Olimpia Milano: un’Eurolega importante, ma sul finale quanti rimpianti

Potremmo fare centinaia di discorsi da bar, stare qui a dire che cosa non ha funzionato in una gara-4 gettata alle ortiche, oppure potremmo cercare di dare una visione complessiva del cammino europeo biancorosso per spiegare l’eliminazione nella serie di Quarti di Finale contro il Maccabi Tel Aviv. Insomma, potremmo fare tante cose che non basterebbe un articolo intero; tuttavia, una premessa importantissima è d’obbligo farla. Nessuno si sarebbe mai sognato, a settembre, di pronosticare Milano tra le prime 8 squadre d’Europa. Io guardavo con fiducia alla formazione della squadra, con un reparto esterni incredibile, finché non avvenne la scelta di play e centro: Jerrells l’avevo già ammirato in Eurolega con le maglie di due squadre turche (Fenerbahce e Besiktas) e sapevo benissimo che non sarebbe stato in grado di fare il play in una squadre come Milano, in cui difettava un centro atletico e verticale, capace di sfruttarne il picknroll e in cui Langford accentra troppo il gioco per lasciare a Curtis i soliti isolamenti in 1vs5 che faceva fino all’anno scorso; Samuels, invece, lo conoscevo ben poco, ma sentivo tutti parlarne un gran bene perché aveva giocato (a sentir loro) in NBA. Chiariamo una cosa, una volta per tutte! Non mi intendo di basket statunitense da poter farci articoli su articoli, ma sicuramente la seguo: il fatto di giocare in NBA non garantisce nulla, specialmente se poi ti trasferisci a Milano (ho ancora vivo il ricordo di Pecherov, arrivato a Milano in pompa magna, capace di demolire il CSKA con una prestazione da urlo, e poi sparito dai radar, anche per colpa di qualche infortunio). Perciò dire che Samuels fosse fortissimo, solo per il suo trascorso americano, è una delle più grandi eresie di cui mi sono convinto, a torto; anche perché sono bastate poche partite (escluso il derby d’andata con Varese) per farmi ricredere.

Dicevamo che nessuno avrebbe mai pronosticato un cammino europeo così importante per Milano, e questo non lo posso certo negare: in un Gruppo E di Top 16, l’EA7 ha demolito i bi-campioni d’Europa in carica, ha spezzato la resistenza del santone Obradovic, ha ripagato Scariolo per i due anni folli sulla panchina biancorossa, e ha vinto di 30 contro un Barcellona (blaugrana in ciabatte, è vero, ma a Navarro non è piaciuta granché la scoppola rimediata). Una cavalcata trionfale, se non fosse per come Milano ha gettato al vento i Playoffs. Sì, perché accontentarsi di una stagione oltre le aspettative sa tanto di provincialismo e mentalità mediocre, pronta a giustificare un eventuale fallimento quando, invece, bisognerebbe dimostrare di avere degli attributi che fanno provincia. Ve lo spiego in un altro modo. Prendiamo il caso che voi usciate con la donna (o l’uomo, viva la par condicio) dei vostri sogni e per 24 uscite fate prestazioni allucinanti pur di arrivare al punto clou del rapprto: farci l’amore. Ad esempio, alla 1° uscita scivolone classico maschile, del tipo “che negozio disagiato, chissà chi potrebbe mai comprarci i vestiti” e lei, per tutta risposta, vi dirà “mia madre si veste solo in questo negozio” (un p0′ come l’inizio del cammino europeo milanese, che alla 1° europea vede Milano demolita 87-67 dall’Efes Istanbul). Oppure, sempre come esempio, alla 15° uscita le regalate 30 rose rosse (un po’ come il trentello rifilato all’Olympiacos, senza diritto di replica); oppure ancora, al 23° appuntamento, la portate in un ristorante romantico, vista lago, con cibi prelibati e conto da 91€ (proprio come i punti rifilati al Barcellona). Insomma, fate un cammino di preparazione fantastico, avete l’acquolina in bocca, perché sapete di potervela giocare alla grande, sapete che lei si sta piano piano innamorando. Eppure, al momento clou, vi sciogliete come nevischio al sole: in 4 uscite fondamentali, ne azzeccate solo una per rimediare a una gara-1 suicida, in cui dopo aver fatto tutto benissimo, le spegnete la sigaretta sul suo nuovo vestito di Gucci (stile antisportivo di Melli, per intenderci) e lei se ne va, lasciandovi a piangere per un’impresa già mezza fatta. A gara-2 demolite il mondo, perché avete sete di rivincita. Poi, però, gli appuntamenti si trasferiscono in zona da lei, e voi cominciate a tremare, sapendo che magari scapperà l’invito a casa post cenetta romantica, per concludere il tutto come si deve. Ecco, nelle ultime due uscite, fate prestazioni degne per metà, ma al momento di concludere vi sovviene l’incubo di tutti gli uomini: ejaculatio praecox! Ve la giocate, battagliate, ma alla fine lei vi saluta con un bel “tesoro, abbiamo flirtato bene per 25-26 uscite, ma alle ultime due hai fatto schifo, perciò il week-end di sesso e devasto me lo faccio col mio ex, ciao”. Questo è quello che ha provato Milano quando ha visto il Maccabi trionfare in una gara-4 piena di contenuti tecnici che dobbiamo sviscerare. Metterla sull’ironico è l’unica cosa da fare dopo una delusione così grande.

