Intervista a Bobbito Garcia e Kevin Couliau: i registi di Doin’ It In The Park, il nuovo film sul basket di strada

Cos’è Doin’ It In The Park? Per chi ancora non lo sapesse è il film/documentario sul pick-up basketball, il basket da strada, lo “streetball” o più semplicemente il campetto. In questo film i due registi Bobbito Garcia, leggenda dei playground newyorkesi, e il francese Kevin Couliau hanno inforcato le loro bici e, semplicemente con una telecamera e un pallone, hanno visitato 150 dei 700 playground della grande mela raccontando ogni aspetto della cultura del basket di strada di NYC con le testimonianze di normali ragazzi, campioni NBA e leggende dell’asfalto. Il film è disponibile per l’acquisto al modico prezzo di 9.99 dollari (circa 7.80 euro) su buy.doinitinthepark.com ovviamente in inglese ma dal primo giugno sarà disponibile anche la versione sottotitolata in italiano. Per incentivarvi a vedere questo film e a scoprire qualcosa di più sulla meravigliosa cultura del basket di strada vi regaliamo una lunga intervista con i due registi, ma prima ecco a voi il trailer del film.

Per prima cosa vorrei chiedervi come vi è venuta l’idea di girare questo documentario in maniera “on the road”? Semplicemente con le vostre biciclette e una telecamera?
Bobbito: Due semplici motive: la bici è il mezzo più comodo per attraversare New York, inoltre con il nostro budget, o meglio con la nostra mancanza di budget, è stata più una necessità che una scelta. (Ride)
Kevin: Come diceva Bobbito non c’è niente di meglio della bicicletta quando si è a New York, ci ha permesso di raggiungere velocemente qualsiasi posto ed è un mezzo che ti dà un grande senso di libertà, quasi come lo skateboard. Non volevamo girare per le strade con un grande staff e con un grande equipaggiamento anche perché ne avrebbero risentito la spontaneità e lo spirito esplorativo che caratterizzano questo progetto. Per le riprese abbiamo usato delle telecamere Canon DSLR come la 5D Mark II e la 1D Mark IV con diversi obbiettivi, un cavalletto e l’attrezzatura per l’audio, giusto il minimo indispensabile da mettere negli zaini per filmare ovunque volessimo e in ogni momento.

Un portoricano che vive a New York e un francese. Come è nata l’idea di fare un film insieme? Vi conoscete da tanto tempo o il vostro è un rapporto nato dal lavoro a questo film?
Bobbito: L’amore e il rispetto che entrambi abbiamo per giocare a basket e per raccontarlo ci ha fatto conoscere nel 2004, da allora siamo diventati amici e compagni di mille partite.
Kevin: Come stava dicendo Bobbito io e lui siamo entrati in contatto nel 2004 tramite BOUNCE Magazine. Nel giugno dello stesso anno sono andato per la prima volta a New York e Bobbito mi ha mostrato alcune delle grandi attrattive della città legate a questa cultura, dal Bed Stuy’s Fireball Tournament a quella che è stata la mia prima partita ai 21 punti tra Morningside e la 118th. Da allora abbiamo collaborato sempre su BOUNCE Magazine per diversi progetti legati al basket fino a che, nel 2009, ho creato un breve video chiamato “Heart & Soul of New York City” che al momento ha superato il milione di visualizzazioni online. Bobbito è rimasto davvero colpito dal video e mi ha chiesto di lavorare con lui a un documentario sul basket “ai 21 punti”, poi l’idea si è fatta sempre più concreta ed è nato il progetto Doin’ It In The Park sulla cultura del basket da strada a New York.

Chi vedrà il film potrà vedervi in azione come giocatori in moltissime scene. Siate onesti, vi siete divertiti di più a girare il film o a giocare in tutti quei campi? Comunque complimenti a Bobbito per aver vinto la serie contro Kevin 9-8 (ovviamente per capire a pieno queste ultime parola vi tocca guardare il film).
Bobbito: (ride) Ci siamo imposti di giocare su ogni campo che abbiamo visitato, era una nostra regola. Devo ammettere che Kevin ha passato parecchio tempo dietro la telecamera mentre io potevo tranquillamente allenarmi sul mio tiro quindi complimenti a lui per le immagini. Io ho selezionato i 180 campi che abbiamo visitato, d’altronde New York è la mia città e la conosco perfettamente. Diciamo che è stato un lavoro di squadra, Kevin ha più abilità da regista e io conosco la storia.
Kevin: Girare Doin’ It In The Park è stata una combinazione delle cose che più amiamo nella vita: il basket, la fotografia e New York City. Ci siamo divertiti ogni giorno ed è stata un’esperienza che ci ha fatto comprendere quanto siamo fortunati nel poter spendere 75 giorni sulle nostre biciclette giocando nei playground della Mecca del basket per realizzare un documentario. Ovviamente Bobbito ha vinto la sfida dell’uno-contro-uno ma l’ho lasciato vincere (ride). E’ vero, in difesa ero inesistente ma bisogna ammettere che mentre lui si riscaldava sul campo o faceva i primi tiri con qualche ragazzino io ero impegnato a filmare. In ogni caso complimenti a Bobbito, farei la firma per essere nella sua condizione fisica quando avrò 46 anni (ride).

