Top 16 al termine: il bilancio della seconda fase tra certezze, sorprese e delusioni

Si è conclusa ieri sera la Top 16 più lunga della storia della nuova Eurolega. Jordi Bertomeu e gli altri dirigenti del campionato avevano deciso in estate di allungare questa fase dividendo le “magnifiche 16” in due gironi da 8 così da assicurare maggiore spettacolo e big match combattuti ogni settimana. Lo spostamento delle gare dal mercoledì al giovedì poi eliminava anche la concorrenza televisiva con la Champions League del calcio, così da assicurarsi una specie di monopolio sportivo nei palinsesti europei. I risultati, quattordici partite dopo, non sono esattamente quelli sperati. È vero che i big match sono aumentati, ma con una competizione così lunga non sempre sono stati decisivi e di conseguenza disputati al massimo dell’impegno da entrambe le compagini, ma è altrettanto vero che siamo al primo anno di quello che rimaneva pur sempre un esperimento e i margini di miglioramento esistono. In questa occasione comunque ci preme analizzare la Top 16 da un punto di vista tecnico, distinguendo certezze, delusioni e sorprese di questo secondo turno di gare in Europa.

LE CERTEZZE

BARCELLONA. I Blaugrana non hanno deluso i propri tifosi, riprendendosi dopo un periodo sfortunato soprattutto in campionato facendo fronte alle difficoltà a suon di prestazioni convincenti in campo europeo. La profondità dei catalani è pressoché unica in Europa, le opzioni offensive sono infinite e coordinate dalla mente geniale di Re Juan Carlos Navarro, unitamente alla difesa e all’atletismo di un sempre solido Victor Sada. Una sola sconfitta (nella gara inaugurale contro il Khimki) e 13 vittorie consecutive, quasi sempre asfaltando gli avversari sono il miglior biglietto da visita in vista dei Playoff.

CSKA MOSCA. Cammino senza particolari ostacoli per i russi, che con l’avanzare delle gare stanno diventando sempre più squadra trovando gli automatismi giusti sotto gli ordini di coach Messina, il quale aveva ammesso ad inizio stagione che sarebbe servita un po’ di fatica e un quantitativo di lavoro superiore per mettere insieme una squadra quasi interamente nuova. Partiti Kirilenko e Shved in direzione della fredda Minneapolis sono arrivati Aaron Jackson e l’ex canturino Micov, ai quali sono serviti un paio di mesi per prendere confidenza con la nuova realtà, ma una volta abituatisi sono riusciti a ritornare sui propri livelli aiutando l’ex “Armata Rossa” a centrare l’obiettivo quasi scontato della qualificazione. L’ unico momento di flessione è coinciso con la doppia sconfitta spagnola con Malaga e Real, guarda caso due delle peggiori serate al tiro del leader Sonny Weems, chiamato a fare le veci di Kirilenko segnando e fungendo da “facilitatore” dell’attacco. Solitamente le squadre di Messina azionano il turbo con l’inizio dei playoff, quando magicamente riescono a trovare soluzioni alternativi a mancanze anche gravi, dunque siamo pronti ad aspettarci un CSKA esplosivo e lanciato verso la Final Four.

RUDY FERNANDEZ. Partiamo dalle cifre. 14 punti, 3.7 rimbalzi, 3.1 assist sono numeri che palesano una costanza impressionante per un giocatore che non ha bisogno di risolvere da solo segnandone 40 una volta sì e l’altra pure, anche se ne avrebbe la facoltà dato il talento devastante. Il prodotto della Joventut è riuscito a rendersi protagonista del sogno di qualunque allenatore: essere decisivo giocando perfettamente all’interno del sistema. Il segreto del Real è proprio Rudy, che sa quando prendersi tutto il peso dell’attacco sulle spalle e quando invece lasciare spazio a compagni come Llull e Carroll, molto spesso armi devastanti in uscita dai blocchi o in penetrazione. Fino a questo momento abbiamo avuto soltanto un assaggio delle immense doti dell’ex Denver, ma ora che la durezza fisica e mentale delle partite aumenterà non ci stupiremmo di vedere coach Laso affidarsi completamente al proprio numero 5 affidandogli completamente le chiavi di una Ferrari in salsa madri dista.

LE SORPRESE

PANATHINAIKOS. Annoverare i verdi di Atene tra le sorprese di Eurolega potrebbe far sorridere i più, ma confermare i risultati straordinari dell’ultimo decennio nell’Anno Zero successivo alla partenza della leggenda Obradovic non era impresa da tutti. Coach Pedoulakis invece è riuscito ad assemblare un gruppo privo di stelle assolute (fatto salvo Diamantidis) e quasi completamente diverso rispetto alla stagione scorsa. Grazie al tiro da 3 del cannoniere Michael Bramos e all’immenso impatto fisico di tre lunghi come Stephane Lasme, “Big Sofo” Schortianitis e all’ex biellese James Gist il Pana è riuscito a superare brillantemente una Top 16 da 9 vittorie e 5 sconfitte. Non è più il vecchio Panathinaikos che dominava gli avversari difensivamente e giocava un attacco spumeggianti, ma c’è più equilibrio, si forza poco e sono tutti coinvolti. Una formula che potrebbe continuare a stupire anche nel proibitivo quarto di finale contro il Barcellona.

