Basket Europeo

Sono stato a Chalon

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Il resoconto della mia esperienza alle Final Four di FIBA Europe Cup al seguito della Pallacanestro Varese, nelle intenzioni iniziali, doveva essere scritto per lunedì. Ma non ce l’ho fatta: ero ancora troppo frastornato, confuso, stordito. Rischiava di risultare eccessivamente scollegato e contaminato dalle emozioni. Che sono state tante e decisamente molto intense. Però, prima o poi, andava scritto. Bisognava giusto lasciar trascorrere il tempo necessario per metabolizzare quanto accaduto, per poterci ragionare a freddo. E quindi eccomi qui, a sintetizzare in poche righe gli accadimenti di un weekend che, per intensità, è stato lungo quanto un mese per me e per gli altri varesini presenti al Le Colisée.

Non sapendo bene come risistemare gli infiniti pezzi di questo puzzle, andrò in ordine cronologico. Il viaggio del venerdì lo affidiamo al pullman organizzato da una compagnia varesina: partenza dal Palazzetto alle 10 e ritorno in nottata. Un lungo percorso, al fianco di amici vecchi e nuovi, che passa dalla Val d’Aosta, dal traforo del Monte Bianco e da tre diverse autostrade francesi. Circa sette ore di viaggio, soste comprese. Il colpo d’occhio, una volta usciti dall’autostrada, non è dei migliori: la periferia di Chalon-sur-Saône si presenta come un accrocchio di palazzoni, prefabbricati ed edifici abbandonati. Di primo impatto, anche il Le Colisée sembra tutto fuorché gradevole alla vista. Ma una volta entrati cambia tutto: è una struttura moderna e accogliente, con due anelli e un corridoio interno alle spalle degli spalti che permette di percorrerla per intero.

L’organizzazione si rivelerà uno degli autentici punti di forza del weekend, ma questo avremo modo di scoprirlo solo tra la prima e la seconda semifinale. Per il momento, l’unico interesse è la gara che vede di fronte i padroni di casa dell’Élan e la Pallacanestro Varese in un palazzetto gremito in ogni ordine di posto e pronto a sostenere la squadra di casa. I supporters varesini presenti, comunque, sono circa 500. L’atmosfera, per tutto l’arco della gara, è grandiosa e corretta. Si affrontano, sugli spalti, due filosofie opposte: il tifo all’americana dei francesi, con pochi cori preimpostati e lanciati dallo speaker dell’arena (che però coinvolgono l’intero pubblico), e il tifo all’italiana dei varesini, che rimane sempre nei confini della sportività, senza mai sfociare nei cori contro che si sentono spesso nei nostri palazzetti.

Sul campo Chalon impressiona e mostra il suo gioco classico ─ fatto di ritmi folli e triple da ogni posizione ─ solo nella seconda metà del secondo quarto. Varese, per il resto, imbriglia i padroni di casa. Soprattutto in avvio di terzo quarto, quando scava il primo sostanzioso break. È poi nel periodo finale, con due triple consecutive di Wayns e una magia di Cavaliero, che la Openjobmetis scappa addirittura sul +14, nel tripudio dei settori riservato ai tifosi biancorossi. Chalon ha un ultimo sussulto d’orgoglio, ma è ancora Wayns a chiudere i conti. Dopo trent’anni, Varese ritorna a disputare una finale europea. Il pullman ripartirà dopo la seconda semifinale, c’è quindi tempo per guardarsi intorno e apprezzare quanto predisposto dall’organizzazione. Non ci sono limiti agli spostamenti, c’è un negozio interno per comprare materiale celebrativo della competizione e sono presenti, all’interno e all’esterno, stand per bevande e cibo (quest’ultimo lo definiremmo non ottimo, non volendo essere troppo cattivi). Tutto il necessario per non annoiarsi, nonostante l’adrenalina della prima semifinale sia in calo e l’attenzione per la seconda sia minima. Anche perché la gara non aiuta: Francoforte impone il suo ritmo, Enisey colleziona una serie di errori impressionanti per questo livello e il punteggio non si impenna mai. I russi si svegliano troppo tardi e finiscono per perdere 59-56 dopo aver però avuto diversi minuti di vantaggio nel corso della gara.

È tempo di tornare a casa, affrontando altre sette ore di pullman, e di ricaricare le pile in vista del grande evento di domenica. Questa volta, per ridurre il tempo di viaggio, ci attrezziamo per andata e ritorno in macchina. Di nuovo, a 48 ore di distanza, ci ributtiamo su quella strada che sembra infinita e che separa Varese dal luogo in cui la sua squadra di basket sta per giocarsi un pezzo di storia. Varese è una città che vive per il rumore stridulo delle scarpe che strisciano sul parquet, per il tonfo di un pallone che rimbalza, per il fruscìo di quello stesso pallone che attraversa la retina. Non può stupire, dunque, che abbia risposto presente all’appuntamento: quasi 700 persone si sono mosse in direzione di Chalon; in una gremita e caldissima Piazza Monte Grappa ─ la piazza principale ─ è stato predisposto il maxischermo; per le strade i cartelli esprimono la vicinanza della città alla squadra. Quando la Pallacanestro Varese vive un momento importante, la città si ferma. Non si parla d’altro. Si vive solo in attesa di quella partita che può cambiare i destini, che può riportare quell’aria di festa da troppo tempo dimenticata. Cestisticamente parlando, è una città che può sembrare difficile, pronta alla critica, esigente. Ma che è in grado di stringersi attorno alla sua squadra come poche altre sanno fare.

