Intervista a Mauro Bevacqua: “NY ora ha un capo, Kerr può essere speciale. E con Buffa…”

Siamo a Pavia, nella bellissima cornice del Cine Fraccaro, un evento organizzato dai ragazzi del collegio Fraccaro in cui vengono mostrati alcuni dei film a tema sportivo più belli di sempre, il tutto accompagnato dalla presenza di relatori estremamente competenti e interessanti. Nel secondo appuntamento della rassegna, svoltosi nella sera di lunedì 12 maggio, viene proiettato “He Got Game”, strepitosa pellicola del 1998 in cui Spike Lee dirige egregiamente attori del calibro di Denzel Washington, Rosario Dawson, Milla Jovovich e un giovanissimo Ray Allen, all’epoca al suo secondo anno da professionista in maglia Milwaukee Bucks, peraltro molto credibile nel ruolo di Jesus Shuttlesworth. Ovviamente un grande appassionato di basket come me non poteva mancare a un evento del genere, specialmente se il relatore del giorno, l’ospite speciale, era Mauro Bevacqua, direttore di Rivista Ufficiale NBA, estremo conoscitore di pallacanestro (specialmente se americana) e compagno di avventure di Federico Buffa in molti progetti lavorativi e non. Non starò qui a parlare del film dato che lo conosciamo tutti benissimo (se siete appassionati di basket e non lo avete mai visto allora è inutile che perdete tempo a fare altro nella giornata di oggi, correte a guardarlo) ma non farò altro che riportare l’intervista, o meglio la chiacchierata, che ho potuto fare con Mauro Bevacqua al termine della proiezione del film.

Che ne pensi della serata del Cine Fraccaro appena conclusasi? Ritieni che un’iniziativa del genere possa fare bene al basket radunando in un’unica sala tanti appassionati e magari formandone di nuovi?
“Senza dubbio, è sempre bello ritrovare tanta gente riunita per lo sport. Personalmente credo che lo sport sia qualcosa di straordinario e occasioni come queste possono aiutarci a capire molto di un mondo che è più radicato alla cultura di un paese di quanto si possa pensare. Pensiamo al college basket di cui si parla in “He Got Game”, già in questo caso sarebbe limitante considerare solo il college basket e non l’intero sistema collegiale americano. Parliamo infatti di cultura sportiva, dell’intera struttura scolastica di un paese, del paese stesso e delle persone che lo abitano. Parlare di tutti questi argomenti è sempre interessante quindi ben vengano serate come queste, anche perché già discutere di sport è bellissimo, se poi lo si può fare mentre si è rilassati davanti a un film meglio ancora”.

Restiamo su “He Got Game”. Quanto pensi che abbia influito questo film sulla cultura popolare e quanto ha aiutato la comprensione del mondo della NCAA anche e soprattutto per chi non è un grande esperto del college basket?
“Per chi non mastica di NCAA si può dire che questo film sia rivelatorio e certamente interessante anche se forse non è lo scopo principale di Spike Lee, più interessato a raccontare storie di uomini e di redenzione con quella morale molto forte tipica dei suoi film. Sicuramente però la discussione sulle problematiche della NCAA e della corruzione del singolo uomo prima ancora di un sistema è certamente importante. Può aprire non poco gli occhi a chi non è stato molto attento alla realtà di questo mondo.
Parlando dell’influenza sulla cultura popolare, soprattutto americana, posso dirti che ha influito tantissimo su alcuni aspetti, magari anche frivoli. Due esempi: quando a gennaio i Miami Heat hanno giocato con i nickname al posto dei nomi reali, sulla maglia di Ray Allen c’era “J. Shuttlesworth” ed è stata una delle canotte più vendute dell’anno. Poi, non più tardi di due settimane fa, LeBron James, microfonato durante un timeout, si è rivolto a Ray Allen chiamandolo “Jesùs”, alla spagnola perché stanno pur sempre a Miami. Mesi fa si è anche parlato di un sequel e Ray Allen ha dichiarato di volere il cast originale con Denzel Washington e Rosario Dawson perché evidentemente questo film ha avuto un gradissimo impatto e una grande influenza”.

