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MY-Gallo – Intervista a Danilo Gallinari, tra calzature Adidas, geopolitica, point-forward e Nazionale

A margine di una visita di Danilo Gallinari dai nostri amici di Airness, nello store milanese sito in via Santa Maria alla Porta, abbiamo avuto l’occasione di intervistare il talento italiano, cercando di proporre uno scambio di domande e risposte diverso dalla solita routine, per impostazione e contenuti. Ringraziamo Adidas per la preziosissima occasione concessaci e invitiamo i nostri lettori ad andare, almeno una volta, al negozio di Airness, dove sarete accolti in un mondo cestistico senza eguali, con passione e disponibilità.

Intervista a cura di: Claudio Pavesi, Filippo Antonelli e Marco Arcari.

Ciao Danilo, leggi siti/blog specializzati sulla pallacanestro? Se sì, ritieni, da atleta, che il sempre maggiore utilizzo di internet possa aiutare la pallacanestro a diventare uno sport mediaticamente più importante, o credi che si debba porre un auto-limite nella capacità propria di scegliere quali siti/blog leggere e seguire?
“L’utilizzo di internet è fondamentale perché, come dici tu, ognuno ha la possibilità di scrivere, di esprimersi e anche di entrare in contatto con altre persone e/o realtà, facendosi così sentire anche nel mondo della pallacanestro. Nel mio caso, da atleta professionista, io leggo veramente poco giornali o media, però, per chi fa questo mestiere (quello di blogger o giornalista sportivo, ndr) è fondamentale leggere e documentarsi”.

Non ti sei mai tirato indietro alle chiamate della Nazionale, perciò possiamo dire che sei un alfiere del corso azzurro. Come valuti, non solo da atleta professionista, la scelta della sede di Eurobasket 2017, anche considerando quanto avvenuto – e quanto sta ancora avvenendo – in Turchia e nel contesto geopolitico?
“Personalmente vedo la reale possibilità di disputare il torneo. Purtroppo vi sono situazioni, come quella turca, che non sono facili da gestire per il Paese che ne è vittima e che, in questo caso, ospiterà la rassegna continentale. Non si sa mai, perché nel giro di un anno, o addirittura di qualche mese, la situazione in un Paese può cambiare, quindi speriamo che la situazione pian piano migliori fino ad arrivare all’appuntamento estivo con una situazione calma e ben delineata”.

Probabilmente è una domanda che ronza nella testa di tutti gli appassionati e di molti degli “addetti ai lavori”. Gallinari-Belinelli-Datome e Bargnani possono coesistere in uno stesso quintetto, tatticamente? In caso di risposta affermativa, quanto ritieni sia importante il ruolo di gerarchia in una squadra che può contare su molti talenti individuali?
“Secondo me, può esistere un quartetto formato da Gallinari, Belinelli, Datome e Bargnani, perché lo abbiamo già fatto, anche se purtroppo non molte volte a causa dell’impossibilità di giocare tutti insieme per molte estati di fila. Abbiamo le caratteristiche per giocare assieme, quindi un quintetto che preveda l’utilizzo di questi quattro giocatori è sicuramente possibile”.

La pallacanestro contemporanea è in continua evoluzione. Il ruolo di pivot è anacronistico, perché oggi (esclusa la parentesi Bourousis, a livello europeo) il centro deve essere dinamico, veloce, verticale ed esplosivo. Il ruolo di playmaker sembra scomparire sotto i colpi delle penetrazioni e degli 1vs1 delle combo-guard (si pensi a Jerrells, Dyson). Il ruolo dell’ala piccola/grande si evolve nella direzione di giocatori che sanno fare tutto, e bene. Hai mai pensato di poter diventare una point forward viste le tue doti di lettura del gioco e le abilità nel passaggio?
“Può essere. Diciamo che mi è capitato spesso magari di fare questo ruolo (point forward, ndr) negli ultimi anni, non per l’intera durata di una partita, ma per alcuni sprazzi e quindi sarei contento se il gioco andasse in quella direzione perché mi troverei molto bene. Secondo me, però, la mia proposizione nel ruolo di point-forward è possibile sia in NBA, sia in Nazionale, ovviamente con velocità e letture di gioco diverse, ma è possibile in tutti e due i tipi di pallacanestro”.

La tua consacrazione come prospetto europeo di assoluto livello è avvenuta sotto la gestione tecnica di Sasha Djordjevic. Alla luce dei risultati ottenuti con la Serbia e della crescita mentale che Teodosic ha avuto sotto la guida dell’ex-play, quanto è stato importante per te trovare un allenatore come lui a farti da chioccia?
“Personalmente mi sono trovato molto bene sotto la guida tecnica di Djordjevic. Lui è stato il mio primo allenatore in Serie A, quindi mi ha aiutato tantissimo e tra gli allenatori che ho avuto in Europa, e in Italia, è stato sicuramente il migliore. Lo ringrazio per quello che ha fatto per me e non mi stupisco che la Serbia stia facendo così bene in questi anni, da quando Sasha è diventato head coach della nazionale serba. Djordjevic è un coach bravissimo soprattutto nel rapportarsi con i ragazzi giovani, ma è al contempo anche bravissimo a motivare costantemente i giocatori di punta di ogni sua squadra, aiutandoli a trovare quella che è la motivazione giusta per ogni tipo di partita. Da questo punto di vista, ossia dal punto di vista della consapevolezza mentale che inculca ai propri giocatori, è davvero molto bravo”.

Siamo qui insieme ad Adidas quindi una domanda legata alle scarpe che userai è d’obbligo, specie quest’anno in cui il marchio sta per rilasciare una nuova signature line (James Harden) oltre a quelle già note (Rose e Lillard), un modello inedito (le Crazy Explosive) e la nuova versione delle Crazylight, modello a cui sei storicamente affezionato. Sai già cosa indosserai nella prossima stagione?
“Penso che ci sarà magari qualche modello nuovo, perché a volte tra Italia e USA cambia un po’ la disponibilità dei modelli, però appena ritornerò negli Stati Uniti indosserò ancora le Crazylight. Crazylight perché, non essendo LeBron James, ho bisogno di un modello come questo, che mi permetta di correre meglio e di avere una miglior elevazione. Sono, senza dubbio, le scarpe con cui mi trovo meglio su un parquet”.

In questo ricambio generazionale di signature line da parte di Adidas, ti piacerebbe averne una tua visto che, pur non essendo un All-Star consolidato, sei un ponte importante per il marchio tra gli USA e l’europa?
“Mi piacerebbe avere una mia signature line, ma non so se succederà. Mi piacerebbe sicuramente e magari un giorno succederà che avrò una signature line a me dedicata”.

C’è un continuo avanzamento tecnologico nel materiale sportivo e Adidas si sta mostrando tra le aziende più attente a riguardo. Trovi che l’uso del primeknit e soprattutto del boost, grande punto di forza di Adidas, facciano davvero la differenza in campo, specie quando si gioca così spesso come in NBA? Come ti trovi rispetto ai vecchi modelli?
“Mi trovo molto bene con il boost, perché è molto morbido e quindi offre la possibilità di attutire molto meglio il colpo (in fase di caduta post-salto, ndr) e di ri-esplodere nel gesto atletico in maniera migliore”.