Interviste Serie A

Beko Serie A – Il personaggio: Gianluca Basile (con intervista esclusiva)

Un pranzo domenicale molto ricco a Capo D’Orlando, con parecchi invitati gremiti sugli spalti a lamentare il brontolio della fame, ma non di sicuro a lamentare la mancanza di emozioni. L’Orlandina batte Reggio Emilia 68 a 62 e libera i suoi tifosi appena in tempo per tornare a casa a mangiare il dolce soddisfatti. Più che la portata principale però, quello che ha colpito è stato l’antipasto: Gianluca Basile, splendido quarantenne, festeggia la sua cinquecentesima presenza in serie A, proprio contro la squadra che lo aveva lanciato.

Da Ruvo di Puglia fino a Capo D’Orlando, passando per Reggio Emilia, Bologna e Barcellona (con scali a Cantù e Milano). No, non è il ritornello del nuovo singolo di Baby K, eppure un suono musicale di sottofondo accompagna lo stesso questo tragitto. Il suono è inconfondibile, è fatto di gomma che striscia sul parquet, è fatto di pelle che sfiora il cotone, è fatto di cori, di vittorie e sconfitte. È il viaggio di sola andata di Gianluca Basile, un giovane pugliese di quarant’anni che ha appena festeggiato le sue cinquecento presenze in serie A, ma che non ha intenzione alcuna di fermarsi. La parabola di una carriera, come la parabola di un tiro, deve arrivare inesorabilmente alla fine, ma Basile è per antonomasia l’uomo dei tiri dagli otto metri, dei tiri da così lontano che ti chiedi se mai arriveranno a canestro. Tutto è cominciato a Reggio Emilia, in un lontano 1995. La Reggiana formalizza l’acquisto di un ragazzino che, esattamente vent’anni dopo si ritrova contro, con cinquecento partite sulle spalle, mille esperienze, ma le stesse motivazioni.
“Pensa la vita com’è, la cinquecentesima partita capita contro Reggio, la mia prima squadra. È da lì che son partito, visto i casi della vita? Ecco cosa ci regala il destino”. Il cerchio della vita? Eppure è un cerchio ancora aperto che non sembra volersi chiudere. Tre punti “ignoranti”, venti minuti in campo, vittoria contro la squadra che finora (o fino a domenica) sembrava essere la più in forma. Insomma, neppure l’emozione delle celebrazioni di inizio gara, neppure il regalo che la Grissin Bon gli ha riservato (una maglietta della Reggiana con il numero cinquecento dietro), nulla di tutto ciò è riuscito a fermare Basile e la sua Capo D’Orlando. Una partita di sacrificio, vinta con la difesa e con il sudore. “Loro sono bravissimi a creare gioco, a costruire tiri di squadra partendo dal pick’n’roll. La maggior parte delle squadre che hanno incontrato ha difeso forte in uscita sul blocco, favorendo i tiri aperti, noi abbiamo fatto un’altra scelta, abbiamo tenuto dentro il lungo e forzato il portatore a penetrare.” Così i tiratori emiliani sono andati sotto pressione e, a parte i mini break di Gentile e Della Valle nei primi due quarti, hanno visto calare le loro percentuali nel secondo tempo. Una chiave di lettura che piace a Basile, perché tutto nasce dalla difesa. Poi però ti ricordi che il Baso ha quaranta estati sulle spalle e ti poni la domanda: ma come diavolo fa? È troppo forte lui o troppo scarsi gli altri?
“(Ride) Il basket è cambiato in Italia, dal punto di vista tecnico negli ultimi dieci anni il livello è molto calato e con la regola dei cinque americani si è alzato invece il tasso atletico. Ma la pallacanestro non è solo fisicità.” Come dice Sergio Tavçar, è uno sport per persone intelligenti. “Anche se con una certa età, se stiamo in un sistema di gioco possiamo ancora competere, possiamo ridurre il gap atletico. Se facciamo a gara a chi corre di più, probabilmente perderemo ogni battaglia, ma per fortuna si gioca a pallacanestro, bisogna avere conoscenza del gioco, farsi trovare al punto giusto sia in attacco che in difesa, che secondo me è il segreto per vincere le partite.” Quindi capacità di previsione, quindi saper sfruttare l’esperienza e la testa per arrivare due secondi prima degli altri e colmare così le differenze fisiche e anagrafiche. Allora è forse questo il problema dei nostri giovani? Fanno fatica gli allenatori a far capire loro la mentalità vincente?
