Interviste NBA

Intervista a Federico Buffa: dal “nausea game” a McGrady passando per gli anni a UCLA

A margine della cornice dell'”Autunno Pavese”, tra un calice di vino e un risotto alla Bonarda, MY-Basket.it ha incontrato Federico Buffa per una chiacchiarata sulla pallacanestro del (più o meno) recente passato. Quel che ne è uscito differisce dalla classica intervista con domande e risposte, avvicinandosi più alla classica narrazione a cui l’Avvocato ha abituato il pubblico

Come si viveva nella UCLA “post Wooden”, che tu hai frequentato nel 1978? Qual era l’atmosfera che si respirava?
“Non dovete ragionare  con la testa di oggi, ma con quella del 1978. Entravi in un campus pieno di oleandri ed eucalipti, c’erano delle fighe del Bengala in shorts che venivano a scuola in pattini, c’era un mondo di assoluta libertà fatto di 17enni e 18enni. Tu chiedevi “scusi, posso prenotare il campo per giocare a tennis?” e la risposta era “no guarda, ci son venti campi, si può giocare tutti i giorni per tutto il giorno”. Oppure “scusi, posso prendere una Coca Cola? In Italia costano 100 lire…”, “ma che diavolo di domande fai? c’è il dispenser, schiacci il pulsante e scende!”, tant’è che il primo giorno ne ho bevute dodici in fila così, per il gusto di provare.
Quindi per uno che fino ad allora aveva letto “I giganti del basket” entrare al Pauley Pavillon e vedere tutti quei gonfaloni commemorativi, vedere le foto di Alcindor, Bill Walton e Wooden, sentire il profumo della cera sul campo anche fuori stagione, visitare un luogo che esprimeva una sacralità che nello sport italiano si fa fatica a trovare e al quale loro invece hanno un senso di appartenenza così forte, poteva essere quasi definita un’esperienza extrasensoriale. Non potrò mai più replicare quella cosa perchè era la prima volta.”

Rimanendo a UCLA, in quell’anno hai anche iniziato a scrivere per Aldo Giordani su Superbasket: quanto ha influito vivere in quell’ambiente e poter incontrare Magic Johnson al campetto del Campus?
“Come direbbe Umberto Eco: “si faccia una domanda e si dia una risposta” (ride). A parte gli scherzi , Magic Johnson lo si incontrava al mio secondo anno: siccome dopo il primo anno lui è diventato letteralmente il padrone, UCLA è in un’ottima posizione, per questo lui arrivava e arbitrava perchè LUI era Magic Johnson. Ma c’era Wilt, che aveva più di quarant’anni e mi ricordo che una volta, da studente di UCLA ho commesso l’errore di fare la doccia: solitamente Wilt andava via con la Corvette, ma in quell’occasione ha fatto anch’egli la doccia e, fidatevi, voi non volete fare la doccia con Chamberlain a causa di chiare differenze di “strumentazione” (ride).
Doccia a parte, Wilt dominava e, siccome Magic Johnson gli chiamava qualche violazione di passi non condivisa, per i successivi quattro possessi spediva la palla di Magic una volta a San Bernardino, una a San Diego, una a San Pedro e una a Malibu. Da lì Magic Johnson tirava solo da fuori perchè aveva capito che Wilt non era in buona disposizione mentale a causa dei “passi” chiamatigli nei possessi precedenti. L’anno prima, ogni volta che Wilt commetteva violazione, ricordo che David Greenwood, buonissimo giocatore di UCLA, faceva segno con le dita per mimare il gesto, ma non aveva il coraggio di dirglielo, mentre Magic aveva lo status per permetterselo. Sì, ok, però poi c’è sempre Wilt…
Ah, un momento, contemporaneamente andava a casa e si trombava la moglie di Quentin Tarantino (per ammissione di Quentin, non mia).”

