Interviste Serie A

Caro Christian Di Giuliomaria: dove va la pallacanestro italiana?

Christian Di Giuliomaria ad Udine

Christian Di Giuliomaria si presenta all’intervista con un’oretta di ritardo per un misunderstanding con il cronista “Ahò io sò rincojonito ma anche te mica scherzi eh?!” ed in effetti ha totalmente ragione… ci conosciamo da anni ed in passato avevamo raccolto in una rubrica le sue esilaranti avventure sportivo-familiari,  Christian ci ha chiamato perché ha una gran voglia di parlare e sfogarsi “Sui social leggo delle cose da brividi! Si credono tutti espertoni e distruggono i giocatori, spesso molto giovani, senza farsi problemi!” e Di Giulio sa bene cosa vuol dire essere un giovane atleta con addosso una grossa pressione.

A Campli
A Campli

Classe 1979 Christian Di Giuliomaria è stato uno degli ultimi talenti di un basket nostrano che cresceva i suoi giovani virgulti nelle foresterie e secondo dei concetti sviluppatesi negli anni settanta, principalmente a Cantù “Venni da Roma a Cantù perché mi innamorai del senso di famiglia che si sentiva nella Pallacanestro Cantù. Il primo giorno, avevo 14 anni, Gianni Corsolini mi indicò la panchina di casa raccontandomi che un giorno mi sarei seduto là e mi emozionò, ancora oggi ricordo gli occhi lucidi del sciur Aldo Allievi dopo il primo scudetto giovanile e la Rosanna Mascheroni che gestiva il college ed era per noi ragazzini una seconda mamma…” Christian era ritenuto uno dei migliori tre talenti del basket europeo della sua annata ma due infortuni, il primo a Cantù ed il secondo a Varese, ed un carattere ribelle misero a rischio la sua carriera. Ci volle una bella dose di cocciutaggine e di passione per uscirne e crearsi una carriera, non più da superstar europea ma da journeyman ben voluto ovunque per il coraggio da leone in campo e per l’innata e contagiosa simpatia alla “romanesca” fuori.

Ma durante gli anni della sua maturazione la pallacanestro italiana fu travolta dal ciclone Bosman ed i settori giovanili vennero visti più come costi che non come possibili ricavi e letteralmente distrutti “Tutto è cambiato radicalmente, vent’anni fa il settore giovanile creava giocatori per la prima squadra ed i general manager cercavano i giocatori giusti anche a livello umano, ora mi pare lo faccia solo Reggio Emilia .. I giovani oggi non hanno davanti un progetto ora è tutto usa e getta! Il sistema non riconosce l’importanza del settore giovanile che viene spesso subappaltato ad altre società per spendere di meno ed essere a posto coi regolamenti federali ma senza aver nessun interesse a far poi giocare i ragazzi. Nel settore giovanile come coach ora trovi giovani laureati isef oppure allenatori dilettanti che impegnano un paio di ore del loro tempo alla sera e non allenatori di spessore come capitava in passato. Uno come Piero Millina, grande conoscitore e comunicatore, è una bestemmia sia fuori dal giro quando potrebbe dare moltissimo nei settori giovanili con la sua esperienza, è fondamentale un programma comune delle società professionistiche per cambiare la direzione presa anni fa, questo a prescindere dalla nazionalità dei giovani giocatori”.

alla Reyer
alla Reyer

Christian ormai è anche un padre ed i figli hanno il giusto DNA tanto che tutti e tre fanno sport agonistico sia pur in tre diverse discipline: Jona, il più grande, gioca a basket nel Progetto Giovani Cantù (PGC in questi giorni al centro di alcune polemiche con Gerasimenko) mentre i gemelli Elia e Giulia giocano a calcio nell’Inter ed a pallavolo nel Vero Monza. Questo permette a Di Giuliomaria, che a sua volta ha intrapreso un percorso come allenatore nelle giovanili della EA7 Milano, di confrontarsi quotidianamente con realtà diverse di quelle del basket “Ed ora capisco perché questi due sport ci scippano importanti talenti fisici tanto che nelle nostre giovanili è diventato raro vedere i lunghi sopra i due metri… Giulia a Monza si allena nei campi laterali di un palazzetto di oltre 5000 posti a fianco della prima squadra e col contatto quotidiano con le migliori giocatrici impara moltissimo e si esalta. Il volley ha preso poi il posto della nostra vecchia nazionale militare a Vigna di Valle e mandano le migliori ragazzine di 14 anni ad allenarsi assieme per anni, sono società ben strutturate nel marketing e con staff tecnici all’altezza. Poi non dobbiamo stupirci se il Volley vince alle Olimpiadi. Elia giocando poi nell’Inter si allena in strutture fantastiche con quattro allenatori, tre massaggiatori e due medici a disposizione per 5 allenamenti alla settimana, per queste realtà creare un giocatore vuol dire creare un valore e non generare un costo come si pensa nella pallacanestro