“Credo che sia un problema di regolamento, che favorisce gli americani. In Spagna sono più nazionalisti e quindi costruiscono sugli spagnoli, in Italia invece preferiamo sempre gli americani indipendentemente da come giochino. Al contrario però, in Legadue, con le regole diverse sono costretti a far giocare i giovani.” La mentalità sbagliata è dunque del sistema.
Un sistema che si è evoluto, nel bene e nel male. Quando Basile ha esordito in prima squadra aveva vent’anni, a ventiquattro era già campione d’Europa a Parigi (1999), pronto così al grande salto di raccogliere l’eredità di Carlton Myers a Bologna e riportare da protagonista lo scudetto in casa Fortitudo, dopo averne già vinto uno da gregario. In mezzo ci sono le altre esperienze con la nazionale (bronzo 2003 ed argento storico ad Atene 2004). Insomma, la maturità cestistica è arrivata grazie ai successi, ma soprattutto anche grazie all’abitudine di una vita sotto pressione. Ed a chi pensa che ci voglia un carattere istrionico anche nella vita, Basile risponde di no, lui timido di natura è la dimostrazione vivente che in campo ci si possa trasformare. Quindi c’è ancora speranza per un ragazzo, anche se privo di esperienza.
“Dipende tutto dal carattere e dalla voglia che hai. Io sono un controsenso, perché nel ’99 stavo facendo i primi passi ed ero una persona molto timida, ma non è poi detto che una persona timida fuori dal campo poi non riesca ad emergere. Poi con l’abitudine impari a dimenticare la pressione, perché ce l’hai sempre e deve essere uno stimolo. Perché senza pressione non puoi stare ad alto livello, significherebbe che stai giocando per niente.”
La pressione e l’agonismo entrano dunque in gioco e forse la grande differenza tra professionisti e non professionisti è proprio qui: capire che fa tutto parte del proprio lavoro. Ed anche il carattere si trasforma quando entra in gioco la competizione. Pressione che, nel caso dei grandi campioni, diventa anche mediatica: c’è infatti un doppio beneficio nel successo. Se da un lato c’è la soddisfazione personale, dall’altro abbiamo l’impatto che lo stesso provoca attorno al movimento sportivo. Non per niente la grande fama del “Baso” è accresciuta grazie alle conquiste, ad esempio con la nazionale. Ricordo perfettamente che la prima volta che ho sostituito i miei miti “americani” con quelli nostrani è stato proprio in occasione delle Olimpiadi di Atene: Basile, Pozzecco, Marconato e gli altri hanno dato un contributo notevole all’immagine del basket nei confini peninsulari. Un po’ ciò che è successo quest’estate agli Europei francesi.
“Quest’anno a livello mediatico hanno spaccato, la gente è andata fuori di testa, grazie al lavoro soprattutto di Sky e malgrado sia stato portato via solo l’obiettivo minimo ovvero il Preolimpico. Abbiamo bisogno della Nazionale, perché senza non prende forma tutto quello che c’è attorno. Abbiamo però anche bisogno come il pane di andare alle Olimpiadi, ma sarà dura vista la concorrenza di Francia e Serbia.” Un traguardo importante, ma non sufficiente perché c’è bisogno di vincere per iniziare una continuità. “Il problema resta sempre lo stesso: la difesa. Non si può affrontare dei quarti di finale pensando di poter vincere solo con l’attacco, perché non si vince solo facendo cento punti. Il potenziale per farli ce l’hanno, ma ce l’hanno anche altre squadre che però difendono pure. Se non cambiano quella mentalità lì, la vedo difficile che possano fare grandi cose.”
Ecco che Basile non si schioda, non si muove dalla sua posizione. La cosa bizzarra è che forse, nell’immaginario collettivo, per molti è stato un esempio letale di attaccante, eppure è il primo ad ammettere che senza il lavoro sporco si vanificano anche i talenti offensivi. Non si vince con un tiro “ignorante” allo scadere, ma con il duro sacrificio che ti ha permesso di conquistarlo.
C’è un’etica sportiva che non si può insegnare, nelle parole di Gianluca. Forse è proprio questo il passo necessario per ambire ad essere i migliori. Forse dalle sue parole si riesce a capire perché possiamo gridare “500 volte Baso”, ma soprattutto perché dalla prossima saranno già cinquecento uno, inseguendo sempre nuovi traguardi.