Ritieni che Toni Kukoc abbia rivoluzionato il ruolo di point forward all’interno della storia del Gioco?
“Totalmente. Kukoc è una bellissima storia, perchè quando Phil Jackson decide che tira lui e non Pippen in un ultimo possesso così importante (questo il tiro di cui si parla, ndr)  idealmente asfalta la strada all’idea che ci potesse essere un giocatore di area FIBA che potesse prendere un ultimo tiro per vincere una serie playoff. E’ una cosa epocale. Se Drazen Petrovic non fosse stato portato via da un destino cinico e baro, sarebbe stato un “primo quintetto NBA” nello spazio di tre anni e avrebbe anticipato di tanto tempo i giocatori di area FIBA, anche perchè sono convinto che di Petrovic non ne sono mai più nati e non so se ne nascerà un altro.”

Parliamo del basket di Seattle, una delle tue storie che più è piaciuta al pubblico. Tanti giocatori come Nate Robinson, Aaron Brooks, Jason Terry, Jamal Crawford o Brandon Roy, tutti un po’ “disfunzionali” che (Jason Terry a parte) non sono mai riusciti a vincere il titolo. Qual è secondo te il motivo?
“E’ per questo che dovrebbero fare l’“Athletic Bilbao”: gli ridanno la squadra e sui primi dieci della rotazione, sette sono di Seattle. Allora poi ricordati tutte queste brutte frasi che hai detto e vedrai! (ride)”

Due parole su McGrady? Giusto l’inserimento nella Hall of Fame?
“T-Mac, per me, era più forte di Kobe. Se avesse avuto un decimo della testa di Kobe Bryant sarebbe stato ingiocabile. La Hall of Fame però NO! Non ha vinto niente, perchè deve entrare nella HoF?(ride).
Però, secondo me, era il più forte di tutti, perchè era nettamente il più atletico. Qualche anno fa giphyc’era il volo diretto per arrivare a Los Angeles da Milano. Un giorno ricordo di essere andato a vedere un Lakers-Magic partendo da Milano e arrivando a Los Angeles in orario per la partita delle 19.30. Il primo possesso di Bryant è un fadeaway sulla linea di fondo, e McGrady glielo stoppa mandando la palla in prima fila come dire “è domenica, ho sonno come al solito, ma vuoi vedere che giochiamo una partita?!”. Io avrei invaso il campo soltanto per gridare “FENOMENO! Sono arrivato da Milano solo per vedere ‘sta figata! Ora prendo l’aereo e torno indietro! Non ho più niente da vedere!”. E’ la classica “fidanzata sbagliata”: vedere giocare lui dal vivo è una cosa incredibile: lo volevi pigliare a schiaffi per svegliarlo, ma se giocava 5 minuti era un giocatore meraviglioso.”

Il “nausea game” di Jordan: cos’è successo quella notte a Salt Lake City?
“Lo considero uno dei più grandi privilegi della mia vita perchè, come ho raccontato varie volte, anzichè essere al terzo anello eravamo al primo, e quindi avevo la possibilità di andare e venire dal campo cke1dj9on enorme facilità. Io ero veramente a tre metri da lui quando lui era una salamandra con l’asciugamano in testa e ho fatto segno a Flavio che non avrebbe potuto mai giocare. Io torno in postazione, Jackson sceglie il quintetto, lui si toglie il cappuccio e gioca: non si muove per 30-40 secondi e poi comincia. Io non credo che nella storia dello sport la mente abbia battuto il corpo più di quanto fatto da Jordan in quell’occasione. E’ evidente che lui avesse immaginato una partita prima e l’avesse giocata esattamente come l’aveva pensata. Paradossalmente i 42” che cambiano il mondo (questi qui, ndr) e che sono un invito all’ateismo sono inferiori a lui che nel letto fino alle 3 immagina la partita e poi la gioca, sì ma non contro la “selezione pavese”, ma contro Malone e Stockton.”

Intervista a cura di: Marco Arcari, Federico Magnani, Luca Ngoi, Claudio Pavesi e Davide Quaranta