TEMI DELLA SERIE

1) MANCANZA DI UN 3° CENTRO E DI UN PLAY VECCHIO STILE. Milano si è ritrovata a giocare i Playoffs europei con due soli centri di ruolo (Samuels e Lawal), entrambi incostanti, come dimostrato spesso nel corso della stagione. Confrontarsi con un fattore di 160 kg, al secolo Sofoklis Schortsanitis, era di per sé un’impresa ardua, ma se poi Banchi si ostina ad accoppiargli Samuels, allora l’impresa diventa pressoché impossibile. Proprio il centro giamaicano è una delle grandi delusioni della serie: chiude col 46% da 2 punti, nelle due gare a Tel Aviv non dimostra di essere all’altezza per certi palcoscenici, specialmente in gara-4, nel quarto decisivo, appare fuori luogo in un quintetto che si sta giocando una partita vitale. Lawal, invece, è la sorpresa positiva della serie milanese, e qui le colpe sono di Banchi: infatti, il coach biancorosso non ha saputo “cavalcare” i momenti di trance agonista del centro, che in 15′ di media presidiava sicuramente meglio l’area del pari ruolo (esempio lampante, in gara-4, è Samuels che va a difendere su Smith a 6 metri dal ferro, permettendo così a Tyus di ricevere il passaggio e d’inchiodare, liberissimo, la schiacciata). 1.8 stoppate a partita, in questi Playoffs, erano un dato da non sottovalutare, anche perché in gara-2 Lawal si è permesso di stoppare anche una tripla di Rice in un momento chiave del match. Proprio qui, arriviamo a un punto decisivo: se in Italia un coach può essere monotematico, facendo del suo stile un vessillo di battaglia, in Eurolega bisogna sapersi adattare in corsa, perché le proprie convinzioni non bastano a portare a casa quanto si vorrebbe. Banchi, in questi Playoffs, non ha saputo risolvere una situazione complessa, che vedeva Milano vivere (e morire) del tiro pesante, oltre che delle solite individualità (penetrazioni o triple dal palleggio di Langford, per esempio). In questo, un play ragionatore (stile Zisis, per intenderci), avrebbe sicuramente giovato alla causa milanese, anche perché Hackett sta subendo un’involuzione pazzesca a livello di gioco, poiché all’EA7 svolge il ruolo che sa fare discretamente, quello di play puro.