Anche Jona è fortunato perché PGC è una bellissima realtà con professionisti esperti e validi come Sergio Borghi, Antonio Visciglia, Sam Bianchi ed hanno un modo di lavorare simile a quello della Cantù dei miei tempi – è la considerazione di Christian – una realtà in cui puoi crescere e che non ha vinto uno scudetto Under20 per caso. Capisco il fastidio di Gerasimenko per non essere riuscito a trattenere nessuno dei tre ragazzi protagonisti dello scudetto ma sono certo che Cesana e Nwohoucha sono andati a Treviglio da un coach come Adriano Vertemati per poi tornare a Cantù più forti ed il loro sogno è di giocare con la maglia biancoblù. Non so se il binomio fra Cantù e PGC si scinderà ma credo che le due realtà potranno continuare parallele e PGC può diventare anche meglio della Stella Azzurra nella ricerca e crescita dei migliori talenti in Italia e di questo può beneficiare anche una società professionistica come Cantù”.

Una Cantù che invece è nel bel mezzo degli strali di coach Kurtinaitis dopo le brutte sconfitte a Capo d’Orlando e Reggio Emilia, con la epurazione di Romeo Travis fuggito a Strasburgo ed i problemi di Marco Laganà che resta un separato in casa “Non riesco a stupirmi. Ormai il campionato italiano è visto da giocatori americani ed agenti solo come un trampolino di lancio verso campionati migliori ed eurolega ed, a parte Milano, nessuna squadra fa con loro contratti pluriennali col risultato che questi professionisti pensano solo alla propria carriera ed accumulare statistiche buone per poi proporsi altrove. Ed è chiaro e lampante che poi allenatori importanti e ricchi di orgoglio come Repesa o Kurtinaitis perdono la pazienza chiedendo loro una disciplina di squadra che questi giocatori non sanno o non vogliono esprimere. A Cantù poi hanno sbagliato a rinunciare ad Andrea Lanzi: lui è un vero canturino e soffre quando la squadra perde, se mentre ti fascia la caviglia ha una faccia da funerale e tu giocatore hai un minimo di anima allora gli chiedi cosa non va e lui ti fa capire cosa vuol dire giocare a Cantù. Ecco questa Cantù ha perso la Canturinità ed è un peccato… poi perché gli allenatori parlano in inglese coi giocatori? Ai miei tempi i giocatori andavano a lezione di italiano, lo imparavano (gente come Bailey, Bouie o Mannion lo parlano ancora bene ad anni di distanza) e così capivano meglio dove erano finiti e si relazionavano con la gente. Dovrebbero imporgli di imparare la nostra lingua”.

Christian Di Giuliomaria ad Udine
Christian Di Giuliomaria ad Udine

Se la pallacanestro di élite si è scordata consapevolmente dei settori giovanili ci sono realtà minori che lavorano benissimo invece. Oltre alle già citate PGC e Stella Azzurra “Società come Pescara, Cuneo, Moncalieri e la stessa Armani tramite Bernareggio hanno cominciato a lavorare bene coi giovani anche se la loro finestra di lancio è la A2 e non la serie A dove vedi squadre come Brindisi dove gli italiani non giocano mai preferendo schierare frotte di USA che magari sono belve fisicamente ma tecnicamente sono inguardabili rispetto agli europei avendo il college basketball subito un tracollo”.

Ma allora Di Giulio… condividiamo la tua disanima ma cosa deve fare il basket per uscire da queste paludi ventennali, a parte una buona volontà che non intravvediamo?

Come dice Piero Millina bisogna obbligare ogni società ad investire una certa cifra fissa sul suo settore giovanile creando una struttura e materiale umano. Poi sono liberi di schierare dieci americani a referto ma intanto devono investire per forza. Poi recuperare figure del passato di grande esperienza e carisma, rottamate senza ragione, e sentire i loro consigli. Va creata una piattaforma mediatica moderna ed efficiente perché i giovani di oggi sanno usare le nuove tecnologie molto meglio di noi e ne fanno gran uso, vanno attratti. Creare strutture come hanno fatto negli anni in Spagna ed in Germania dove una volta giocavano in palestrine ed ora hanno palazzetti moderni e funzionali. Vanno eliminati poi i parametri federali che trovo assurdi e non hanno senso oggi”.

Bisogna trovare allora una strada per attrarre risorse, creare un progetto comune e cominciare a camminare tutti assieme perché dalle secche in cui si è arenato il vecchio galeone della Pallacanestro italiana non si esce remando ognuno verso mete diverse o inseguendo deboli venti.

Si deve remare assieme.    

1 commento

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  • Ciao caro Christian vedo che da ragazzino spaurito ora mastichi pallacanestro meglio di quando superbamente calcavi il parcque del pianella , vedo che hai logica ed chiarezza di pensiero ;mi spiace saperti a Milano ma ok si cresce e li’ vi sono risorse, buona carriera farai grandi cose sei intelligente.