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MY-Basket.it – Intervista a Jim Larranaga, allenatore dei Miami Hurricanes e Coach dell’Anno NCAA

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Alle Sweet Sixteen del Torneo NCAA, un turno che chiameremmo all’italiana ottavi di finale, c’erano anche loro. I Miami Hurricanes di coach Larranaga hanno disputato una stagione eccezionale, portando a casa il primo titolo ACC della storia dell’università. La squadra è solo alla sua nona stagione in ACC, mentre Larranaga siede sulla panchina dal 2011. Gli Hurricanes hanno dominato la Conference, presentandosi a gennaio con un record generale di 9-3 e, quando sono iniziati i match contro le avversarie dell’ACC, hanno alzato il livello del loro gioco, perdendo solo tre partite. Nel torneo ACC hanno sconfitto Boston College, North Carolina State e North Carolina per portare a casa il titolo. Dopo due belle vittorie contro Pacific e Illinois, la cavalcata di Miami si è interrotta alle Sweet Sixteen contro Marquette. Una gara segnata dall’infortunio al ginocchio di Reggie Johnson e dall’influenza di Shane Larkin. Larranaga ha vinto l’AP College Basketball Coach of the Year.

Quest’anno i tuoi Hurricanes hanno vinto il primo titolo ACC della loro storia. Ad inizio stagione ti aspettavi questo risultato?
La risposta è sì. Prima che la stagione iniziasse, c’è stata una riunione qui al Bank United Center [l’arena degli Hurricanes, ndr] con i membri del consiglio di amministrazione. Anche se non ero invitato, ho deciso di andarci. Mentre ero là, ho detto che ero convinto che la nostra squadra fosse pronta per la miglior stagione nella storia della scuola. Di solito gli allenatori non creano delle aspettative così alte, ma parte del motivo per cui ho deciso di dichiararmi così ottimista risiede nel fatto che volevo che prendessero nota. Volevo che andassero dai loro amici e dicessero: «Hey, oggi il coach ha detto che sarà una grande annata, comprate i biglietti per la stagione! Salite a bordo subito!». E quando lo stagione è iniziata ho visto che i giocatori hanno offerto veramente delle prestazioni di alto livello, vincendo la regular season e i Playoff nell’ACC. Era ciò che mi aspettavo, ma è stato comunque molto bello. Ha superato le mie aspettative? No, perché le mie aspettative sono sempre molto alte. Noi partiamo sempre per vincere la regular season, i Playoff di Conference e il titolo nazionale. Per cui abbiamo lavorato molto duramente per raggiungere questo obiettivo, ho trovato un gruppo con dei grandi ragazzi. Penso che il gioco di squadra e la classe che hanno dimostrato dentro e fuori dal campo fossero esattamente quello che stavamo cercando.

Quali sono a tuo avviso le chiavi di questa stagione di successo?
Direi di nuovo che siamo riusciti a giocare così bene perché questi ragazzi hanno una grande attitudine per il gioco. Questo ha fatto in modo che fossero molto legati l’un l’altro e anche al programma. L’esperienza è stata un altro fattore determinante, visto che hanno già giocato assieme l’anno scorso. Avevamo un solo nuovo giocatore, Tonye Jekiri. Tutti gli altri c’erano già nella scorsa stagione e questo ha aiutato tantissimo.

Cosa pensi delle prestazioni della tua squadra nel Torneo? Sei soddisfatto di essere arrivato alle Sweet Sixteen?
Io penso che quando entri nel tabellone del Torneo NCAA devi capire che, alla fine, ci sarà un’unica squadra vincitrice. Per cui, se non sei quella squadra, significa che hai perso la tua ultima partita e sarai per forza di cose deluso. Abbiamo giocato molto bene nelle prime due partite che abbiamo disputato, ottenendo due grandi vittorie. In particolare la nostra vittoria su Illinois è stata una grande prestazione. Comunque, non eravamo al 100% contro Marquette. Tra il match contro Illinois e le Sweet Sixteen abbiamo avuto infortuni [Reggie Johnson, infortunato al ginocchio, ndr] e malanni [Shane Larkin, influenzato, ndr]. Per questo motivo non siamo stati in grado di giocare al meglio. Sono convinto che se fossimo stati al 100%, avremmo giocato un’altra buona partita e avremmo potuto vincere. Acciaccati com’eravamo, ho notato subito che non avevamo l’energia e l’intensità che abbiamo solitamente messo in campo durante il resto della stagione.

