Gli Intoccabili – Caserta e quell’irripetibile miracolo chiamato scudetto

Gli Intoccabili – Caserta e quell’irripetibile miracolo chiamato scudetto

2 luglio 2018 0 Di Mattia Pintus

FOCE DEL FIUME CATATUMBO, VENEZUELA – Se vi capitasse di passare da quelle parti e avere una macchina fotografica, avrete buone possibilità di assistere ed immortalare un evento che la natura non sa ripetere altrove. Proprio dove il Catatumbo sfocia nel lago Maracaibo, per centocinquanta notti l’anno una pioggia turbinosa di fulmini infuocati si riversa nelle acque creando uno spettacolo apocalittico unico ed abbagliante. Una scarica costante di elettricità e fuoco che solo in quel particolare posto del globo è possibile. Lo stesso magnetismo che una banda di ragazzi, a parecchi chilometri di distanza, ha provato per la pallacanestro, creando a loro volta un episodio unico nella geografia di questo sport. Il figlio dell’idraulico, dell’assessore, dell’elettricista, ragazzi qualunque che hanno iniziato insieme a muovere i primi passi con un pallone nel campetto dissestato dell’oratorio, ignari che quel gesto tanto comune li avrebbe portati ad entrare nella storia. Ingredienti mescolati alla perfezione che solo in un posto specifico hanno fatto risaltare appieno il loro sapore. Solo all’ombra di una delle regge più belle del mondo, solo in un posto baciato più dal sole e dalla passione che dalle tempeste, solamente a Caserta.

MIRACOLO! QUESTO È UN MIRACOLO! – Un record abbiamo imparato ad amarlo per la sua unicità, ma quando con tutti i pronostici contro e con una storia eternamente avversa riesci a portare a casa un successo ecco che il record passa in secondo piano e si inizia ad urlare al miracolo. Il 21 maggio 1991 al Forum di Assago (Milano) è appena finita gara 5 delle finali scudetto. È la gara decisiva per l’assegnazione del titolo, a contenderselo i padroni di casa, la corazzata Philips Milano, e la banda di ragazzi della Phonola Caserta. Dopo cinque sfide al massacro della serie, ma soprattutto dopo sei finali perse tra campionato e coppe negli otto anni precedenti (due proprio contro Milano), la Juvecaserta si laurea campione d’Italia. Un miracolo, così avrà pensato Mario Vallarella, il prete casertano venuto in panchina per supportare la squadra. Un miracolo vero e proprio, perché per la prima volta il titolo nazionale scende a sud di Roma, arriva in una squadra come Caserta, fatta di otto casertani puri (almeno per formazione cestistica), un livornese e due americani. Una città in festa, perché per la prima volta una passione popolare e collettiva viene riconosciuta anche dai blasoni sportivi, una città che aveva riversato proprio in questa passione le speranze di entrare finalmente nella memoria nazionale. Un miracolo che ha una genesi definita, perché nulla nella pallacanestro (al contrario del miracolo religioso) avviene per caso.

NANDO ED ENZINO – Ferdinando Gentile e Vincenzo Esposito sono, almeno per buona parte della loro adolescenza, due scugnizzi casertani che tutti in paese conoscono. Avviene poi un passo che fa esplodere la loro popolarità, quel passo calza le solite scarpe da basket consumate in allenamento e li rende assoluti simboli di questa squadra. Gli idoli di casa insomma, autoctoni, ma soprattutto forti, forti per davvero. Così tanto che Boscia Tanjevic un giorno decide di chiamare in causa il sedicenne Ferdinando, contro Cantù. Suo pariruolo avversario: Pierluigi Marzorati, una leggenda. Ma Nando è uno scugnizzo casertano e gli scugnizzi casertani, oltre al talento, coltivano una particolare miscela di rabbia e agonismo, che nessuna parola italiana riesce ad esprimere come fai la lingua campana: “cazzimma”. Una parola di borgata che applicata alla pallacanestro, il fenomeno cittadino, diventa uno slogan. La cazzimma di Nando si vede subito, perché porta a scuola Marzorati, sebbene nessuno sa chi sia, neppure il grande Aldo Giordani che in sede di telecronaca lo chiama erroneamente Di Gioia. Questo peró era solo l’inizio. Già perché aveva solo sedici anni e ce ne vollero ancora un paio di apprendistato prima della consacrazione definitiva. Nando a diciotto anni è già capitano della Juvecaserta (prima squadra eh!) e comincia a farsi conoscere anche fuori dall’Italia. 1988, finale di Coppa delle Coppe contro il Real Madrid, la Juve cede il passo solo all’ultima giro di overtime, dopo che Nando rese memorabile la partita con una prestazione “monstre” da 32 punti. Peccato che quella stessa sera dovette condividere la scena con la stella della squadra avversaria, che di punti ne mise 62 e di nome faceva Wolfgang, ah no scusa, Drazen Petrovic.

