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¿Qué es la vida? Una ilusión – Lode al Re, lode a “La Bomba”

Mi immagino già, inevitabilmente e ansiosamente, quel triste giorno in cui passione e sport si mescoleranno ancora una volta, ma in quell’occasione a fondersi in un momento che forse più triste non potrebbe essere. Capite bene che per chi è stato “iniziato” alla pallacanestro da una tripla di Juan Carlos Navarro, quel giorno è il ritiro del Rey, la fine di un’epoca di dominio tutto catalano, manco fossimo qui a raccontarci storie incostituzionali di secessione regionale, laddove la Catalogna dovrebbe richiamarsi all’antico regno di Aragona per far valere un valore statutario che le permetterebbe di staccarsi istituzionalmente dalla Spagna senza violare la cosiddetta costituzione materiale iberica. Capite bene, però, che per quanto possa discernere di storia politica e di storia costituzionale, non è questo il mio obiettivo in un articolo che si propone ben altro taglio.

Il giorno, peraltro, si avvicina inesorabilmente e mi attanaglia sempre più il cuore, nella triste convinzione che un’epoca della pallacanestro è destinata a concludersi e che, per me, sarà difficile trovare un nuovo idolo sportivo che prenda il posto de “LaBomba”, nome che ormai ha segnato parte della mia esistenza, non so dirvi bene nemmeno per quale motivo. Sapete, ogni sbarbato (nell’accezione più anagrafica possibile del termine) ha bisogno di trovare idoli, di identificarsi in idoli e, soprattutto, di venerare idoli: sportivamente ne ho avuti tanti, partendo da Del Piero, per arrivare a Schumi, passando per Buffon, Hermann Maier e Ghedina; eppure nessuno mi ha mai trasmesso quanto Juan Carlos Navarro, l’unico per cui avrei smesso di fare qualsiasi cosa (incluso dedicarmi ad attività ludico-ricreative che si svolgono in un duetto tra candide lenzuola e cuscini ben morbidi) solamente per accasarmi davanti a un apparecchio televisivo e gustarmi un match del Barça. 1000, 1001, 1002, non importa quante saranno le presenze con la camiseta azul-grana del Rey, perché non potrà mai essere un banale numero a dare la completa dimensione di un fenomeno; non basteranno le 579 triple realizzate o i 765 assist in 303 partite di Euroleague (finora), non basterà il 38.2% in carriera da 3 punti nella massima competizione europea per club, né basterà il classico floater. Non basterà nemmeno la parabola ad arco con cui sai che immancabilmente prima o poi la retica Navarro la buca come fosse la più classica delle sentenze sportive; e forse non basteranno nemmeno i Clasicos in cui bastonò più e più volte un Real Madrid rivale di sempre.

Navarro è molto altro, almeno per me. Per me è poesia applicata all’arte del gioco della palla al cesto, illusione che si materializza nel suono dei fischi di un pubblico di Belgrado che capisce la caratura dell’avversario e fischia per ben 21 triple prima che arrivi quella destinata a non muovere la retina, in un riscaldamento che è passato alla storia come pochi altri nello sport. Non che sia un evento trascendentale, eppure riesce ad esprimere il valore simbolico della paura di un pubblico che sa bene chi sia (e cosa possa fare) Juan Carlos Navarro, perché non possiamo sempre risolvere il tutto nella più classica delle motivazioni di incultura sportiva. “La Bomba” per me è Spagna-Macedonia all’Eurobasket 2011, partita in cui Pero Antic si rammaricò con se stesso per essere uscito in tempo sulla tripla dall’angolo del Rey, con il macedone già sicuro dell’esito finale della giocata tanto da voltare le spalle al canestro e partire in transizione. Per me la pallacanestro è questa: un giocatore in grado di farti innamorare. Per mio padre fu Toni Kukoc, per mio figlio probabilmente sarà un nuovo LeBron o un nuovo Steph Curry, ma il romanticismo sta anche nell’avere un solo idolo, il primigenio, quello che ti ha fatto innamorare così tanto da spingerti a scrivere costantemente puttanate su un sito che, con tutta la presunzione del mondo, non è poi così male. Un amore che ti ha spinto a conoscere uno sport di cui non sapevi manco le regole (e non le so tuttora, beninteso) e a ricercare motivi socio-politico-economici dietro al mondo della palla a spicchi, per raccontare in un’ottica diversa un mondo dalle 235 sfumature diverse, in cui sempre più persone si appassionano. Ah, se vi state chiedendo cosa indichi quel 235, ebbene sono le rubate complessive di Navarro in Euroleague. Capite che è una malattia?

Nel caso non lo capiste, vi riporto un ultimo, breve, pensiero. Navarro è l’essenza di una gioventù sportiva che ormai, almeno per me, volge al termine con un processo di maturazione che mi porta a vedere la pallacanestro con nuove lenti, non più quelle sgangherate dell’inesperienza, bensì vetri nuovi, più refrattari, capaci di far vedere meglio ciò che è la realtà e ciò che circonda quel fantastico mondo della palla a spicchi. L’essenza incarnata a figura di idolo sportivo che ha fatto maturare in me una consapevolezza completamente nuova nella concezione di cosa possa essere (e di cosa possa rappresentare) una disciplina sportiva; un qualcosa di mistico e romantico che non si arresterà nemmeno con il suo ritiro, per carità. Ma è certo, che il ritiro di uno dei più grandi giocatori europei di pallacanestro (opinione personalissima, ma non provate a contraddirla) renderà il tutto un po’ più triste e un po’ più apatico.