2) OFFENSIVAMENTE STATICI, DIFENSIVAMENTE MOLLI. Se la difesa è stata un punto di forza di questa stagione milanese, subire 84.8 punti di media in quattro partite è un dato preoccupante. Non tanto per la cifra di punti subiti in sé, quanto per come tali punti sono stati subiti: passivamente, senza mostrare quell’organizzazione difensiva che aveva fatto innamorare tutta Europa. Tra le cause possiamo sicuramente annoverare un Moss spento e forse in debito d’ossigeno dopo mesi vissuti a mille all’ora, il rientro di Langford (che s’impegna, ma in difesa è sempre un deficit) e un Melli completamente fuori dalla serie, dopo l’antisportivo che ha causato la rimonta giallo-blu in gara-1. Offensivamente, invece, l’Olimpia è tornata ad affidarsi alle individualità delle sue punte di diamante, specialmente a quelle di Langford. Sia chiaro, stravedo per Keith da quando giocava a Bologna e non seguivo granché il basket, però è indubbio che quando la palla scotta (ma scotta per davvero) lui tenda a nascondersi. Due esempi chiave: il libero in gara-1 grida ancora vendetta, anche perché Langford chiuderà con 8/10 complessivo, dimostrando di non essere glaciale sotto pressione (ricordo ancora i 3 liberi di Hairston per mandare all’overtime gara-2 dei quarti dello scorso anno, contro Siena); inoltre, gli 0 punti nell’ultimo quarto di gara-4 sono una chiave di lettura importante, perché dopo 28 punti in 3 quarti (prestazione ai limiti del reale), non puoi non segnare in 8′ decisivi, seppur tu sia stanco e abbia tutte le deterrenti di questo mondo.

3) BANCHI-BLATT, IL SUCCESSO DEL MACCABI STA QUI. Reputo Banchi un ottimo allenatore, se non altro per un sistema difensivo che porta a scuola tanti allenatori d’Europa; offensivamente si affida alle individualità dei suoi, facendo del tiro da 3 punti un elemento chiave delle sue vittorie. Vuole poter contare su play e centri atipici (il play deve essere una combo-guard capace di spezzare i ritmi e fare tanto penetra e scarica, mentre il centro deve avere mani educate, saper tirare dalla media e anche da 3 punti), ma ha le idee molto chiare su come far diventare un gruppo di giocatori una squadra coesa e vincente. Tuttavia, è innegabile che, in questa serie, Blatt abbia dimostrato quanto conti l’esperienza a certi livelli: il coach del Maccabi ha fatto sfogare Milano in gara-2 per trovare le chiavi di lettura necessarie a chiudere una serie il più in fretta possibile. Meno di 20 triple a partita in totale, tanto gioco sotto canestro, sfruttare un Tyus illegale (che si rivelerà fattore importantissimo nella serie, chiudendo con 13.5 punti, 5.5 rimbalzi e 2 stoppate di media) e far sfogare Big Sofo solo quando era necessario. Insomma, il confronto in panchina è stato nettamente vinto da Blatt, capace di dominare la serie sia impiegando 3 piccoli, sia sfruttando i lunghi: inoltre, il Maccabi si adattava perfettamente alle caratteristiche di Milano (Rice e Ohayon si accoppiavano bene con Hackett/Jerrells e Langford). Poi la difesa del coach del Maccabi è stata qualcosa da antologia: allunga la squadra, fa una finta press, poi passa alla press, poi zona 3-2, poi a uomo ma nessuno segue i tagli degli esterni (volutamente). Capolavoro la gestione tecnica di questa serie da parte di Blatt.

Insomma, da tifoso spassionato dico che questa stagione europea di Milano ha fatto emozionare tanti, forse tutti gli appassionati, e già arrivare ai Quarti è stato un grande traguardo. Da appassionato di basket, però, tendo a vedere più la parte obiettiva della serie di Playoffs, dicendo che Milano si è sciolta sul più bello, palesando ancora quei limiti già dimostrati quando c’è in palio qualcosa d’importante (vedi Quarti di Coppa Italia, contro Sassari). Tutto sommato, però, è difficile non fare qualche complimento a questa squadra, se non altro per aver riportato entusiasmo nell’ambiente milanese. Certo, ora lo Scudetto va vinto, senza se e senza ma, altrimenti saremmo qui a parlare dell’ennesima stagione fallimentare, dopo le grandi aspettative di inizio stagione. Milano è avvisata, fallire non è più concesso.