Esposito è della stessa pasta di Nando, anche lui esce fuori prestissimo ed anche lui inizierà a divertirsi bistrattando gli avversari. “El Diablo” a Caserta rifila punti su punti e l’anno dello scudetto è uno dei punti di riferimento per la squadra. Essere fenomenali a volte è semplicemente una questione di scelte. In gara cinque, quella gara cinque, stava iniziando a domare Milano quando la sorte gli fu avversa. Un infortunio al ginocchio lo tirò fuori dalla partita in barella (unico modo che avrebbe avuto per uscire dal campo), ma invece che richiedere le cure del medico, Enzino si fa lasciare a bordo campo per vedere la partita. Un giornalista Rai gli chiede come stia e lui risponde: “Il ginocchio è andato. Ma non me ne frega un cazzo, voglio vincere”. E vinse.

CASERTA, GENESI DI UNA FAVOLA – E vinsero come detto quella finale, la vinse tutta la città. La vinse un giovane Roberto Saviano che seguì gara quattro in un PalaMaggiò stracolmo, la vinse soprattutto quel signore che diede il nome al palazzetto, un imprenditore venuto dal Nord che fece sognare Caserta, regalandogli una casa ed una squadra da urlo. Giovanni Maggiò, il padre della Juvecaserta, si spense il 9 ottobre del 1987 e non poté mai vivere la gioia del trionfo tricolore, ma ogni giocatore casertano quella sera del ’91 lo volle omaggiare.
Abbiamo dunque un luogo, Caserta, un teatro dove mandare in scena l’opera, il PalaMaggiò, ed abbiamo parlato di due degli attori principali. Ne abbiamo tralasciati però altri, perché non esistono attori primari o secondari quando porti a casa questo successo. Il primo si chiama Oscar Schmidt, è brasiliano, ed è probabilmente uno dei più forti giocatori che il basket mondiale abbia mai conosciuto. Oscar gioca a Caserta, anzi profetizza a Caserta la sua pallacanestro per otto anni, dal 1982 al 1990. È l’assoluta santità della squadra, segna sempre e da ovunque. I santi talvolta nel mondo religioso, sono anche martiri, ovvero dedicano alla causa il loro sacrificio. Purtroppo a volte per ottenere qualcosa di più, sei costretto a fare a meno a qualcos’altro. E fa un male cane se ti accorgi che i vari Nando Gentile, Enzo Esposito, Sandro Dell’Agnello sono formidabili, ma hanno bisogno del sacrificio del più forte di tutti per potersi liberare di dosso il peso della sconfitta. Hanno bisogno che Oscar venga ceduto, per poter provare a camminare finalmente da soli. Già perché Schmidt è una sorta di padre spirituale e poi, come detto, segna sempre. La finale sopracitata di Coppa delle Coppe ne mise 44 ed il quaranta fu una lieta costante di tutta la sua carriera. Un bombardiere, troppo ingombrante. Ecco quindi che viene, con una cerimonia spirituale, mandato sull’altare e sacrificato. Il pubblico di Caserta è caldo e non capisce queste sfumature, non capisce appieno il sacrificio.
Inizia però a capire e conoscere due ragazzi americani, venuti a rimpiazzare Oscar. Tellis Frank e Charles Shackleford sono lo stereotipo dei marziani giunti sulla terra, spaesati, ma con l’aria da divi. A Caserta li guardano con due occhi tanto, ma pian piano cominciano a carburare e, soprattutto Shack, mettono la testa a posto. Vengono inquadrati in una squadra che ha le stelle in Gentile ed Esposito, non di certo due censori puritani, che nella goliardia costante di uno spogliatoio riescono a tenere uniti i pezzi della squadra e soprattutto la passione di una città. Infine c’è Franco Marcelletti, l’allenatore/consigliere comunale che dalle giovanili si è ritrovato a sfidare in finale scudetto Mike D’Antoni e batterlo, con quella mimica dirompente e gli occhiali storti sul naso. Un miracolo, un miracolo che non si ripeterà più.

Purtroppo la geografia del basket ha in regioni come Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana delle vere e proprie capitali cestistiche. Luoghi in cui la cultura alla pallacanestro è esercitata in maniera maniacale sul campo, finalizzata a creare squadre, a volte, più che ad aspettare che nascano da sole. Perché in questi posti ci sono investimenti (più/meno/pochi/tanti) e quando entra il denaro si perde l’aspetto romantico, ma soprattutto non hai tempo per aspettare che il signore baci la tua città con una nidiata di fenomeni. Perciò i fenomeni li devi andare a cercare e non sempre ci azzecchi. Al sud invece la passione è tanta, ma spesso mancano i soldi ed appena li si ha invece che guardare in casa propria si cerca di importare il metodo del nord, fatto di spese superflue. A Caserta queste combinazioni stellari di soldi e passioni hanno fatto sì che la grande dedizione della città si facesse valere in un mondo sempre più di fretta, cosicché lasciasse il tempo ai fenomeni di nascere e crescere allattati dal calore della stessa città che li avrebbe poi portati al successo. Un fenomeno molto meridionale, quello di ricercare proprio nella meridionalità un segno d’identità da mostrare al Nord prepotente e consumista. Questa battaglia ideologica la potevi annusare nell’aria in ogni finale scudetto persa o vinta che fosse contro l’Olimpia. Un senso di rivalsa, che aveva nel basket il suo strumento più immediato e che avrebbe consegnato Caserta all’unicità della Storia.