Basket Europeo Nazionali

Siamo questi – La mano di Messina si vede ma c’è tanto lavoro da fare

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Conta solo vincere per andare a Rio de Janeiro. Conta solo vincere per potersi giocare, finalmente, un’edizione dei Giochi Olimpici estivi. Questo concetto deve essere ben chiaro nella mente di chi si approccia ad analizzare la situazione dell’Italbasket, alla luce delle due vittorie ottenute contro Tunisia (41-68) e Croazia (67-60). Come deve essere ben chiaro che difensivamente siamo una squadra tosta, quadrata, capace di mettere in difficoltà anche una squadra con quattro bocche da fuoco di primo livello (Simon, Bodganovic, Saric ed Hezonja) e di non concedere praticamente nulla nemmeno in situazioni di mismatch reiterati, specialmente in spot 5. La doppia stoppata di Bargnani su Bilan, in questo senso, è emblematica.

Eppure, non è tutto oro quello che luccica e allora ci si ritrova a dover scegliere una delle due strade che rappresentano le uniche due possibilità per un tifoso italiano. La prima, quella dell’obiettività, conduce inevitabilmente sull’irto sentiero della consapevolezza di non essere ancora al 10% del potenziale di una squadra allenata da coach Messina, in cui però si palesano i soliti limiti già visti sotto la gestione di Pianigiani. La seconda, quella della difesa a spada tratta dei pupilli azzurri (e non sto parlando dei Puffi, come fece la società italiana quando Fininvest decise di oscurare volontariamente le trasmissioni delle tre reti di Berlusconi, nel 1984, per la violazione del diritto di interconnessione via etere di trasmissioni televisive private, scatenando le ire del popolino italico), fa dell’elogio continuo e della demistificazione della realtà le chiavi per spiegare i due successi.

Personalmente, scelgo di voler prendere la prima strada, con una debita premessa: non ho mai giocato a pallacanestro – per quanto sto studiando per allenare – e probabilmente dirò una marea di stupidaggini. Ma preferisco dire stupidaggini anziché limitarmi al “che fenomeno Tizio” oppure al “Caio decisivo, grandissimo!”, perché l’opinione è sacra solo quando è corredata da una spiegazione logica, almeno nella mente di chi deve difendere l’opinione. Allora capita che mi fermo a riflettere sul perché Belinelli debba portare palla quando i risultati non sono poi così eccellenti, anche in una partita in cui Hackett sembra essere particolarmente ispirato e in cui abbiamo cercato meno del solito la ricerca del gioco in post con uno dei tre giocatori deputati a farlo (Gentile, Gallinari, Datome). Mi fermo a riflettere su quei tre possessi che vedono scadere i 24” dell’azione per la staticità di linee di passaggio che conoscono unicamente la circolazione perimetrale per esplicarsi; mi fermo a riflettere sul fatto che, oltre a tenere palla per 10 secondi buoni in varie azioni, Belinelli chiuda il palleggio in punta e aspetti l’aiuto del compagno per rimediare a una situazione quantomeno ostica. Questo non significa che io voglia dare colpe a Belinelli, assolutamente. Tuttavia, ciò può aiutare a capire che, per fare di necessità virtù, limitiamo un giocatore potenzialmente devastante come tiratore puro, sia in catch-and-shoot, sia sugli scarichi e sui ribaltamenti da centro area, sia nella creazione dal palleggio della soluzione offensiva. Tant’è che Belinelli chiude con un 6/15 dal campo contro la Croazia, trovandosi anche obbligato a salvare la Patria con tiri mal costruiti dai compagni, che si affidano a lui solamente allo scadere dei 24” offensivi, sperando che il talento degli Hornets possa risolverla da solo.

Ci sta tutto, per carità, poiché il ciclo è appena iniziato e si parla di “anno zero” per la pallacanestro italiana, iniziato in contemporanea con l’avvio della gestione Messina. Ciò che non ci sta, però, sono le solite difficoltà nel valorizzare un quintetto potenzialmente incontenibile a livello europeo: Hackett, Belinelli, Datome, Gallinari, Bargnani completano una first-unit che probabilmente nessun’altra squadra in Europa ha, per talento individuale beninteso. Il problema è che, dopo qualche anno, bisogna chiedersi se gli attori di questo quintetto possano coesistere nei momenti in cui si devono vincere le partite, oppure se qualche lacuna permane, magari in fase di playmaking dove lo stesso Hackett non è un play puro (per quanto sia un giocatore che, con la maglia della Nazionale, ha sempre detto la sua e in pochi lo abbiano sottolineato). E allora, le necessità di mettere Belinelli in playmaking potrebbero nascere dalla cronica mancanza di play di ruolo che affligge l’Italia da anni a questa parte, considerando anche che l’unico play italiano che in questa stagione aveva fatto vedere ottime cose, ossia De Nicolao, si è infortunato prima di poter anche solo pensare di far parte della pre-selezione italiana.

In chiusura vorrei anche parlare di Alessandro Gentile. Non è tanto il 12.5% dal campo (1/5 da due, 0/3 da tre) con cui chiude la sfida contro i croati a farmi preoccupare, perché ci sarebbero anche l’ottima fase difensiva e i 4 assist a dare la misura della sua performance individuale, bensì è una meccanica di tiro che involve sempre più vero un tiro piatto, dalla parabola inesistente e dalla meccanica sempre meno fluida. Ricordo il Gentile di Treviso o del primo anno milanese come un giocatore dal tiro affidabile e dalla meccanica sicuramente più armonica rispetto a quella odierna, ma bisogna anche dire che le percentuali sono simili, sia nel tiro dalla lunga distanza, sia in quello dalla linea della carità. Perciò ritengo complessivamente giusto parlare di involuzione nella parabola di tiro, nella spinta di gambe e nella meccanica in generale, ma al contempo credo sia sbagliato dire che per questa situazione Gentile è diventato un giocatore facilmente battezzabile da oltre l’arco. Se migliorasse il movimento potrebbe ritrovare l’arresto-e-tiro dalla media e la tripla dal palleggio come armi tattiche, situazione verificatasi nell’anno di maggior successo con la maglia di Milano, quel 2013/2014 in cui il talento di Maddaloni chiuse con il 36.8% da tre in Serie A (in carriera viaggia a 30.5%) e con il 33.3% in Euroleague (dove mediamente viaggia sul 31.7%).

Sono questi aspetti che coach Messina saprà migliorare, senza sottovalutare la difficoltà offensive di una squadra che, col tempo, amplierà per forza di cose le proprie soluzioni e i propri giochi; eppure, sul breve periodo, considerando la formula di questo Preolimpico, qualche correttivo andrebbe trovato già ora, perché contro una Grecia molto più fisica e atletica anche la difesa potrebbe non reggere così bene come fatto contro i croati.