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Marshall Henderson e il percorso dell’eroe

Quando Marshall Henderson arriva in Iraq, quasi un anno fa, sono passati due anni da quando l’America si è dimenticata di lui. Il talento di Ole Miss. La grande speranza bianca, che al tempo stesso è un gangsta come un nero. Parla come loro, soprattutto. Si veste come loro. È il bianco che piace ai bianchi anche perchè non fa cose da bianchi, e quindi può dare ai ragazzini borghesi che vanno a fumare fuori dalla scuola da 10000 dollari l’anno una scusa in più per continuare a comportarsi così: “lo fa anche Marshall, e guarda dov’è arrivato”. Già, dov’è arrivato Marshall Henderson? Per qualche anno neanche il cielo sembrava poter essere un limite per questa guardia con il numero 22 sulle spalle, quello di Ricardo Izecson dos Santos Leite, altrimenti conosciuto come Kakà, altro bianco nato e cresciuto in un Paese dalle forti contraddizioni sociali e dalle grandi distinzioni basate sul colore della pelle, con il quale però condivide appunto soltanto solo il numero, perchè Marshall è uomo di pasta opposta rispetto all’ Atleta di Cristo che fece grande il Milan. Per qualche anno, due per la precisione, il nome Marshall Henderson è stato sinonimo di incubi per le difese della SEC, la Conference nella quale è inserita Mississippi, la terza università in tre anni per il ragazzo da Fort Worth, Texas. L’anno da freshman, il primo dopo il liceo, l’aveva passato a Utah, ma nonostante gli 11 punti di media aveva deciso di tornare nello Stato natìo e di muoversi verso Texas Tech. Quando i Raiders cambiano allenatore prima dell’inizio della stagione, però, le chance di scendere in campo per Henderson si riducono drasticamente, e così non gioca neanche una partita nel suo anno da sophomore. Altro giro, altra corsa e si cambia nuovamente, direzione South Plains Junior College. È l’anno della rinascita, perchè in un ambiente più a misura d’uomo e senza alcuna pressione l’adolescente Marshall si trasforma nell’uomo che farà impazzire l’America di lì a poco. I punti segnati ad allacciata di scarpe sono oltre i 20, e la conquista del titolo di MVP della Western Junior College Athletic Conference, così come quello di Junior College Player of the Year sono solo una formalità. Ma i titoli di MVP non sono mai significati nulla per Marshall Henderson. Probabilmente inizia qui la fase in cui il nostro inizia a guardare al basket non più come a una passione, ma come qualcosa di più vicino a un obbligo. Come immaginarsi senza basket? Probabilmente è la cosa più naturale da fare per lui in quel momento, perchè senza basket sarebbe soltanto un altro ragazzo bianco come tanti. Sul parquet, invece, gli avversari lo temono e i tifosi pendono dalle sue labbra. Giocare a basket è bello, ma è anche l’unica cosa plausibile da fare nella vita di Marshall Henderson.

L'eroe.
L’eroe.

