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Intervista esclusiva a Patrick Ewing, l’Hall of Famer partito da lontano

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Se dovessimo descrivere con una sola parola Patrick Ewing, uno dei più grandi centri nella storia NBA, sceglieremmo “guerriero”. Stiamo parlando di un giocatore partito da lontano per arrivare ad essere il giocatore più iconico nella storia dei Knicks, pur senza riuscire a vincere un titolo. Ma d’altronde la grandezza di un giocatore non si misura solo dagli anelli messi al dito, soprattutto nell’era dominata da Michael Jordan e dalla sua Chicago.

Nato a Kingston, in Giamaica, da padre meccanico e madre casalinga (con altri sei figli a cui badare), Ewing ha avuto un’infanzia molto travagliata: quando aveva 7 anni i suoi genitori sono andati a cercare fortuna negli States, riuscendo a portare anche i figli solo 4 anni dopo. Trasferitosi in Massachussetts, Patrick ha imparato a giocare a pallacanestro con l’aiuto di alcuni bambini del suo quartiere, mostrando fin da subito una predisposizione naturale per il gioco. Questi sono stati i primi passi mossi da un ragazzino che, non senza tanti sacrifici, è poi diventato uno dei più grandi di sempre. 

Dal punto di vista tecnico, Ewing è stato un centro dominante su entrambi i lati del campo, capace di far male in tanti modi dal punto di vista offensivo, possedendo tra l’altro un bel tocco dalla media distanza, così come fondamentale in difesa con la sua propensione a rimbalzo e il suo grande tempismo per la stoppata. Dal punto di vista umano, invece, stiamo parlando di un giocatore che ha sempre dato tutto, e forse anche di più, per la propria squadra, i New York Knicks, di cui è diventato presto una vera e propria leggenda. Nonostante l’assenza di un titolo NBA nella sua bacheca, Ewing è stato giustamente inserito nella Hall of Fame: non poteva non esserci, essendo stato un raro esempio di dominio, ma soprattutto di costanza ad alti livelli. Patrick, infatti, ha condotto ogni anno i Knicks ai playoffs, fatta eccezione per i primi due, e si è ritirato come il leader della franchigia per punti, rimbalzi, stoppate e recuperi.

Prima di lasciarvi all’intervista, ci sembra doveroso ringraziare innanzitutto Patrick Ewing per la disponibilità e Mike Cristaldi, dell’ufficio stampa degli Charlotte Hornets, che ci ha permesso di realizzare questa intervista.

Nella sua epoca era definito un “centro convenzionale”: negli ultimi anni stiamo assistendo ad un’evoluzione del ruolo. Qual è il suo parere sull’argomento, soprattutto dopo che i Warriors hanno vinto un titolo giocando alcune partite con Draymond Green in quella posizione?
«Innanzitutto, sono convinto che ci sarà sempre un posto per i centri. La differenza è che Golden State ha un sacco di giocatori che possono ricoprire più ruoli. Green è uno che è in grado di gestire il pallone e allo stesso tempo di difendere sulla maggior parte dei centri di questa generazione. La differenza tra quella attuale e la mia era è che all’epoca c’erano molti più centri dominanti. E’ divertente, perché la maggior parte dei centri di oggi, quelli molto dotati tecnicamente, vogliono tutti essere tiratori da tre punti. Al mio tempo, anche se alcuni di noi (dico me stesso, Hakeem Olajuwon e David Robinson) erano in grado di tirare, abbiamo deciso di avere più opzioni offensive. Certo, alcuni di noi hanno anche lavorato sul jumper, ma adesso tutto è diverso: c’è Dirk Nowitzki che è un 2.13 perimetrale, Kevin Durant che è un 2.06 e non è nemmeno un lungo di ruolo. Il ragazzo che i Knicks hanno draftato, Kristaps Porzingis, è addirittura un 2.21 ma ha un tipo di gioco più perimetrale. Nella mia era il gioco in post era il mio pane quotidiano, adesso i giocatori vogliono tutti essere tiratori da tre punti».

Lei è stato uno dei simboli dei Knicks, nella buona e nella cattiva sorte, per quindici lunghi anni. Quali sono i migliori ricordi che conserva della sua carriera a New York?
«Ho un sacco di bei ricordi legati agli anni in cui ho giocato nella Grande Mela. Uno è sicuramente quando abbiamo battuto Indiana, raggiungendo così le Finals. Quella contro Houston fu una battaglia estenunante, si andò a gara sette e ci giocammo le nostre opportunità per vincere il titolo, ma evidentemente non era nel destino che vincessimo noi. Sai, ho vissuto alcuni ottimi momenti a New York. A partire dal mio anno da rookie, in cui vincemmo una grande partita con Boston nel “Christmas Day”, tra l’altro rimontando un grande svantaggio. Poi ricordo con piacere le belle rivalità che abbiamo avuto con Miami, Indiana e Chicago».

Nel corso della sua carriera, lei ha sempre dovuto affrontare grandi squadre e eccellenti giocatori. Qual è stato il match-up più difficile della sua carriera?
«Se parliamo in termini di squadre, dico i Bulls di Michael Jordan; se invece parliamo a livello individuale, la risposta è Hakeem e Shaq. Loro erano gli altri due centri davvero dominanti della mia era. All’epoca O’Neal era appena arrivato nella NBA e non solo era enorme, ma anche molto agile. Quindi quando lo affrontavi dovevi fare i conti con la sua forza, la sua potenza e anche la sua rapidità».

Lei ha fatto parte del leggendario “Dream Team” che ha partecipato alle Olimpiadi del 1992. Pensa che quella squadra sia stata davvero la più grande nella storia della pallacanestro?
«Assolutamente, siamo stati i migliori di sempre. Se guardate alla maggior parte dei giocatori europei che sono attualmente in NBA, specialmente quelli un po’ più anziani, vi rendete conto che ognuno di loro si è innamorato della pallacanestro grazie al Team USA del 1992. Il dominio che mostrammo al mondo in quell’Olimpiade ha indotto tanti ragazzi a scegliere la pallacanestro anziché altri sport».

Che cosa significa per lei essere nella Hall of Fame? Pensa mai a quanta strada ha percorso da quando è partito dalla Giamaica?
«Ci penso tutti i giorni. Ringrazio sempre i miei genitori per avermi portato in questo paese. Così come ringrazio il gioco della pallacanestro per avermi offerto una splendida vita. Essere nella Hall of Fame è un grande onore. Sono lì con tutti i più grandi, non solo della mia era, ma di quelle passate e future. Ci sono giocatori come Wilt Chamberlain, Moses Malone, Kareem Abdul-Jabbar, Michael Jordan, Julius Erving e Bill Russell che ci sono entrati prima di me e altri che ci entreranno ancora».

Lei è uno dei più rispettati assistant coach della NBA, soprattutto per il lavoro che svolge con i lunghi. Dove si vede tra cinque anni? In una squadra della lega in qualità di head coach? E cosa ne pensa di ex giocatori, come Steve Kerr e Jason Kidd, senza alcuna esperienza da allenatori ma già alla guida di una franchigia?
«Credo che il fatto che noi ex conosciamo bene le dinamiche dei giocatori sia un valore aggiunto. Abbiamo visto, sentito, vissuto tutto quello che riguarda i giocatori. Senza nulla togliere agli allenatori che non hanno avuto esperienze dirette sul campo, ma penso che avere una conoscenza profonda del gioco dall’interno possa essere un di più importante».