Esclusiva intervista a Valerio D’Angelo, autore del libro “Basket: I Feel This Game”

Non è mia abitudine occuparmi di un mondo che non conosco abbastanza, qual è quello della Nba in ogni sua possibile sfumatura, ma stavolta era doveroso intervistare un ragazzo che ha una passione viscerale per il fantastico mondo della pallacanestro. Non vi dirò nulla dei contenuti del libro, perché non renderei giustizia a un lavoro che trovo preciso, puntuale, affascinante e capace di fare innamorare i neofiti di questo meraviglioso sport, ma vi dirò qual è l’obiettivo dell’opera di Valerio D’Angelo, il cui motto è “Googler, Computer Engineer, Basketball Writer”. Già, perché Valerio è un genio dell’informatica che lavora in un colosso mondiale come Google, e nel tempo libero si dedica a una sua grandissima passione: il basket. Il punto chiave del libro, la summa divisionis per così dire, ma anche il quesito fondamentale dell’intera opera è “Dove può condurti e fino a dove può spingerti la passione per la pallacanestro?“, una domanda che troverà risposte bellissime nelle 12 storie in cui si struttura il libro. Il bello è che, queste storie, non sono frutto di un’abile penna e di tanta immaginazione, ma sono realtà vissute in prima persona da Valerio, dal 2000, quando era solo un ragazzino che dominava le classifiche del FantaBasket italiano, fino a oggi. Non starò nemmeno a citarvi tutti i personaggi incontrati, le storie raccontate e gli aneddoti descritti con una maestria esemplare, ma vi dirò solamente che, dopo anni, sono tornato a dedicare il mio tempo libero alla lettura. Perché questo è un libro diverso dai soliti monologhi inconcludenti e pesanti che popolano le librerie odierne, sebbene trattino di sport in ogni sua forma: Valerio ci regala perle che non avremmo avuto mai altro modo di conoscere, se non leggendo le pagine di un’opera che scorre piacevolmente fino a farti capire che il basket è lo sport più bello del mondo. 
Dal parlare a Kobe Bryant in italiano, in diretta in uno show radiofonico americano, al segnare un canestro su assist di Manu Ginobili, al giocare a calcetto con Scottie Pippen… Più tante altre avventure, con personaggi del calibro di Dejan Bodiroga, Kevin Garnett, Paul Pierce, Steve Nash, Ray Allen, Gianmarco Pozzecco, i fratelli Gasol, Ricky Rubio, Juan Carlos Navarro, Tony Parker, Dirk Nowitzki, ed altri ancora…

Innanzitutto, è d’obbligo darvi i riferimenti per poter acquistare il libro in formato cartaceo o e-book:

Cartaceo
Disponibile su: IBS.it (http://goo.gl/h0gP9a) oppure su eBay (http://goo.gl/TaA2xv). Altrimenti, ordinabile presso Lithos Editrice, così come presso qualsiasi altra libreria (con il codice ISBN alla mano: 978-88-97414-68-1).
Ebook
Disponibile su Lulu.com (http://goo.gl/JMA5SK).

1) Com’è nata l’idea di raccogliere tutti i tuoi personali aneddoti in un libro?

Queste avventure in cui mi sono trovato coinvolto negli ultimi 14 anni (più di meta’ della mia esistenza, essendo io ventisettenne), sono tra i miei ricordi più belli in assoluto, legati alla viscerale passione per la pallacanestro. Grazie al loro essere decisamente inusuali ed un po’ estreme (nel senso buono del termine), hanno sempre riscosso un discreto successo ogni qualvolta mi sia trovato a raccontarle ad amici, nuove conoscenze, e persino nel corso di qualche colloquio di lavoro. In un momento personale particolare, non appena mi sia finalmente trovato ad averne il modo, ho quindi deciso di tentare di condividerle con un’audience più ampia, sperando di strappare qualche sorriso ai “malati” di palla a spicchi come me, fornendo aneddoti, curiosità e fatti potenzialmente interessanti sui tanti campioni in questione.

2) Quale, tra tutti i capitoli che hai scritto, è stato il più complicato da realizzare? E quello più emozionante?

Se ci riferiamo prettamente allo scrivere degli episodi, tentando di renderli nel modo più efficiente e coinvolgente possibile, direi che il più complesso si e’ rivelato essere quello relativo all’NBA Europe Live Tour 2007-2008 di Roma, che ha visto i Toronto Raptors e soprattutto i Boston Celtics capitanati dai neo-nati Big Threes farci visita. Cercare di rendere l’atmosfera e gli altalenanti stati d’animo di quel pomeriggio, tentando di non annoiare il lettore (sarete poi voi a dirmi se ci sia riuscito o meno!), non e’ stato un compito facile. Se invece si pensa all’avventura raccontata più improbabile o più difficile da realizzare in se’ e per se’, devo dire che ci sono davvero molti candidati, e c’e’ anche da considerare il fatto che non tutte siano state “premeditate”. Dovendo sceglierne una ed una sola, e restringendo la cerchia a quelle che siano effettivamente dipese solamente da me (ovvero senza colpi di fortuna, aiuti o fattori contingenti), andrei con quella del parlare in italiano con Kobe in diretta su una radio USA. Quest’ultimo e’ risultato essere anche il più emozionante (anche a distanza di anni, quando mi risento, imbarazzatissimo, in quel video, mi emoziono un po’).