(Casualmente, nella notte in seguito alla proiezione di questa pellicola al Cine Fraccaro, Spike Lee, Ray Allen e Denzel Washington si sono incontrati a bordo campo prima di Gara 4 della serie di Playoffs tra Brooklyn Nets e Miami Heat. Casualità? Ci piace pensare che non sia così. La foto visibile qui sotto è la testimonianza)

He got Game 2014

Restiamo in ambito NCAA ma passiamo al mondo reale. Recentemente si è parlato di stipendi per i giocatori del mondo collegiale. Che ne pensi? Non credi che sia un controsenso? D’altronde parliamo di ragazzi che normalmente lottano appunto per andare alla conquista di un contratto.
“Vero, è un controsenso però quasi tutto in quel mondo è un controsenso, guarda solo la norma che obbliga i liceali a fare almeno un anno di college: non puoi più andare direttamente in NBA ma non vuoi frequentare l’università? Vai in Europa o in altri campionati come ha fatto Brandon Jennings (o Aquille Carr, ndr.) giocando, stipendiato, da professionista. E  comunque diciamocelo chiaramente, quel singolo anno di università non cambia certo radicalmente l’istruzione di chi lo frequenta. E’ difficile dare un’opinione anche perché noi che viviamo questa situazione a migliaia di kilometri di distanza molto probabilmente non ci rendiamo conto di tutto ciò che gira attorno a quel mondo. Per non parlare del “sottobanco” che c’è sempre stato e lo stesso “He Got Game” ne parla quindi sarebbe stupido mettere la testa sotto la sabbia e negare tutto parlando dei giocatori NCAA come di ragazzi integerrimi che giocano solo per lo spirito di squadra. Non fraintendiamo, lo spirito di squadra c’è, c’è eccome, così come c’è l’attaccamento alla maglia della propria università ma far finta che ci sia solo quello per me è sbagliato. Non dimentichiamoci il giro di soldi che le università hanno da questo mondo, da diritti televisivi al merchandising, per milioni e talvolta miliardi di dollari. Non so se la situazione giusta sia proprio lo stipendio ai giocatori anche perché poi bisogna pensare a quanto, come e perché, ma qualcosa bisogna fare perché altrimenti si andrebbe a minare la credibilità del tutto, d’altronde questi ragazzi hanno sì una borsa di studio, vitto e alloggio ma non scordiamoci che i ricavi delle università sono in proporzione giganteschi rispetto alle spese. Va bene dire che al college si gioca per quello che hai scritto sulla maglia mentre nei professionisti si gioca per il nome che c’è scritto dietro ma probabilmente è più bello raccontarlo che chiederci, oggi come oggi”.

Continuiamo a parlare di Draft. Si parla di Wiggins, di Embiid, di Parker e di tanti altri campioni ma si parla anche di Dante Exum e del fatto che lui stia facendo pressione per essere scelto dai Los Angeles Lakers. Un singolo giocatore può avere una tale influenza da influire sul sistema del Draft?
“E’ difficile da dire ma tendenzialmente sì. Pensiamo a Danny Ferry, oggi General Manager di Atlanta. Ferry fu scelto con la seconda chiamata assoluta dai Clippers nel 1989 ma non voleva giocarci perché riteneva quello un contesto perdente, e lui veniva da Duke, un contesto vincente, quindi si rifiutò di giocare andando per una stagione a Roma e obbligando i Clippers a scambiarlo entro la stagione successiva. Se la scelta di Jennings di giocare in Italia invece che al college fu rivoluzionaria, immagina quanto lo fu quella di Danny Ferry. Ecco perché le pressioni di Exum non sono una novità. E’ normale e possibile che un giocatore esprima una preferenza per una squadra piuttosto che un’altra anche se in teoria questo cambia poco nel sistema del Draft, poi è anche nei compiti di un agente (quello di Exum è Rob Pelinka, lo stesso di Kobe Bryant, ndr), quando un giocatore si mette nelle sue mani, cercare la miglior opzione possibile per il proprio cliente facendo sapere alle squadre quali sono le più e le meno gradite. Talvolta sono le squadre stesse a cambiare i proprio piani originali preferendo un giocatore più contento di far parte di quell’ambiente piuttosto di uno scontento che in origine era l’obiettivo della squadra. Poi Exum è strano, lui è australiano, si può definire come l’oggetto misterioso del Draft ma queste voci che lo vedono spingere verso i Lakers sono davvero tante quindi immagini che ci sia del vero lì sotto”.

