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Tutti i colori dell’Arcobaleno – Amare spasmodicamente Juan Carlos Navarro

Photo Credits: FIBA.com
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Si può amare un giocatore di pallacanestro? O meglio, si può amare un giocatore di pallacanestro probabilmente come si amerebbero un compagno o una compagna di vita? Probabilmente no, perché bisogna avere qualche rotella fuori posto per paragonare un rapporto d’amore, anche materiale, con un’idolatria che potrebbe comunque non conoscere confini. Eppure, se un giocatore vi ha iniziato a un certo sport, tale considerazione si ribalta inevitabilmente, facendovi capire che può esistere anche una benché minima possibilità che vi proietti, partendo da una pura adulazione, in una dimensione quanto meno simile a quella dell’amore. E allora, capita che baleni per la mente l’idea di spiegare un giocatore con i colori dell’arcobaleno. Nel caso, poi, nemmeno questo fosse vero, non importa. Perché ci penserò io.

Nel 1672 Isaac Newton distinse solamente cinque colori primari nello spettro dell’arcobaleno (rosso, giallo, verde, blu e violetto), mentre arancione e indaco furono inseriti solo successivamente. La composizione cromatica così specificata, in 7 diversi colori, ha segnato la storia di più materie: dalla socialità (basti pensare alla bandiera della Pace) alla musica (ricordate la copertina dell’album “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd?), passando per movimenti di liberazione (il Sudafrica post-apartheid è stato rinominato “Rainbow-Nation”, per indicare la pluralità di etnie presenti sul territorio sudafricano). A me preme usarlo, forse impropriamente e forzatamente, per spiegare un giocatore di pallacanestro. Follia, certamente. Ma tant’è.

ROSSO – Fin troppo facile da intuire a cosa si possa associare il colore in questione: alla Roja, alle Furie Rosse, alla prima divisa di una Spagna a cui Navarro ha dato tutto e forse di più. E con la quale ha vinto qualcosa come 9 medaglie in competizioni ufficiali FIBA (due argenti e un bronzo olimpici, un oro mondiale, due ori, due argenti e un bronzo europei). Avrebbero potuto essere 11, ma la sfortuna a volte si mette di traverso sui binari che separano un giocatore dalla leggenda della gloria eterna e gli impedisce di partecipare a due edizioni consecutive di Eurobasket per una fascite plantare che non sembra poter dar tregua. Cinque partecipazioni ai Giochi Olimpici, con il rimpianto nemmeno troppo velato di aver realizzato la miglior prestazione personale in un’Olimpiade proprio nella Finale londinese del 2012 contro Team USA (21 punti e 2 assist).

ARANCIONE – Una delle foto più belle, raffigurante Pau Gasol e Juan Carlos Navarro insieme, è quella in cui i due giocatori guardano compiaciuti una lavagna sulla quale una scritta recita “Campeones 3-0”. Era la stagione 1998/1999, il Barça si trovò a disputare le Finali di Liga contro il Siviglia e la coppia di giovani talenti catalani era agli esordi della carriera, tanto che i due non giocarono alcuno dei tre match contro il Caja San Fernando. Gasol vestiva il numero 17, Navarro il 16 e, a fare da chioccia ai due, c’era un certo Sasha Djordjevic. Una foto emblema di un’amicizia che si sarebbe protratta fino al presente, passando per momenti difficili: su tutti, la dichiarazione con cui Gasol rispondeva alla domanda “che cosa ti mancherà di più della Spagna?” quando decise di andare in NBA a spiegare l’arte del post. Manco a dirlo, la risposta fu “Navarro”.

Photo Credits: ACB.com
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GIALLO – Se c’è una partita, più di qualsiasi altra, che dà la dimensione di che tipo di giocatore sia Juan Carlos Navarro, quella partita è sicuramente Spagna-Macedonia del 16 settembre 2011. In un match che avrebbe stabilito chi, tra spagnoli e macedoni, avrebbe avuto accesso alla Finale del torneo continentale, La Bomba mise in atto uno show offensivo clamoroso, rispondendo colpo su colpo alle giocate di un McCalebb dominante e facendo disperare coach Dokuzovski come poche altre volte in carriera. 35 punti (8/14 da due, 5/9 da tre, 4/4 ai liberi), 4 rimbalzi e 1 assist, in quella che fu, con tutta probabilità, la partita che gli consegnò il titolo di MVP della rassegna continentale. Emblematica la scena in cui Antic si batte i pugni sul petto per averlo perso in angolo sullo scarico di Rudy Fernandez, sintomo di una partita in cui comunque Navarro sembrava fare letteralmente un altro sport. Guardare, per credere.