[Marshall Henderson] is the new Seymour Levov

Il discorso che andrò a sviscerare tra poco, in realtà, si potrebbe applicare per tanti giocatori di basket, o in generale per tanti sportivi che hanno avuto successo, ma poi per qualche motivo non sono riusciti a sfondare, ma lo tiro fuori in questo contesto perchè diventa possibile operare un confronto in una maniera più sensata. Prima che mi insultiate perchè non state capendo di cosa o di chi sto parlando, fatemi fare chiarezza. Seymour Levov non è una persona realmente esistita. È il protagonista di un bellissimo romanzo, “Pastorale Americana”, scritto da Philip Roth nel 1997. Seymour Levov è soprannominato “Lo Svedese”, ed incarna alla perfezione l’ideale dello sportivo, dell’atleta perfetto. Nella sua scuola è venerato, letteralmente adorato da tutti (anche dal narratore del romanzo) come un semidio. Gioca anche a basket, oltre che a football e a baseball. E lo fa dannatamente bene, ma in un contesto nel quale, di fatto, è l’unico a saper stare in campo, in una scuola, il liceo di Weequahic, mai famosa per i risultati sportivi ottenuti sul campo. Nel romanzo viene più volte detto che, per una scuola così piccola, avere un fenomeno come Lo Svedese, in qualche modo elevava tutti a una condizione superiore. Il narratore, in particolare, vive i propri sogni attraverso i successi (solo individuali) di Seymour Levov. Lo sportivo senza macchia e senza paura, però, viene visto come tale soltanto per ciò che fa in campo. Il narratore non conosce realmente Seymour Levov. Conosce solo Lo Svedese, il suo alter ego. Per dirla in un’altra maniera, conosce Spider Man, non conosce Peter Parker. Per Marshall Henderson è la stessa cosa. Tutti lo hanno sempre adorato, sin dal liceo, quando per la piccola L.D. Bell High School allenata dal padre, Willie Henderson, Marshall poteva vincere da solo le partite. Per i suoi compagni di scuola era il ragazzo che segnò 2289 punti nella sua carriera liceale, era un primo quintetto All-County, era la guardia da 25.8 punti di media, era, citando un estratto proprio da “Pastorale Americana” che mi sembra calzi a pennello: “il ragazzo da cui tutti volevamo farci guidare nel cuore dell’America”, ma cosa ne sapevano del Marshall Henderson che rifaceva la borsa e tornava a casa? Sapevano che fumava marijuana e che aveva un problema con l’alchool sin da quando era ragazzino? La figura sociale e pubblica di Marshall Henderson era ben diversa da quella privata.

Essere perfetti.
Essere perfetti.

In questo le storie di Marshall e di Seymour Levov divergono, perchè secondo ciò che si racconta dall’inizio del romanzo, Lo Svedese era perfetto anche tra le quattro mura di casa, era guidato da una morale di comportamento ineccepibile, e impediva a qualunque fattore esterno di rovinare la sua vita apparentemente perfetta. Poi arrivano i traumi, sia per Marshall nella vita reale, sia per Lo Svedese in quella letteraria, ma pur sempre di traumi si tratta. Non svelo quello di Seymour Levov nel caso qualcuno di voi voglia leggere il romanzo (e vi consiglio di farlo), ma per Marshall Henderson il trauma si presenta in forma di squalifica. Dopo il Junior College le offerte dalla Division I fioccano, ma lui sceglie Mississippi, una scuola della SEC che con lui vuole puntare finalmente ad un titolo di Conference e ad una apparizione al Torneo NCAA. Le cose, in campo, funzionano a meraviglia: Marshall è nuovamente il leader di una squadra, e la sua energia esalta le folle, ma è fuori dal campo che qualcosa nella solita narrativa del maschio bianco americano che trascina gli altri e non deve chiedere mai va storto. Un’indagine del 2012 porta a galla ciò che era successo nel 2009, quando Henderson aveva comprato della marijuana e pagato con 800 dollari, peccato che fossero falsi. La persona sbagliata si era arrabbiata molto e Marshall Henderson finisce in carcere per 25 giorni. Inoltre alcuni test anti droga effettuati durante il corso del 2012 danno esito positivo, sia per la cannabis sia per la cocaina. Marshall Henderson passa dall’essere una sorta di eroe nazionale, dopo il titolo della SEC conquistato nell’anno da Junior, con annesso upset su Wisconsin al Torneo NCAA, e probabile scelta al secondo giro del Draft NBA, a persona sgradita e fuorilegge. Mississippi lo sospende per tre partite e, per sua stessa ammissione in un’intervista dell’anno scorso: “da qui le cose hanno iniziato a precipitare”. Torniamo a Philip Roth, perchè il nostro autore ha una spiegazione per il fallimento, o almeno ce l’ha per quello dello Svedese: “la causa del disastro dev’essere, per lui, una trasgressione”, afferma il narratore, ma può essere applicabile anche per Marshall Henderson?