RICKY HICKMAN. Prima opzione offensiva a Casale prima e a Pesaro poi, aspettarsi che lo fosse nel ricco Maccabi, profondo e completo in ogni reparto non era esattamente la scommessa più semplice da sottoscrivere. E invece Ricky Marciano ha stupito tutti prendendosi da subito tutte le responsabilità più importanti della compagine israeliana, trascinata ai Playoff a suon di punti. Il capolavoro della sua Top 16 è il trentello rifilato al Khimki con una perfezione chirurgica al tiro (4-9 da due, 4-7 da tre) in una gara praticamente vinta da solo. Da non sottovalutare nemmeno i 24 in 28 minuti con 9-9 dalla linea della carità inferti al Fenerbahce, insomma per essere un rookie in Eurolega non c’è male. In Italia avevamo già imparato a conoscerlo, e così possiamo affermare che è proprio nei momenti in cui il gioco si fa duro che Hickman comincia a giocare, dunque siamo sicuri che non si fermerà qui e il Maccabi potrà contare su un’arma devastante anche nella fase successiva.

ZAN TABAK. Alla prima stagione europea, la terza da head coach, il tecnico croato è subentrato senza problemi all’ingombrante ricordo di Dusko Ivanovic consegnando ad un Caja Laboral impaurito e in crisi di risultati una nuova identità. Maggiore libertà di creare e più spazio alla coppia di esterni Causeur-Heurtel  hanno installato nella formazione basca una fiducia tutta nuova che li ha portati ad una clamorosa serie di vittorie consecutive e alla conseguente qualificazione ai Playoff. Al suo Baskonia manca ancora qualcosa, specialmente in fase di costruzione del gioco, ma avere portato una squadra sull’orlo di una crisi di nervi fino a questo traguardo è già un risultato più che soddisfacente e che dovrebbe garantire a Tabak la conferma anche per l’anno prossimo.

LE DELUSIONI

FENERBAHCE. Dopo i proclami e le spese faraoniche di quest’estate erano in molti (il sottoscritto compreso) a pronosticare il Fener verso la tanto sospirata Final Four. Non avevamo fatto i conti col fatto che, come spesso succede, collezionare una serie di grandi nomi non coincide necessariamente a costruire una grande squadra. Ad Istanbul non è mai nato un abbozzo di chimica e di unione di intenti. McCalebb non è mai riuscito a prendere confidenza con una realtà più grande e dunque fatta di maggiori pressioni rispetto a Siena e non ha mai avuto il controllo della squadra che non rispondeva ai suoi input, lasciandolo solo con le sue penetrazioni e le conseguenti forzature. Karaman e Preldzic dovevano essere le nuove ali fatte di entusiasmo, talento ed atletismo che avrebbero dovuto garantire quella dose di energia necessaria a spiccare il volo, ma il feeling con Pianigiani non è mai scattato e sono rimasti in una sorta di limbo che rappresenta il male per giocatori che necessitano di andare al massimo o di non andare affatto. Le dimissioni del tecnico della Nazionale italiana non sono nient’altro che l’apice di una stagione nata male (sonora sconfitta seppur in amichevole a Siena) e finita peggio.

ZALGIRIS KAUNAS. Una regular season vissuta alla guida del gruppone europeo non è coincisa con un’altrettanto convincente Top 16. I lituani avevano per la prima volta da tempo immemore una squadra completa e profonda in ogni reparto, costituita dal nucleo portante della Nazionale di casa (i due Lavrinovic, Javtokas, Kaukenas) e col giusto mix di chili e centimetri per competere con chiunque, ma qualcosa deve essersi rotto in un ingranaggio che alla vigilia della seconda fase sembrava non avere lacune. Il divorzio dall’ala Tremmell Darden, trascinatore in stagione regolare, a quattro partite dalla fine della Top 16 e il conseguente ingaggio di Donnie McGrath non hanno portato quella benzina che si pensava avrebbe lanciato i ragazzi di coach Plaza, viceversa scioltisi gara dopo gara in una sorta di improvvisa crisi esistenziale.

BESIKTAS. La terza squadra turca a qualificarsi per la Top 16 ha dimostrato di non essere in alcun modo all’altezza di questo livello di competizione e di avere ancora molti passi da compiere per arrivarci. Dopo le spese pazze e gli acquisti passati di Allen Iverson e Deron Williams quest’anno gli investimenti del club hanno puntato al risparmio, e se la regular season aveva mostrato qualche buon segnale così non è stato da lì in poi quando Vidmar e compagni si sono dovuti confrontare con la crema del basket continentale. Dodici partite da sparring partner prima dell’acuto casalingo con una Siena allo sbando e della nuova  devastante sconfitta rimediata ieri (101-58 contro il Maccabi) dovrebbero aver fatto capire ai dirigenti bianconeri che passare da 100 a zero nel giro di una stagione non è stata la scelta più saggia che potessero compiere.

FOTO: fcbarcelona.com