Intervista – Benjamin May, regista di “The Legend of Swee’ Pea”: se Lloyd Daniels fosse vissuto nell’antica Roma, sarebbe stato un eroe da poema epico

Quando ho scoperto che negli USA stava per uscire un documentario su Lloyd “Swee Pea” Daniels sono per un attimo sobbalzato sulla sedia. La figura del giocatore americano transitato anche per un breve periodo da Pesaro mi ha sempre affascinato. Un po’ per il soprannome, che in italiano verrebbe tradotto con “Pisellino”, il figlio di Braccio di Ferro nel famoso cartone animato, un po’ per quell’aura di leggenda con la quale vengono tramandate le storie di questi grandi personaggi del basket americano. Lloyd Daniels avrebbe potuto essere un giocatore strepitoso, era stato il miglior prospetto dei licei americani, era arrivato a UNLV in pompa magna, reclutato dallo storico allenatore Jerry Tarkanian, sembrava dover dominare la scena per i prossimi dieci anni. Poi il declino. La droga, la criminalità, i colpi di pistola, fino alla resurrezione. “Swee Pea” arriva in NBA, con i San Antonio Spurs giunge anche la possibilità di calcare finalmente il palcoscenico al quale pochi anni prima sembrava destinato. Infine il tour europeo, dove viene accolto ovunque con gratitudine, come se un dio greco si fosse mischiato per poco tempo con i mortali. La sua storia porta con sé tutti gli elementi delle grandi storie di sport americane, e quindi non poteva essere trascurata dalla cinematografia.

Il regista Benjamin Mays ha dunque deciso di incaricarsi di questo ruolo narrativo e di raccontare splendidamente la sua storia in un documentario dal titolo “The Legend of Swee’ Pea”, che sta aspettando di raccogliere i necessari fondi economici per poter uscire in sala negli Stati Uniti.  Per capire qualcosa in più sul film e sulla figura di Lloyd Daniels in generale abbiamo quindi raggiunto il regista del film e abbiamo avuto l’opportunità di rivolgergli qualche domanda.

Benjamin, come è nata l’idea di questo film? «Mi sono interessato alla storia di Lloyd Daniels da adolescente, quando ho sentito delle sue incredibili gesta sui playground di New York. Di tutti i film sul basket che sono stati fatti, ho sempre pensato che questa fosse la storia più drammatica e non potevo credere che qualcuno non ci avesse ancora fatto un film. Un giorno a pranzo mia moglie mi ha suggerito che potevo farlo io, quindi ho unito le forze con Blowback Productions (produttori di “Chicagoland” e “Prayer for a Perfect Season”) e abbiamo iniziato a lavorare».

Cosa ti piaceva di più di Lloyd Daniels come giocatore e cosa ti piace di più di Lloyd Daniels la persona, ora che lo conosci personalmente? «Inizialmente mi sono innamorato della sua grazia naturale come giocatore di basket. Era come se avesse un dono naturale per il basket, come se fosse uno stregone o un mago. La sua visione di gioco era incredibile, il suo tiro era puro e il suo gioco in generale era leggero, insomma gli veniva tutto così naturale. Sapeva coinvolgere tutti i compagni, senza prendersi per forza il centro della scena. Come persona, tutti vogliono bene a Lloyd. Sa essere estremamente gioioso, generoso e divertente. Pensa sempre agli altri e sa perdonare. È un coach molto appassionato e tiene molto ai suoi giocatori; penso che questo sia evidenziato anche dal film».

Quali cose ti hanno sorpreso di più della sua personalità girando il film? «È una persona molto complessa. A causa delle circostanze della vita – l’essere cresciuto in quartieri disagiati di New York come Queens e Brooklyn – Lloyd ha sempre dovuto vivere combattendo. Ma dietro questa persona ce n’è un’altra, molto emotiva e con profondi conflitti interiori. È una persona molto difficile da classificare, perché ogni volta che lo incontri è sempre un pochino diverso e cambia personalità a seconda di chi ha vicino. È molto intelligente, e vive la vita secondo le sue regole, ed è proprio questo ciò che abbiamo voluto enfatizzare durante il film».

Che cosa hai cercato di raccontare alle persone con questo film? Qual è, a tuo parere, il messaggio della storia di Lloyd Daniels? «Ho voluto raccontare la storia di un lupo solitario, al quale è stato donato un incredibile talento, e si è giocato la sua possibilità nel modo più duro che potesse. Abbiamo usato molta varietà nel narrare la sua storia: un’incredibile storia di basket, ma anche la drammatica storia di un uomo e del suo viaggio attraverso la vita. Penso che il messaggio da trarre da questa storia sia che la vita ti porta in giro – tu usi le persone e le persone ti useranno – e le scelte che fai durante la strada definiscono la tua storia personale. Ciò che comunque non vogliamo assolutamente fare con questo film è trasformarlo in una sorta di lezione morale per la gente».