VERDE Linea verde, termine impropriamente – a mio avviso – utilizzato per indicare la scelta di affidare a giovani di belle speranze una determinata situazione. Era il 25 luglio 1999. A Lisbona si disputava la Finale del Mondiale Under-19. A fronteggiarsi la Spagna della “generación de oro”, grazie alla presenza di Pau Gasol, Juan Carlos Navarro e Raul Lopez, e Team USA. A rubare la scena a tutti, perfino a un Pau Gasol già consacrato come uno dei talenti più grandi della storia del basket spagnolo, fu un ragazzo con un fisico da lanciatore di polemiche e un sorriso sempre stampato in faccia. Sempre, anche quando la tripla non sembrava proprio voler entrare. Il tabellino finale dirà Spagna – Team USA 94-87; Navarro sarà il migliore del match per punti realizzati (25) e assist smazzati (6); la gente inizierà a sentire voci su una generazione spagnola pronta ad aprire finalmente un ciclo vincente nella pallacanestro. Il mondo inizierà a conoscere un ragazzo che disegnava arcobaleni a ripetizione. Quasi in una catena di produzione applicata alla palla a spicchi.

BLU – Azulgrana. Non servirebbe aggiungere altro, anche perché ci sarebbe poco da aggiungere per spiegare una carriera vissuta sempre e solo con unica maglia, per lo meno in Europa. Fatta salva la parentesi a Memphis della stagione 2007/2008, Navarro veste la camiseta dei catalani dal 1997. Questo sarà il diciannovesimo anno, probabilmente l’ultimo buono per cercare di rivincere un’EuroLeague che manca da tanto, troppo tempo. Eppure, anche tra le prime due passarono esattamente 7 anni (Barcellona 2003 – Parigi 2010), quindi la cabala potrebbe essere di buon auspicio quest’anno. Una carriera consacrata a difendere i colori del Barça, per un giocatore nato in un sobborgo catalano a km di distanza. La storia, però, ci dice che Barcelona si formò seguendo un po’ lo schema istituzionale dei Comuni italiani dei secoli XI-XII, dotandosi di un proprio statuto cittadino e inserendovi anche i contadi vicini, perché così si sarebbe evitato un policentrismo feudale che, anche nella Penisola Iberica, non era visto di buon occhio. Ma questa è un’altra storia.

INDACO – I Baustelle cantavano “e non soffrire più, che in fondo forse c’è, al di là di Gibilterra, un indaco mare“. Era il 2010, Navarro quell’anno avrebbe vinto EuroLeague e titolo di MVP delle Final Four, oltre a Coppa del Re e Supercoppa Spagnola. Ma al di là dello stretto di Gibilterra, il mare per La Bomba non fu di un colore così soave, perché la mancanza di casa e il richiamo del cuore spingevano a un pronto ritorno al caldo della Catalogna. Un connubio indissolubile, tra una città che per consuetudine ti acclama Re pur non avendone il titolo (il Fueros, direbbero gli iberici duecenteschi) e la tua capacità di essere leader e bandiera di una polisportiva che, in quegli stessi anni, apriva cicli rivoluzionari con un futebol visionario, un tiki-taka che farà scuola. La scelta di tornare in Europa, a casa, venne letta come mancanza di saper stare coi più forti. Strano, per un giocatore che quando venne scelto affermò a chiare lettere di non voler andare in NBA, perché non riteneva di avere davanti a sé 39 giocatori più forti vista la quarantesima chiamata al Draft NBA 2002.

VIOLETTO – 7 ottobre 2010. Al Palau Blaugrana di Barcellona, Pau Gasol e Juan Carlos Navarro si ritrovano faccia a faccia, per la prima volta da avversari nella loro città, dopo anni a condividere le maglie di Spagna, Barcellona e Memphis Grizzlies. L’occasione non è di quelle da segnare con la matita rossa sul calendario, poiché si tratta di un’amichevole tra il Barça campione d’Europa in carica e i Los Angeles Lakers freschi vincitori dell’ultimo titolo NBA della loro storia, fino ad oggi. Davanti a Kobe Bryant (il quale chiude con 0/6 da oltre l’arco), Navarro sfodera una prestazione da 25 punti e aiuta i catalani a superare la corazzata giallo-viola con il punteggio finale di 92-88. Gli organi d’informazione losangelini parleranno di semplice e insignificante sconfitta in uno showdown europeo, nulla più. Per Navarro non è assolutamente così e a Gasol lo dice chiaramente che sarebbe finita diversamente rispetto al 2008. Due anni prima, infatti, Barça e Lakers si erano già sfidati in un amichevole pre-stagionale, stavolta allo Staples Center di L.A., e ad avere la meglio erano stati i padroni di casa nonostante La Bomba avesse chiuso con 34 punti (7/13 da tre), 6 rimbalzi e 7 assist. L’amore di Navarro per la pallacanestro è secondo solamente alla sua voglia di essere, sempre e costantemente competitivo.

Vi chiederete dove sia, in questo pezzo l’amore. L’ho scritto in 20 minuti e non ho avuto bisogno di consultare alcuna fonte, certo che ciò che scrivo rispecchi la verità e pronto a smettere di scrivere se così non fosse. L’amore sta in questo, nella certezza di essere quasi maniacale nell’avere un unico, grande e insostituibile, idolo. L’unico, per il quale farei il Natale a Barcellona solo per vederlo in azione contro Milano. Perché tutte le volte che ha affrontato Milano, da quando seguo il basket, non è mai sceso in campo, per un motivo o per un altro. E allora che cazzo, mi dico io, deve essere proprio un amore maledetto questo. O forse, quanto meno non corrisposto.