Esclusiva – Intervista con Matteo Soragna tra Final Six, Capo d’Orlando e movimento italiano

A 38 anni ancora con la voglia di divertirsi ed emozionare giocando a pallacanestro. In estrema sintesi, potremmo dipingere così la figura di Matteo Soragna, vero uomo di sport e persona mai banale, che quest’estate ha deciso di rimettersi nuovamente in gioco, cedendo alle avances di Capo d’Orlando. In Sicilia ha ritrovato amici e compagni di vecchia data, come Basile e Pozzecco, quest’ultimo nelle vesti di allenatore: un terzetto che ha fatto sognare e gioire un’intera nazione per le loro imprese con la canotta della Nazionale. Ma soprattutto ha trovato un progetto importante e ambizioso, a cui sta contribuendo mettendo al servizio della squadra tutta la sua esperienza ed il suo talento. L’Orlandina non è riuscita ad arrivare fino in fondo nella Coppa Italia di Lega, che si è disputata lo scorso finesettimana a Rimini, ma rimane comunque tra le favorite per la promozione. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Matteo Soragna, ecco quello che ci ha detto.

Le Final Six si sono confermate imprevedibili, come tutte le competizioni di questo tipo. Quanto ha influito l’assenza di Archie sul vostro cammino? Secondo te che cosa vi è mancato in semifinale per battere Biella?
«Sicuramente in una competizione in cui si gioca una partita al giorno due assenze nel roster pesano e tanto, a noi poi mancavano i due lunghi. In ogni caso potevamo giocare meglio, è stata una gara in cui abbiamo commesso errori che di solito non facciamo. Biella è una squadra dotata di tanta energia e i nostri sbagli ci son costati la gara».

Tra l’altro a Biella hai trascorso una fetta importante della tua carriera: che cos’hai provato a vederla trionfare, dopo aver quasi rischiato di scomparire in estate?
«Beh, come ogni volta che scendo in campo, preferirei che a vincere fosse la mia squadra (ride, ndr)… Mi ha fatto piacere vedere vincere Biella con un gruppo con quell’energia e entusiasmo. La società è ripartita bene con competenza e organizzazione e ha ottenuto un obiettivo importante».

Gli organizzatori hanno ricevuto tanti complimenti per aver proposto qualcosa al di fuori dai soliti standard. Secondo te la tre giorni di Rimini può essere fonte d’ispirazione anche al piano di sopra per iniziare a rinnovarsi?
«L’evento, a mio parere, è riuscito alla grande, davvero ben organizzato. Bella anche la location che si prestava a molteplici usi. È un impianto con molto potenziale, ha spazi su cui sperimentare, i campi andavano bene, delle arene originali. Se poi aggiungi allo sport delle manifestazioni come concerti, All Star Game, 3vs3 contest, che possono incuriosire e attrarre gente, ciò non può che fare bene. È certamente meglio pensare a eventi trasversali».

Una sconfitta alle Final Six di certo non cancella una stagione fin qui ottima. Capo d’Orlando da dove e da quali obiettivi riparte già da domenica?
«In campionato l’obiettivo è ripartire pensando che dobbiamo cercare di vincere più partite possibili nelle ultime sei. Dobbiamo ritrovare l’agonismo, recuperare gli uomini e concentrarci soltanto sulle prossime gare».

Quest’anno in Lega Gold sono scesi tanti italiani di un certo livello, a cominciare da te e Basile, passando per Mancinelli, Amoroso e arrivando a Di Bella e Rocca: come te lo spieghi questo fenomeno?
«Il discorso qui è un po’ più lungo di quello che potrebbe sembrare. Sono state diverse le scelte fatte dai giocatori, qualcuno ha valutato il dato oggettivo anagrafico, qualcun altro ha fatto una scelta economica e altri ancora hanno deciso di farsi coinvolgere in nuovi progetti».

Oltre ai “big”, stiamo scoprendo che tra Gold e Silver di italiani giovani e competitivi ce ne sono davvero tanti. Secondo te perché faticano ad arrivare nella massima serie? Cambieresti il numero di stranieri in Serie A?
«Quello che penso io è che i giovani per essere valutati devono giocare. Penso anche però che se sei un fenomeno, giochi anche a 18 anni con qualsiasi squadra e in qualsiasi campionato. Se invece stai maturando e puoi diventare un buon giocatore, devi avere la possibilità di dimostrarlo in campo. Anche sugli stranieri ho più o meno la stessa idea: se un giocatore è bravo, gioca, altrimenti è giusto che giochi un altro al posto suo. È vero però che magari si può regolamentare il tutto mettendo dei paletti».

FONTE FOTO – Sito ufficiale Orlandina Basket