Voi due venite da paesi diversi, continenti diversi e quindi da culture diverse. Come vi siete innamorati di del basket, principalmente quello giocato sul cemento?
Bobbito: Gioco a basket dal 1973, quando avevo 7 anni. A New York la cultura del basket da strada è ovunque, diciamo anche inevitabile, è qualcosa di speciale e sono felice di aver avuto l’occasione di condividerla con gente di tutto il mondo con questo film.
Kevin: Ho cominciato a giocare a basket nei campetti quando avevo circa 10/11 anni nel playground della mia città natale, Nantes in Francia. I fondamentali li ho imparati nelle squadre giovanili organizzate e tutt’oggi gioco in una squadra vera e propria ma il campetto mi ha aiutato a migliorare la mia creatività e la mia abilità.

Kevin, in Francia la cultura del basket da strada è così importante e diffusa come a New York?
Kevin: La Francia è una delle nazioni in cui la cultura del playground è più diffusa, all’inizio degli anni ’90 poi c’è stata una vera e propria esplosione per questa tipologia di basket tanto che ha portato alla  nascita di grandissimi giocatori come Moustapha Sonko e più recentemente Amara Sy, vincitore del Nike Battlegrounds 1 on 1 e del Quai 54 Championship per ben quattro volte. In ogni caso la cultura francese è nulla paragonata a quella della sola New York, noi non abbiamo 700 campetti e il basket non è il primo sport a scorrere nelle vene della popolazione.

Prendiamo in considerazione una delle prime scene del film in cui si vedono delle persone che scommettono sui ragazzi che stanno giocando in un playground, inoltre so che talvolta anche i giocatori si intascano una parte dei soldi ricavati dalle scommesse. E’ un’usanza comune? Siete d’accordo con questa pratica o pensate che possa rovinare la vera essenza del gioco?
Bobbito: Che io sappia non è molto comune ma qualche volta può succedere. In ogni caso penso che elevi solo l’intensità del gioco.
Kevin: Fa parte della cultura. Ci sono che persone che scommettono sui cavalli, persone che scommettono sulla NBA e quindi perché non farlo anche sul basket da strada. Inoltre se qualche giocatore riesce anche a guadagnare qualcosa penso possa fare solo bene, sarà per lui una motivazione in più per migliorare e provare a diventare un professionista.

Nel film ci sono tantissime interviste. Cosa avete provato nell’intervistare così tante leggende del basket da strada, campioni NBA e Hall of Famers?
Bobbito: Personalmente conoscevo tutti i giocatori intervistati, avevo già ottimi rapporti con loro, anche per questo tutti hanno accettato di parlare davanti alla telecamera senza pensarci nemmeno un attimo. Quando abbiamo intervistato Kenny Anderson, ho visto Kevin agitato, come se fosse tornato bambino quando lo guardava giocare con i Nets.
Kevin: Confermo! (Ride).

Il film ha una morale molto intense e profonda, lo spettatore infatti capisce che il basket, specie quello giocato nei playground, è un mezzo che unisce persone da diversi paesi e diverse culture, non cont ache tu sia uomo o donna, bianco o nero. Pensate che la cultura del basket da strada abbia aiutato NYC a diventare la città simbolo dell’unione culturale e del cosiddetto melting pot?
Bobbito: Questa è una domanda profonda. New York è una città aperta a tutte le culture da secoli, prima ancora che il basket fosse inventato ma in epoca moderna, essendo lo sport più seguito qui, sono convinto che sia stato fondamentale (e lo è tutt’ora) per unire le nuove generazioni.
Kevin: New York è una città multiculturale per tanti motivi ma il campetto è uno di quei luoghi in cui davvero si fa aggregazione e si creano legami. Non importa quali siano le vostre origini o la vostra provenienza sociale, con lo “streetball” incontrerete nuove persone e condividerete con loro la passione per questo gioco.

In Doin’ It In The Park possiamo vedere come il basket da strada possa aiutare molti ragazzi a restare lontano dai guai e addirittura dalla prigione. Pensate lo “streetball” sia davvero utile per aiutare i ragazzi per così dire problematici? Se sì, pensate che le città e le prigioni di tutto il mondo debbano essere incentivate, magari anche ricevendo maggiori fondi, a costruire campi pubblici?
Bobbito: Sì! Il nostro obiettivo è di motivare le persone a giocare nei campetti per i valori positivi che questo sport trasmette e anche per aiutare le organizzazioni a trovare le risorse per garantire spazi gratuiti alla gente. Abbiamo già aiutato la YMCA e il Boys & Girls Club a raccogliere fondi per ristrutturare dei campi negli Stati Uniti e continueremo a farlo.
Kevin: Sì, il basket ha grande impatto sulla società. In una città come New York, un campo di pallacanestro è visto come un santuario. Alcuni ragazzi hanno tanti problemi, ma passano il loro tempo al playground, inseguendo il loro sogno di giocare un giorno in NBA. Un sacco di prigioni hanno un campo da gioco, ad esempio Rikers Island (prigione newyorkese da oltre undici mila prigionieri) ne ha due regolamentari all’aperto ed anche una palestra, ma ovviamente è sempre una prigione e di certo non sono dei gioielli: altrimenti i detenuti si sentirebbero più a casa che dietro le sbarre. Le città dovrebbero prendere esempio da New York e costruire dei campi che si integrino bene con il paesaggio.