Dalle stelle all’Iraq

Può, un solo sbaglio, per quanto grave, cancellare completamente tutto ciò che di buono abbiamo fatto nella nostra vita? A quale Marshall Henderson scegliamo di credere? Scegliamo di volere bene al giocatore di basket elettrizzante, maestro di trash talking e seminatore di panico tra le difese delle grandi squadre d’America, oppure scegliamo di odiare il drogato, l’alcolista e il ragazzo poco professionale che si lascia andare fuori dal campo? Come ogni cattivo dei fumetti che si rispetti, anche Marshall Henderson ha due facce, che non lo rendono né totalmente buono né totalmente cattivo. Sarebbe molto facile per noi tifare per lui solo in quanto giocatore, ma allo stesso tempo non possiamo eliminare il lato deviante dell’ex giocatore di Ole Miss.

Dopo il college la possibilità di essere scelto al secondo giro del Draft NBA svanisce. Lo chiamano soltanto Houston e Sacramento, ma si tratta di provini per le rispettive squadre di D-League. Marshall si presenta, ma è poco convinto, e non se ne fa niente. Il suo agente deve fare affidamento a tutta la sua creatività per rimediargli un ingaggio da qualche parte nel mondo, ma non deve ricorrere a posti esotici, perchè si presentano un paio di opportunità in Italia. Lo testano sia Tortona in Legadue sia Varese per la Serie A, ma nessuna delle due squadre se la sente di andare fino in fondo: troppe red flags su quello che sicuramente è un talento, ma che si porta dietro un passato difficile sul quale diventerebbe molto rischioso scommettere. Marshall fa le valige e cambia nuovamente aria, questa volta sì per una destinazione più esotica, perchè è la volta del Qatar, dove firma per l’Al Rayyan di Doha. La stagione va bene, la conclude con 17.5 punti a partita e 5.6 rimbalzi, ma ormai lo status di Marshall Henderson è definitivamente quello di un professionista, nel senso americano del termine. Per professionista si intende una persona in alcun modo legata affettivamente al proprio posto di lavoro, e che quindi, qualora trovasse condizioni economiche migliori in un’altra società, è libero di andarsene da un giorno all’altro senza troppi problemi. Da europei e da tifosi siamo portati a considerare questa visione del lavoro di atleta come mercenaria e votata solamente alla ricerca del denaro, ma personalmente non mi sento di condannarla, soprattutto quando si parla di giocatori americani, che non sono cresciuti con il concetto di “bandiera” nello sport, fatte salve alcune eccezioni che pur esistono, ma questo sarebbe un discorso ampio che forse un giorno affronteremo. Sta di fatto che, in quest’ottica, un giorno Andre Buck, l’agente di Henderson, lo chiama al telefono, proponendogli l’offerta che gli è stata messa sul piatto da un club iracheno, il Nift Al Janoob, con base a Baghdad.