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Sappiamo dei problemi di Lloyd durante la sua permanenza a UNLV. A tuo parere questa e altre storie simili sottolineano una sorta di mancanza o qualche problema all’interno del sistema scolastico americano? «Lo sport universitario è un grande business che genera grossi introiti per le università, che lavorano sempre per raccogliere risorse per i loro programmi. Non c’è dubbio che molte giovani persone di talento vengano sfruttate a causa di queste loro potenzialità atletiche, ma allo stesso tempo vengono date loro delle opportunità. Jerry Tarkaninan è responsabile per molte situazioni educative che, se gestite in altri modi, non sarebbero accadute».

Parlando più in generale, sei appassionato di college basketball? Se sì, cosa pensi di tutti questi ragazzi che scelgono la via dello “one and done”? «Amo il college basketball e la March Madness è uno dei miei eventi sportivi preferiti. Il Torneo è pieno di dramma ed è bello vedere quanto le persone sono appassionate delle rispettive squadre. Proprio a questo proposito la situazione degli “one and done” è un male per il college basketball, perché si perde il senso. I giocatori non possono costruire delle “dinastie” collegiali e non hanno una vera connessione con le scuole o con i fan: per loro è soltanto un passo come un altro verso la NBA. Detto questo, per un giovane ragazzo con un potenziale da NBA, l’opportunità di arrivare a un grande contratto in NBA presto è potenzialmente una buona cosa economicamente. Se siano pronti emotivamente è però un’altra storia».

Parliamo ora di cinema negli USA. Come regista, cosa pensi della scena indipendente? E perché così tanti film o documentari interessanti trovano così tanti ostacoli ad essere distribuiti? «La scena indipendente sta letteralmente fiorendo negli USA. Ci sono tantissime manifestazioni e altrettanti festival dedicati esclusivamente al cinema indipendente. Detto questo, le grandi case di produzione sono più interessate ai soldi che a raccontare una storia interessante».

Conosci il cinema italiano? E se sì, ti piace? «Non so moltissimo sul cinema italiano: sono americano, quindi la mia conoscenza è limitata ai grandi registi italiani che conoscono tutti. Fellini, Bertolucci, Antonioni, Pasolini, Visconti e così via. Una delle mie scene cinematografiche preferite di tutti i tempi è quella ambientata a Roma, dove degli operai fanno irruzione in una vecchia villa romana e improvvisamente tutto sembra calmarsi quando loro contemplano delle facce in alcuni affreschi. Penso che a questo punto qualcuno dica: “è come se ci stessero fissando”. È un momento molto commovente, e mi è rimasto dentro: un grande momento di poesia cinematografica. Chiaramente, il film al quale ho lavorato è molto diverso, ma penso che in qualche modo eroi così atleticamente dotati come Daniels siano le versioni moderne degli antichi eroi guerrieri, persone che sembravano fisicamente in grado di conquistare e sovrastare qualunque avversario. Se Lloyd fosse vissuto durante l’Impero romano, avrebbe potuto essere l’eroe di qualche antico poema epico. Quindi quella scena a Roma in cui il mondo moderno viene improvvisamente al confronto con qualcosa che non comprende, ma implicitamente rispetta e teme, è molto somigliante a quelle tensioni psichiche che mi piacerebbe esplorare con i miei film».

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Ultima domanda. Ci ricorderesti come possiamo aiutare il tuo progetto? «Certamente. Potete dare la vita a questo film cliccando su kickstarter.com.  Abbiamo solo fino al 22 Aprile per raggiungere l’obiettivo dei 50.000 dollari! Abbiamo previsto degli splendidi regali per coloro che supporteranno il film. La leggenda di Swee Pea è una storia che ha bisogno di essere raccontata!»

Vorrei ringraziare infinitamente Benjamin Mays per avermi concesso questa intervista e gli auguro con tutto il cuore di riuscire a realizzare i suoi obiettivi, in primis l’uscita di questo interessante documentario. Come ha sottolineato lo stesso regista, la storia di Lloyd Daniels non si limita a parlare di basket, ma anche dei conflitti interiori dell’uomo, dunque se siete appassionati non solo dello sport che ci piace raccontare, ma anche di grandi personalità molto complesse questo è il film che fa per voi e vi invitiamo caldamente a donare quanto potete per riuscire a farlo effettivamente uscire.