3) Nel programma radiofonico americano hai parlato in italiano con Kobe Bryant. C’è qualche aneddoto sul “Mamba” che ci puoi rivelare in esclusiva, senza averlo scritto nel libro?

Kobe Bryant e’ davvero un personaggio estremamente affascinante, il più “magnetico” sicuramente tra quelli che ho avuto la fortuna di poter incontrare (e non solo a dirla tutta). Personalmente, sono sempre stato stregato dalla sua etica del lavoro e dalla sua abilita’ di praticare il mantra ed il credo del “chasing perfection” in ogni skill che decida di possedere (sia esso riuscire a replicare il Nowitzki one-legged fadeaway jumper, o sia esso padroneggiare ancora come un madrelingua l’italiano, parlato meglio di tanti altri…). Nel libro e’ il protagonista di due capitoli e relative avventure, avvenute a distanza di 5 anni l’una dall’altra, entrambe abbastanza inusuali e folli. Anche se non l’ho appresa direttamente, a dire il vero qualcosa che non ho raccontato nelle pagine di “Basket: I Feel This Game” e che potrei rivelarvi c’e’: e’ l’ennesima storia relativa al Black Mamba ed ai suoi ritmi di allenamento fuori dalla norma. Una nuova conoscenza, fatta a San Francisco nell’occasione della seconda delle storie menzionate poc’anzi, mi ha infatti rivelato come, nonostante i Lakers sarebbero stati impegnati in un back-to-back in trasferta (evenienza che di regola non prevedeva una sessione di allenamento mattutina per il team), “Vino” pretese di essere scortato egualmente alla facility per mettere a frutto la mattinata invece di sprecarla.

4) Dall’alto delle esperienze che hai avuto, qual è stato il giocatore più disponibile e umile? E, secondo la tua opinione, quello più forte sul parquet?

In assoluto, il giocatore più umile ed umanamente affabile che io abbia mai conosciuto e’ quello che ha scritto la prefazione del libro stesso e del quale ho la fortuna di potermi definire amico: Gianluca Basile, una grande persona prima ancora che un eccelso giocatore, davvero un Esempio con la “e” maiuscola. Per quanto che concerne invece i personaggi contenuti nel libro, direi che alla voce “esempi eclatanti” troverete piuttosto qualcuno che non si e’ dimostrato affatto “approachable”. Disponibili invece ce ne sono stati molti; il più gentile ed umile e’ stato il mitico Brian Scalabrine, ed eventualmente leggendo ne scoprirete il perché. Meritevoli di menzione anche Steve Nash e Boris Diaw. Per ciò che concerne invece il più forte, davvero difficile a dirsi… Alcuni dei personaggi menzionati nelle avventure in cui ho avuto l’onore e la fortuna di potermi ritrovare coinvolto sono davvero nomi altisonanti, tra i più importanti di questa decade (Scottie Pippen, Kobe Bryant, Kevin Garnett, Paul Pierce, Ray Allen, Steve Nash, Marc e Pau Gasol, Tony Parker, Dirk Nowitzki, Ricky Rubio, Manu Ginobili, Dejan Bodiroga, Juan Carlos Navarro, etc. etc.) e quindi e’ davvero impensabile tirarne fuori solo uno.

5) Hai avuto contatti col mondo NBA e con quello Europeo: che cosa li differenzia maggiormente?

Questa e’ un’ottima domanda: un quesito che mi e’ sempre “ronzato” in testa da tanti anni a questa parte, tanto che io stesso l’ho posto numerose volte ai giocatori nella smania di avere un loro parere a riguardo (ad esempio a “Big Sofo”, come troverete nel libro qualora decidiate di dargli una lettura, oppure a Juan Carlos Navarro quando ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con lui nella “llotja presidencial” del Barcellona), essendo particolarmente interessato dato il mio debole per i giocatori di scuola FIBA che si siano affermati anche in NBA. Si tratta di un argomento estremamente complesso. Deviando volutamente da temi filosofici legati alla natura dei due mondi in questione e da quelli tecnico-tattici (che potrebbero essere l’argomento di un intero libro…), provo a dire la mia sugli spesso discussi aspetti organizzativi: mi sento di poter abbastanza fermamente smentire ciò che spesso si sente dire (un po’ a mo’ di luogo comune) a proposito della fisiologica scarsa attenzione ai particolari ed ai dettagli che caratterizzerebbe per forza di cose le franchigie NBA che, training camp a parte, si ritrovano a dover disputare quanto meno 82 partite a stagione ed a non avere molto tempo per potersi allenare. Se ci sono delle organizzazioni che ai particolari stanno attente, sono proprio quelle d’ oltreoceano: tabelle di allenamento ultra-personalizzate, filmati e sessioni video da rivedere customizzati giocatore per giocatore, enormi quantità e varianti di scouting reports e stats (con il ricorso al data mining ed al machine learning) e via dicendo… Direi che, in Europa, almeno nella maggior parte dei casi, per cio’ che concerne questo particolare aspetto, a questo livello maniacale non si e’ ancora arrivati…