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(Foto: Camilla Malacarne)

Oramai conosciamo a memoria ogni centimetro della strada che dall’ingresso a Chalon porta fino al Le Colisée, passando per il lungofiume. Ma questa volta lungo il tragitto i sentimenti sono ben più accentuati rispetto al venerdì: l’attesa è caratterizzata da un misto di emozione e di quell’angoscia che precede le partite importanti. Varese, negli ultimi mesi, ha fatto vedere grandi cose e questo ci basta per essere fiduciosi. Ma è pur sempre una finale, una partita secca, e tutto può succedere. Il pre-partita è caratterizzato dall’inno italiano cantato dai supporters varesini (come già accaduto in semifinale) e dal bandierone sventolato da uno dei due settori riservati ai tifosi biancorossi. Il colpo d’occhio, lo si può ben notare dalle foto, è notevole. E a riguardare quelle immagini, ripensando a me sotto a quel bandierone, l’emozione è tanta ancora oggi. Siamo lì, in 700, perché la squadra della nostra città ha la possibilità di aggiungere un altro capitolo a una storia gloriosissima, ma sostanzialmente datata. Buona parte dei varesini presenti a Chalon, quando quella storia fu scritta, non era ancora nata. Questo è un ulteriore sprone, un ulteriore incentivo. Siamo cresciuti sentendo i racconti dei nostri genitori (compresa mia mamma, sempre presente negli anni d’oro e presente anche domenica a Chalon) sulla grande epopea della Ignis. Oggi non si tratta dell’Eurolega o, come si chiamava all’epoca, della Coppa dei Campioni, ma non importa: alla storia europea della Pallacanestro Varese vogliamo assistere anche noi. Non c’è una storia maggiore e una storia minore.

Varese gioca una partita perfetta per tre quarti, adeguandosi ai ritmi di Francoforte e provando ad aumentarli quando le situazioni lo consentono. Verso la fine del terzo periodo, per la Openjobmetis ci sarebbe anche la possibilità di scappare: il vantaggio diventa in doppia cifra, ridotto al 30′ ad un comunque confortante +9. Sembra tutto apparecchiato per un successo, ma qualcosa s’inceppa. Ci si mettono anche i tifosi di Chalon, che nel quarto periodo si schierano definitivamente e apertamente a favore degli Skyliners, arrivando anche ad esultare ai tiri liberi sbagliati da Varese. La squadra di Moretti è sulle gambe, non riesce più a giocare con energia nella metà campo difensiva. I guizzi di Wayns e Wright, comunque, le permettono di rimanere avanti nel punteggio, almeno fino al 39′. Poi Theodore pareggia dall’arco e il ferro sputa beffardamente una conclusione ben indirizzata di Kuksiks. Sembra chiara, a questo punto, la direzione che il destino ha voluto imprimere a questa partita. E i tifosi vivono quasi con rassegnazione gli ultimi trenta secondi: Davies commette fallo su un tentativo da tre di Theodore, Kuksiks e Wayns sbagliano i tiri del pareggio e Fraport festeggia la conquista della coppa.

La gioia e l’entusiasmo del venerdì e di tre quarti della domenica sono rimpiazzati dalle lacrime. Ma Varese non può rimproverarsi nulla: ha giocato una partita intensa, mettendo sul campo tutte le energie disponibili. Che non sono bastate, ma questa non può essere una colpa. Lo capiscono i tifosi, che si sono fatti 600km per essere lì e che se ne faranno altrettanti per tornare indietro, ma che non fanno mancare un lungo applauso di saluto alla squadra che esce dopo aver ricevuto la medaglia d’argento. Perché in fondo ─ ma questo sarà possibile capirlo solo a freddo ─ è stata comunque un’esperienza grandiosa: tornare a vedere Varese in una finale europea, trasferire una consistente parte di città in una arena lontana centinaia di chilometri, ritrovare un entusiasmo che aspettava solo una scintilla per essere risvegliato. E il cammino della squadra di Moretti, soprattutto nell’ultimo periodo, più che una scintilla è stato un incendio.

Da tre giorni mi risuonano nella mente le parole di coach Tony D’Amato, il personaggio magistralmente interpretato da Al Pacino in Ogni Maledetta Domenica: «In questa squadra si combatte per un centimetro. In questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro. Ci difendiamo con le unghie e coi denti per un centimetro. […] Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi. Io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi. Che ci vedrete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui. Questo è essere una squadra, signori miei». Non avrò visto Varese vincere una coppa, ma a Chalon ho visto una squadra. E, per come era iniziata la stagione, è proprio questo il traguardo più importante che Moretti e i suoi giocatori potessero raggiungere: riportare il pubblico di Varese a credere in loro, ad entusiasmarsi per loro, a gioire e a piangere per loro. Varese è tornata, questa volta pensiamo per davvero.