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Maurizio Buscaglia – Come insegnare la pallacanestro

Raramente ho visto una squadra italiana mettere così tanto in difficoltà Milano, per giunta in un doppio confronto andata/ritorno, come ha fatto Trento nei Quarti di Finale di Eurocup, arrivati ieri all’atto finale con la stupefacente vittoria (79-92) al Forum di Assago. Raramente ho visto un allenatore impostare così bene un piano partita per sfruttare tutte le lacune del roster avversario. Soprattutto, però, raramente ho visto un allenatore far rendere giocatori che in altre realtà hanno fallito o non sono mai stati protagonisti, vuoi per carenze proprie, vuoi per un sistema di gioco che non ne sapeva esaltare i pregi mettendone magari a nudo solamente i difetti.

Questo allenatore è Maurizio Buscaglia, uomo che andrebbe lodato solamente per essere riuscito a far giocare a pallacanestro Tony Mitchell e a trasformare Lechthaler in un fattore contro quella che, a bocce ferme, dovrebbe essere la squadra più forte d’Italia. Coach Buscaglia che, tra le altre cose, si era già messo in luce lo scorso anno, venendo nominato Miglior Allenatore della Serie A e che aveva già fatto vedere ottime cose in LegaDue; inevitabile che, il prossimo anno, qualche squadra “di punta” metta gli occhi su di lui in maniera prepotente, altrimenti potremmo pure smettere di seguire la pallacanestro. Il capolavoro europeo messo in scena nel doppio-confronto con l’Olimpia è di una bellezza stordente anche per chi si approcci per la prima volta al mondo della palla al cesto, poiché la differenza nella qualità del gioco e nell’organizzazione tattica è stata lampante; Trento ha surclassato Milano con una coralità di gioco spaventosa, specialmente nel ritorno giocatosi ieri, laddove invece i biancorossi hanno cercato di affidarsi unicamente a individualità e talenti a folate dei vari Simon, Gentile, Kalnietis e via dicendo. Sarà pur vero che Sutton ha giocato le due miglior partite europee proprio contro Milano (il 70.6% da due punti è un qualcosa di spaventoso, per un giocatore che tra RS e Last 32 viaggiava con il 53%) e che Pascolo ha banchettato come poche altre volte in carriera, ma vedere Poeta dispensare l’arte della pallacanestro e Lechthaler essere un fattore importante nell’economia del match fa riflettere molto. Milano è stata troppo brutta per essere vera, perché se anche un gran tiratore come Lafayette non la mette mai, pur avendo spazio, allora si capisce bene il perché la serata sia iniziata male e sia finita pure peggio per i lombardi; ma non ci sono solo i demeriti di un’Olimpia che paga l’assenza di un centro e la confusione di Repesa (peraltro non è la prima volta) nella gestione dei quintetti. Ci sono anche i meriti di Buscaglia, appunto.

Innanzitutto, la scelta, per quanto obbligata, di richiamare in panchina un Wright che aveva appena speso il suo quarto fallo a inizio ripresa si è rivelata, vuoi per fortuna o per audacia, la migliore possibile: senza l’ex-NBA, Trento ha piazzato il parziale che ha chiuso definitivamente i conti, giocando con Lechthaler da 5 e Pascolo da 4 e qui sta il primo capolavoro di Buscaglia. Lechthaler non aveva mai giocato oltre 6′ di media in questa Eurocup, fatta eccezione per gli Eightfinals contro Saragozza, mentre contro Milano sta in campo 14 minuti e 41 secondi di media nel doppio-confronto; nel ritorno di ieri sera è uno dei fattori chiave nel terzo quarto, in cui Trento scappa sul +15 e archivia la pratica, riuscendo a trovare buone soluzioni in attacco (l’assist per Pascolo è un qualcosa da vedere e rivedere) e ad essere un totem difensivo. Non male per un giocatore che, secondo molti, a questi livelli non sarebbe manco dovuto scendere in campo. Il lavoro più importante, però, Buscaglia l’ha fatto a livello mentale, motivando una squadra che in Campionato non vince praticamente più e che vive di rotazioni sempre più corte causa acciacchi vari e infortuni di lungo periodo. Arrivare al Forum e giocare un primo quarto con quell’intensità e quella organizzazione è stato il vero colpo dei trentini, poiché gli ospiti sarebbero potuti sprofondare specchiandosi nell’amministrazione di un discreto vantaggio accumulato all’andata anziché giocarsi a viso aperto pure il ritorno. E invece la tensione è stata massima e costante, mentre Milano si è sciolta come neve al sole sotto le giocate essenziali di un asse play-pivot che la palla, praticamente, non gliel’ha mai fatta vedere se non quando era già nella retina.

Le percentuali, poi, non sono bugiarde, perché è pur vero che Trento ieri ha tirato con il 38.5% da tre punti e con un irreale 65.9% da due, ma i numeri rispecchiano solamente una costruzione del gioco offensivo che, per come è stata attuata, porterebbe a scuola anche qualche team di Euroleague. Milano ha sofferto molto nel gioco interno, trovandosi obbligata a raddoppiare sistematicamente i lunghi avversari, ma Trento ha interpretato bene questa sofferenza, alternando giocate individuali di Wright e Lechthaler, con tagli a canestro di Pascolo (specialmente nel primo tempo) e con passaggi laterali a una mano dal post verso gli angoli, laddove Poeta, Flaccadori e Forray hanno trovato tiri puliti e con spazio a causa dei raddoppi difensivi dei biancorossi sui lunghi. Fondamentale, poi, l’intensità difensiva dei trentini che ha generato recuperi su linee di passaggio quantomeno audaci dei milanesi e prodotto facili punti in contropiede (specialmente di Sutton). Tutte queste situazioni non possono essere figlie di una sporadicità occasionale o della classica “partita della vita”, quanto piuttosto rappresentano lo specchio di una realtà allenata magistralmente da Buscaglia (e il suo staff) e la consapevolezza di una società che ha voluto proseguire nel solco della continuità anche quando la retrocessione in B era una certezza (prima che arrivasse la wildcard per la DNA, era il 2o11). Una società che ha dato modo a Pascolo di crescere in un percorso umano, prima ancora che tecnico, per diventare uno degli italiani più dominanti del Campionato; una società che ha rifirmato costantemente Forray come play titolare perché l’etica del lavoro e il rispetto dei ruoli vengono prima di qualsiasi trofeo. Da Trento c’è solo da imparare, a prescindere da come possa finire questa stagione. Da Buscaglia, manco a dirlo, c’è da apprendere l’arte di cosa debba essere, ancor prima che fare, un capo-allenatore; che poi, vedendolo esultare e applaudire per ogni minimo recupero difensivo, non credo nemmeno che il termine “capo” (o “head”) gli vada a genio, preferendo pensare che il buon Maurizio si veda come l’uno in mezzo ai tanti della splendida realtà che ha contribuito a forgiare.