Sei stato eletto Allenatore dell’Anno dall’Associated Press: pensi che sia uno dei momenti più importanti della tua carriera? Questo premio ti permette di accostarti ad una ristretta elite di allenatori NCAA?
È mia opinione che i premi per gli allenatori siano in realtà un riflesso di quello che ha fatto la squadra, dal momento che ci è voluto un grande sforzo corale per noi per fare una stagione come questa. Magari posso essere io a ricevere il premio, ma sono i miei giocatori e tutto il mio staff che mi permettono di fare quello faccio. In secondo luogo, non giudico me stesso, così come non giudico gli altri allenatori e non faccio classifiche. Questo è probabilmente il lavoro della stampa o di qualcun altro. A me diverte solamente fare quello che faccio. Mi piace lavorare coi giocatori ed è molto soddisfacente vederli migliorare giorno dopo giorno. Vedere un ragazzo come Shane Larkin passare da freshman a sophomore e da buon giocatore a gran giocatore, e poi a giocatore NBA, è davvero soddisfacente. Così come vedere un giocatore come Kenny Kadji passare da 265 libbre [120kg circa, ndr], palesemente fuori forma, a 242 libbre [poco meno di 110kg, ndr], in grande condizione fisica, e diventare un prospetto NBA, è fantastico.

Quanto è importante per un allenatore NCAA avere un ottimo intuito nel reclutare i giocatori?
Ritengo che reclutare il talento giusto per la squadra sia la qualità più importante per un allenatore. Se non sei in grado di distinguerti in quest’aspetto del college basketball, non porterai i giocatori giusti al programma. Non importa quanto tu bravo possa essere ad allenare, non diventerai un allenatore di successo. Devi riuscire a trovare giocatori compatibili con la tua personalità, con il tuo modo di giocare e con gli obiettivi che vuoi raggiungere nella tua lega. È un lavoro molto stimolante.

Shane Larkin ha disputato due grandi stagioni con gli Hurricanes. Quanto pensi che il suo stile di gioco abbia influenzato la squadra e quanto, al contrario, il modo di giocare della squadra ha condizionato le sue prestazioni?
Beh, innanzitutto devo dire che il mio staff ed io siamo molto flessibili nel cercare di trovare le vie giuste per aiutare i nostri giocatori a fare sul campo quello che sanno fare meglio. Nel caso di Shane Larkin e Durand Scott, ci siamo trovati con due ottime guardie offensivamente e difensivamente. Entrambi sono molto abili a sfruttare i blocchi sulla palla. Per questo motivo abbiamo creato un sistema di attacco che facesse in modo di metterli nelle condizioni di rendere al meglio. Il risultato è che non solo hanno giocato bene loro due, ma hanno aiutato gli altri a giocare meglio. I loro compagni, infatti, hanno apprezzato molto quanto Shane e Durand siano altruisti, instancabili lavoratori e intenzionati a vincere. Quest’anno a nessuno dei due è importato quanti punti segnassero di media, a loro interessava solo fare quello che serviva per vincere la partita.

Larkin ha lasciato l’università per entrare nel Draft NBA a giugno. Come cambierà la squadra senza Shane?
Il nostro stile di gioco sarà nuovamente basato sui punti di forza della nostra squadra. Non sappiamo ancora tutti i giocatori che avremo in rosa, siamo ancora in piena fase di recruiting. Più ragazzi aggiungiamo alla squadra, più lavoro dovremo fare per capire esattamente cosa sanno fare meglio in campo. Quando hai una squadra di veterani, come è successo nella scorsa stagione, allenatori e giocatori conoscono già i pregi gli uni degli altri. Per l’anno prossimo dovremo rifare le nostre valutazioni al fine di riconoscere quali sono i migliori giocatori, cosa sanno fare bene e come possiamo trarre vantaggio dai loro punti di forza.

Photo: Miami Hurricanes | www. hurricanesports.com