Chiudiamo il capitolo NCAA e Draft, parliamo ora di NBA vera e propria. Pensi che Phil Jackson possa davvero essere il punto di partenza per la rinascita dei New York Knicks?
“Solitamente non credo mai che sia una singola persona a salvare un’intera patria, specie se consideriamo una situazione complessa come quella dei Knicks, in un mercato complesso come quello di New York, specialmente dal punto di vista mediatico, prima ancora della situazione della squadra che già non è facile, in particolare dal punto di vista dei contratti e della possibilità di muoversi. Sono sempre restio a pensare che una situazione possa cambiare radicalmente con l’arrivo di una sola persona ma evidentemente è stato fatto un investimento per dare un segnale di credibilità, anche solo per dire a tutti “ora c’è un capo”, cosa che in passato non era scontata dato che pareva essercene di più, un giorno è Dolan, un giorno è un altro e un giorno è Carmelo Anthony che alza la voce. Con questa mossa è stato dato un volto ai Knicks, quello di Jackson, un volto particolarmente credibile per via degli undici anelli che ha collezionato in carriera”.

A proposito di Knicks e di Phil Jackson. Molti hanno parlato di Steve Kerr sulla panchina dei Knicks e di conseguenza è stato poi avvicinato a tante altre panchine NBA. Da cosa nasce tutto questo appeal per uno come Kerr che mai prima di oggi ha allenato in NBA?
“A mio parere gran parte dell’appeal che ha in questo momento Steve Kerr è dovuto al fatto che, avendolo associato ai Knicks, sia la prima scelta di Phil Jackson e quando sei la prima scelta di uno che ha undici anelli e che è atteso a New York come se fosse il Messia, allora questo non può che aumentare le tue quotazioni. A mio avviso molto deriva da questo, ecco perché molte franchigie, come i Warriors, si sono interessate a lui, perché hanno pensato “Phil Jackson vuole Steve Kerr, allora questo è valido davvero”. E’ vero che Kerr deve ancora dimostrare tutto come coach ma al tempo stesso credo che Phil Jackson scelga prima l’uomo che l’allenatore, lo stesso Phil Jackson si considera prima uomo che allenatore anche nei suoi successi, infatti si è sempre contornato, da Tex Winter in giù, di grandissimi assistenti perché la pallacanestro la possono insegnare anche gli altri ma poi era lui a mettere quel qualcosa di speciale in più nell’ambito dei rapporti personali, della gestione dell’ego delle superstar. Non a caso il termine maestro Zen può essere riduttivo, quasi un termine usato per prendere in giro un uomo le cui abilità relazionali e psicologiche nel gestire con persone non facili sono semplicemente straordinarie. Steve Kerr, non a caso, fu l’unico giocatore ad aver fatto a pugni con Michael Jordan da compagno di squadra e non a caso lo stesso Jordan disse di aver cominciato a rispettarlo proprio da quella lite. Dopo scoprirono di avere molto in comune, tra cui la morte violenta del padre, quello di Kerr assassinato in Libano e quello di Jordan assassinato da due balordi a bordo di una strada, ma questa è un’altra storia. Se Phil Jackson e Michael Jordan riconoscono in Kerr qualcosa di speciale, evidentemente, come uomo, ha qualcosa di speciale, se poi sarà anche un ottimo allenatore dipenderà da molti fattori e dall’umiltà con cui sarà capace di affrontare questo nuovo incarico scegliendo di circondarsi con gente di pallacanestro esperta e capace”.