L'eroe diventa anti eroe a Varese
L’eroe diventa anti eroe a Varese

Non sono americano, quindi non riesco a capire quale idea esattamente abbiano loro dell’Iraq, ma conosco abbastanza bene la loro rappresentazione televisiva e mediatica di questo Paese, chiaramente visto come nemico e ostile verso i valori americani per ragioni che non devo certo spiegarvi io in questa sede. Eppure Marshall Henderson, per qualche motivo, accetta. In un mini documentario di circa dieci minuti girato da VICE Sports l’anno scorso, Henderson ammette di averci dovuto pensare un po’. “Era uno di quei Paesi nel quale non avrei mai considerato di giocare, ma alla fine ho accettato”, afferma l’ex Mississippi, che viene accolto da una piccola delegazione di quelli che all’apparenza sembrano dirigenti della squadra e poi sistemato in una stanza d’albergo. Il documentario segue le vicende di Henderson nella sua avventura irachena, e scopriamo che “non usciamo molto da casa. La nostra vita è da casa alla palestra per l’allenamento o per le partite. Ma non è per ragioni di sicurezza. Non usciamo e basta”. Risulta difficile credere che la sicurezza non abbia un ruolo nelle scelte di vita di Marshall, che racconta di sentire ogni tanto il rumore di colpi di pistola, ma ancora una volta pone l’accento sul fatto che l’ambiente sia generalmente sicuro e molto diverso dall’immaginario tipo che può avere un americano medio dell’Iraq. Ciò che colpisce in questi dieci minuti è la totale spontaneità di Marshall Henderson, che ammette molto candidamente di giocare a basket ormai per soldi: “In Medio Oriente danno molti più soldi che in Europa. L’anno scorso in Qatar mi davano 5000 dollari al mese, qui me ne danno 9000 e stanno parlando di raddoppiare questa cifra se rimango l’anno prossimo”. Per Marshall giocare a basket è come andare in ufficio, e che lui lo ammetta con così tanta onestà mi ha un po’ scioccato, perchè in un documentario incentrato quasi interamente su di lui, avrebbe potuto impostare una narrativa di redenzione, parlando del giocatore così legato a questo sport che è disposto anche ad andare in Iraq pur di riconquistare il proprio sogno NBA. Invece le parole National Basketball Association vengono pronunciate forse una sola volta, e in generale il 22 (che è ancora il suo numero) non fa accenno al voler tentare ancora quella carta.

Il sistema iracheno è molto diverso da quello europeo, come possiamo ben immaginare. Come viene confermato anche da altri giocatori americani, i soldi sono garantiti, almeno sulla carta, ma vengono erogati in contanti, e non sempre in modo puntuale. Gli agenti devono svolgere un vero e proprio ruolo diplomatico, contrattando con le scaltre dirigenze dei club. In qualche modo Marshall riesce a raggiungere un accordo per il quale lo stipendio gli verrà versato per metà prima e per metà dopo l’ultima partita di campionato che deve disputare la sua squadra, e infatti vediamo un uomo robusto e ben piazzato avvicinarsi a lui e consegnargli direttamente in mano un mazzo di quelli che sembrano dollari americani, e che sicuramente sono soldi contanti, che Henderson conta distrattamente prima di riporre all’interno di un contenitore. L’ultima partita di Marshall Henderson è una finale 3-4 posto del campionato iracheno, e anche qui l’onestà del giocatore è disarmante: “Dicono sia una partita importante, ma è solo per decidere il terzo e quarto posto. Se non possiamo vincere il campionato che motivo c’è di giocare seriamente?”. E ancora una volta viene da chiedersi se veramente, per citare ancora “Pastorale Americana”, “il basket è un’altra cosa” oppure se tutto sommato sia anche giusto vederla come la vede Marshall. E in questo caso, ancora, quale Marshall scegliamo? Il Marshall Henderson eroe a Mississippi, quello che ha fatto sognare i tifosi, il leader di una delle tante Cenerentole di Marzo, alla fine dei conti, esiste ancora? Oppure siamo di fronte a un anti eroe disilluso e che, semplicemente, ha fatto i conti con la vita vera dopo aver vissuto un sogno lungo diversi anni?

La parabola dell’eroe, probabilmente, è sempre destinata a concludersi con un finale amaro, nel quale il protagonista è costretto a fare i conti con la realtà delle cose, con il fatto che è impossibile salvare tutti dal proprio destino, in primis sé stessi. Marshall Henderson sembra averlo capito. La sua ultima fermata, dopo l’Iraq, sono stati i Reno Bighorns nella D-League, e un breve approccio con i Sacramento Kings in NBA. Anche in quel caso è finita male, con il taglio della guardia, una volta adorato da tutti e adesso indissolubilmente portato a compiere il proprio destino, qualunque esso sia.