Entrambi avete giocato in migliaia di campetti in tutto il mondo ma ce n’è uno che amate più degli altri? Forse perché è particolarmente bello o forse perché ne siete affezionati.
Bobbito: The Goat è il mio campo preferito e sempre lo sarà. Sono cresciuto lì, ci gioco ancora a 46 anni e continuerò a farlo finché riuscirò a camminare!
Kevin: Il mio campetto preferito è a Nantes, in Francia. Si chiama “Le Parc de Procé”, ho passato più di 10 anni lì a lavorare sul mio gioco, a sfidare gli amici ed a vincere alcune dure battaglie.

Esattamente come dicevamo per i playground avete avuto l’occasione di vedere anche migliaia di giocatori provenienti da ogni parte del mondo. Chi pensate sia il più forte che abbiate mai visto giocare sul cemento?
Bobbito: E’ impossibile rispondere! Personalmente il più dominante giocatore che io abbia mai visto o contro cui abbia mai giocato è Mario Elie, d’altronde lui è stato nella NBA e ha vinto tre titoli tra Spurs e Rockets negli anni ’90. Il giocatore con il miglior jumper è Jack Ryan, che è anche nel nostro film. Il miglior passatore è Master Rob, mentre il più duro e competitivo è Speedy Williams. Come ho detto, è molto difficile sceglierne uno.
Kevin: Faccio solo un nome, Kevin Durant.

Chiudiamo con un’altra curiosità. Anche chi non è vicino a questa cultura capisce dal film che i soprannomi sono più che importanti nella cultura del basket da strada e so anche che Bobbito è rinomato per averne inventati alcuni molto originali come ad esempio “Born Ready” per Lance Stephenson, ora agli Indiana Pacers.Dato che sei un esperto, qual è il miglior soprannome che tu abbia mai sentito? Uno particolarmente simpatico o geniale.
Bobbito: In una partita al Rucker Purk tirai un airball e lo speaker storico del campo Duke Tango ha pensato di sostituire il mio nome, Bobbito, con Danny DeVito, come il simpatico attore degli anni ’90 che era molto basso. In quell’occasione circa mille persone hanno riso di me! E’ stato imbarazzante (ride).

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Con la conclusione di questa intervista vi ricordo di comprare online il film Doin’ It In The Park per soli 9.99 dollari e quindi circa 7.80 euro, fidatevi che ne vale davvero la pena. Se siete intenzionati a farlo o volete saperne di più andate su http://buy.doinitinthepark.com/  e troverete tutto ciò di cui avete bisogno. Inoltre vi anticipo che probabilmente il 15 settembre 2013 Bobbito Garcia e Kevin Couliau saranno a Milano per promuovere il loro film insieme alla Nike ma in ogni caso aspetto conferme e prometto che vi terrò aggiornati su ogni novità. 

Bobbito Garcia and Kevin Couliau

NOME ED ETÀ Kevin Couliau, 31 anni
SOPRANNOME Behind the Scenes a.k.a. Baguette a.k.a. Crossants
PREGIO / DIFETTO Sono paziente / la mia difesa
L’AVVERSARIO PIU’ FORTE Me stesso
LA PARTITA INDIMENTICABILE Giocare a Rikers Island
FILM Doin’ It In The Park
CANTANTE/GRUPPO Sixto Rodriguez
HOBBY Basket, fotografia, cinema
DESIDERIO Comprate ora il nostro film qui: www.doinitinthepark.com

 

NOME ED ETÀ Bobbito Garcia, 46 anni
SOPRANNOME Kool Bob Love a.k.a. Boogie Bob a.k.a. Make It Happen
PREGIO / DIFETTO Lavoro sodo / mi manca un dente
L’AVVERSARIO PIU’ FORTE Il vento
LA PARTITA INDIMENTICABILE Ogni singola partita che ho giocato all’aperto
FILM Doin’ It In The Park, ovviamente!
CANTANTE/GRUPPO Stevie Wonder
HOBBY Basket, tutto il resto non conta niente
DESIDERIO Comprate ora il nostro film qui: www.doinitinthepark.com

 

Un grazie speciale a Bobbito e a Kevin che sono stati gentilissimi nel concederci questa intervista, grazie anche a Kanessa Tixe per la sua disponibilità e il suo lavoro come ufficio stampa.

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