Kerr e jack combo

Ora chiudo con un’ultima domanda fuori dai temi cestistico e cinematografico. Chi ama il basket in Italia non può non conoscere i Killer Bees, il duo formato da Federico Buffa e Mauro Bevacqua (foto a fine articolo) che tante storie fantastiche ha regalato agli ascoltatori amanti della palla a spicchi. Quest’anno però Buffa si è concentrato sulle storie dei mondiali di calcio quindi ti chiedo: ti (o meglio dire vi) è mancato parlare di basket questa stagione o è stato anche positivo per potersi concentrare su altri argomenti e prendere un po’ di respiro per nuove storie future legate al basket?
“Faccio un piccolo inciso. Se talvolta vedete scritto “Buffa-Bevacqua” sappiate che il 99% del lavoro che c’è dietro è di Federico e talvolta io proprio non c’entro niente come ad esempio per la rubrica dei Mondiali di Calcio. Io ho partecipato solo ad alcuni progetti come il “Federico Buffa racconta Michael Jordan” e “L’NBA dei nostri padri”. Fine inciso.
Comunque sì, ti confesso che secondo me è mancata la voce di Federico Buffa legata al mondo della pallacanestro, anche banalmente il fatto che non abbia commentato le partite credo che sia mancato a tutti, e lo dico in primis come fan, amante del basket e telespettatore. Questo senza togliere niente a nessuno perché non si può negare la competenza di chi si occupa di pallacanestro su SKY, più che altro voglio dire che è mancata la coppia Flavio Tranquillo-Federico Buffa perché quello, per me, è veramente IL modo di raccontare la pallacanestro ormai da anni. E lo dico sia per la loro competenza che per una questione di abitudine ad avere quelle due voci assieme.
La cosa bella è che Federico ha potuto fare comunque tante altre cose in questo periodo e il filone delle Storie Mondiali può averlo fatto conoscere a una fetta di pubblico che probabilmente non lo conosceva”.

E questo è solo un bene, specialmente in un mondo come quello del giornalismo calcistico attuale in cui si preferisce discutere del fuorigioco millimetrico piuttosto che di tante storie e avventure che il campo regala.
“Esatto. Non per niente lo stesso Federico Buffa, prima di iniziare con Storie Mondiali mi disse “io amo parlare di calcio tranne del calcio attuale perché lo detesto”. Ma parlare di calcio gli piace tantissimo.
Io ne ho sentiti tanti di tifosi di pallacanestro delusi per l’assenza di Federico ma secondo me bisogna un po’ superare l’idea della parrocchia “noi siamo quelli del basket, voi siete quelli del calcio e gli altri sono quelli della pallavolo”, godiamoci semplicemente la narrazione e il lavoro giornalistico di un super giornalista e di una super persona. Sentire parlare dell’Inghilterra del ’66, dell’Argentina di Maradona è bellissimo, poi a noi piace la palla a spicchi, sia chiaro, però è bello uguale”.

Come si chiede anche ai musicisti: progetti futuri?
“C’è qualcosa. C’è qualcosa in ballo con Federico Buffa ma posso dire poco. Diciamo che è un progetto molto interessante che vogliamo portare avanti assieme, riguarda un po’ di NBA, un po’ di Italia. Ci stiamo muovendo per riuscirci, però non posso dirti di più (ride, ndr).
Inoltre penso che sia nella volontà di Fede di continuare a raccontare insieme a SKY u grandi personaggi della pallacanestro nel “Federico Buffa racconta…” che è un format ottimo e di cui credo che a SKY siano molto soddisfatti. Poi non spetta a me dire se ci sarà o no perché non conosco i progetti societari di SKY ma di storie di pallacanestro ce ne sono ancora tantissime e la volontà di raccontarle c’è”.

Buffa Bevacqua 0

Ringrazio di cuore tutte le persone che hanno reso possibile questa intervista: tutti i ragazzi di Cine Fraccaro, Marco Sirica in primis, Simone Lo Giudice di Unipv Sporting Club e soprattutto Mauro Bevacqua per la gentilezza e la disponibilità nel concedere un’intervista avvenuta in luoghi, orari e modalità tutt’altro che convenzionali. Auguro a tutte queste persone le migliori fortune in campo professionale e non.

Foto: Mauro Bevacqua circondato dai ragazzi di Cine Fraccaro (Pagina Facebook di Unipv Sporting Club) // Ray Allen con Spike Lee e Denzel Washington prima di Gara 4 contro Brooklyn (bleacherreport.com) // Phil Jackson ai Knicks (ww.upi.com) // Phil Jackson e Steve Kerr uniti tra passato e presente, Bulls e Knicks // Mauro Bevacqua e Federico Buffa ospiti a Concretamente Sassuolo nel 2013 per parlare di Black Jesus, il libro di Buffa (Alin Guliman)