che per quaranta minuti gridano: “GILAS, GILAS”. Un’esperienza che ti rimane dentro, immagino.

A fine partita Jim Alapag saluta anche i rappresentanti senegalesi

A fine partita Jim Alapag saluta anche i rappresentanti senegalesi

Croazia-Porto Rico non ha molta storia in sè e per sè come partita di basket, perchè i croati la dominano dal primo all’ultimo secondo, concedendo soltanto un’ultima passerella ad un mai domo JJ Barea (31 punti, massimo nel suo mondiale). Ciò che è interessante da riportare sono i rumors che si erano rincorsi incontrollati da diverse ore prima della partita secondo i quali ci sarebbe stato una sorta di ammutinamento dei giocatori croati nei confronti di coach Repesa: sarebbero addirittura venuti alle mani, e se il coach si sarebbe presentato per allenare i giocatori non si sarebbero presentati in campo. Niente di più falso. Non solo perchè tutte queste voci sono state categoricamente smentite da diversi “insiders” croati, ma anche alla prova dei fatti. La Croazia infatti comincia la partita con un parziale bruciante di 15-0, con tutti i giocatori del quintetto a segno, uno scintillante Bogdanovic e un ottimo Saric. Voci smentite, Repesa tranquillo in conferenza stampa e Porto Rico archiviato.
Due ore di pausa tra una partita e l’altra sono realmente interminabili: bisogna inventarsi una qualsiasi cosa da fare, e alla fine le passo quasi interamente con il collega Marco, col quale commentiamo le partite finora osservate e ci chiediamo se la Grecia sarà in grado di ripetere le proprie ottime prestazioni anche con un avversario scomodo come l’Argentina. A suo parere l’unico modo che hanno gli argentini per vincere questa partita è metterla estremamente sul fisico, perchè tecnicamente i greci sono superiori. Io mi trovo d’accordo, ed effettivamente l’inizio di partita conferma le nostre sensazioni. Per l’intero primo quarto Katzikaris non effettua un singolo cambio, la squadra trova un ritmo perfetto e dimostra di poter controllare agevolmente anche questa partita. Perfino nei momenti di estrema difficoltà, sul meno due e possesso argentino, la Grecia non si scompone di un centimetro, mantiene la calma, piazza due giocate di energia e intensità e ricaccia sempre indietro i propri avversari. La loro è una strapotenza soprattutto mentale: in diversi anni che seguo il gioco del basket quasi mai mi è capitato di vedere una squadra così presente a sè stessa, che sapesse sempre cosa fare in ogni circostanza, come se fosse robotizzata, e sicuramente mai ne ho vista una così dal vivo. Se Bourousis avesse giocato come sta giocando in questi giorni anche a Milano almeno un titolo prima di quest’anno l’Olimpia lo avrebbe vinto. Coach Katzikaris sembra aver trovato la chiave per far funzionare una squadra costruita con criterio e sulle giuste basi. Dal canto suo l’Argentina di coach Lamas, da buona squadra latina quale è, si lascia troppo spesso trascinare dalle emozioni, che per certi versi può anche essere una buona cosa perchè giocatori come Campazzo, Prigioni e Scola a volte tirano fuori delle giocate che hanno il potere di esaltare emotivamente tutta la squadra e di rilanciarla, ma dall’altro c’è il rovescio della medaglia: la squadra si innervosisce troppo spesso, difende sempre con le mani addosso, viaggiando sulla linea del fallo troppo spesso e questo finisce col penalizzarli. Ora li attende un ottavo di finale da brividi col Brasile, mentre per la Grecia ci sarà la discontinua Serbia che è stata di scena a Granada.
Finisce dunque così la mia esperienza al mondiale. Starò ancora qui a Siviglia per tre giorni, ma non ci sarà più basket nelle mie giornate, o perlomeno non ci sarà più basket visto dal vivo. Trasmettervi le emozioni su carta (virtuale) non è facile, ma vi dirò che questi giorni spagnoli mi hanno fatto capire tante cose, sul basket, ma anche su me stesso. E’ stata un’esperienza probante per certi versi, ma ancor più è stata stimolante: ho conosciuto persone da ogni parte del mondo, tutti appassionati come e più di me a questo sport che ci riempie i cuori. Anche oggi, nell’ultimo giorno, ho conosciuto Jino, un giornalista filippino col quale ho parlato del loro basket esprimendo il mio più totale supporto alla loro squadra. Mi ha detto che sono il benvenuto a una qualsiasi partita della PBA (il locale campionato di basket), e adesso un viaggio a Manila per vederne una è balzato in cima alla lista dei viaggi da compiere. Il punto è che fare parte da dietro le quinte di una competizione così prestigiosa e importante, con così tanti giocatori, allenatori e persino giornalisti di alto livello ti apre la mente in una maniera che non avrei mai potuto immaginare. Forse è proprio questo il lascito più grande di questa prima fase del mondiale per me. Il basket non si limita mai al basket stesso: ho imparato che è cultura, modi di vivere e di stare assieme diversi, ma ugualmente rispettabili. Ho visto senegalesi, croati, argentini, filippini, greci e portoricani esultare ai canestri delle loro squadre, ognuno con un tipo di orgoglio differente, ma tutti riconducibili alla stessa matrice. Lo posso dire: ho assistito al mondiale di basket dal vivo per cinque giorni, e per questo tempo mi sono sentito un privilegiato, una persona fortunata a fare quello che stavo facendo, e che rifarei ogni giorno della mia vita. Ora è tempo di tornare alle cose di tutti i giorni, con la convinzione che soltanto il basket sa regalare certe sensazioni.