Interviste

L’intervista esclusiva a Larry Bird, tra presente e passato

larry bird

Ci sono tanti modi di interpretare la pallacanestro e poi c’è quello di Larry Bird. Uno che prima ancora di fare una giocata l’aveva già immaginata, uno che sapeva sempre dove sarebbe andato a finire il pallone, uno che con il suo stile semplice ma allo stesso tempo poetico ha scritto pagine indelebili della storia della NBA.

Dopo aver iniziato con Patrick Ewing, tornano le grandi esclusive di MY-Basket.it: stavolta siamo riusciti ad intervistare la leggenda dei Celtics, nonché uno dei più grandi di tutti i tempi. Prima che qualcuno possa storcere il naso per il fatto che ad uno dei più grandi tiratori della storia non abbiamo chiesto un parere su Steph Curry e sull’evoluzione del tiro da tre punti, sappiate che purtroppo Bird ci ha subito precisato di non rispondere a domande su altri giocatori o team del presente.

Infine, prima di lasciarvi all’intervista, ci sembra doveroso ringraziare innanzitutto Larry Bird per la disponibilità e David Benner, dell’ufficio stampa degli Indiana Pacers, che ci ha permesso di realizzare questa intervista.

Partiamo dagli Indiana Pacers, dei quali lei è il presidente. Avete lasciato andare veterani come David West e Roy Hibbert, scommettendo su un giovane promettente, quale è Myles Turner. Possiamo dire che avete deciso di cambiare il modo di giocare, soprattutto per quanto riguarda il ritmo?
«Vogliamo segnare di più e giocare ad un ritmo più alto. Crediamo di poter fare ciò senza però sacrificare l’enfasi mostrata dal punto di vista difensivo dalle nostre squadre precedenti».

Che cosa ne pensa della rinascita fisica di Paul George?
«Il suo recupero è stato fantastico. Detto ciò, ovviamente può ancora crescere. D’altronde stare fuori per un anno intero è dura. Adesso che si è ristabilito fisicamente, il passo successivo deve essere quello di abituare il suo corpo alle fatiche di una stagione completa. Ha lavorato duramente per recuperare così bene, e di questo bisogna dargliene atto».

Quali sono i piani per il futuro dei Pacers?
«Non cambiano mai, sono sempre gli stessi. Vogliamo arrivare ad un livello che ci consenta di competere per il titolo. Quanto tempo servirà? Vorrei avere una risposta precisa, ma sono convinto che prima o poi ci arriveremo».

Nonostante faccia parte dell’organizzazione dei Pacers, immaginiamo che lei sia ancora particolarmente legato ai Celtics. Quali sono i migliori ricordi che conserva della sua carriera a Boston?
«Ovviamente tutti quelli legati ai titoli vinti sono dei gran bei ricordi. Essere stato parte di ciò, con i compagni e gli allenatori che ho avuto, sarà sempre speciale per me. Anche i tifosi, leali come pochi, sono stati una componente importante. Sono stato trattato benissimo, e in generale l’intera esperienza con i Celtics è stata molto gratificante».

Lei è passato alla storia anche per essere stato uno dei più famosi trash talker della NBA. Secondo lei, quanto il trash talking può essere una vera e propria arma e quanto può essere controproducente? 
«Onestamente non so se ho utilizzato il trash talking più degli altri. In campo i giocatori si dicono continuamente delle cose tra di loro. Qualcuno può pensare che il trash talking sia un’arma, ma la questione di fondo è un’altra: sai capire quando arriva il momento di smettere di parlare e, ad esempio, di prendere un rimbalzo nel momento di maggior bisogno? Questo è per dire che non è il trash talking, ma sono le piccole cose legate alla pallacanestro che fanno vincere le partite».

20 aprile 1986, primo turno dei playoffs, gara-2 vs Chicago: Boston vinse l’incontro, ma Michael Jordan segnò 63 punti e lei commentò che “quello era Dio travestito da Michael Jordan”: provava una sensazione particolare nell’affrontare MJ? 
«Non ho mai badato più di tanto ai match-up, e tra l’altro non ero io a marcare Michael. Lui è stato un grande giocatore, forse il migliore di sempre, ma questo spetta ad altri deciderlo. Io so solo che tutto ciò di cui mi importava era se la mia squadra vincesse o meno».

La rivalità tra lei e Magic Johnson ha segnato un’intera era della NBA: possiamo dire che non ci sarà mai un altro dualismo così forte e popolare nella storia del gioco?
«Tra me e Magic tutto è iniziato in una partita di college basketball, e la cosa si è trascinata anche tra i professionisti, dato che a quel tempo la lega aveva appena iniziato ad accrescere la sua popolarità. Abbiamo giocato in due dei principali mercati e ci siamo affrontati più volte per il titolo: ciò ha generato un sacco di interesse, non solo negli USA, ma in tutto il mondo. Sono però convinto che ci siano stati e ci saranno altri giocatori che avranno quel tipo di rapporto».