Interviste NCAA Speciale March Madness

Speciale March Madness: Brandon Davies, il legame con BYU e quel consiglio di Tim Duncan

BrandonBYU

L’allenamento al PalaWhirlpool sta per terminare. La partitella è in corso e, come spesso accade di questi tempi, Brandon Davies è continuamente cercato dai compagni spalle a canestro. E risponde presente, azione dopo azione, con canestri dall’alto coefficiente di difficoltà. Il Davies dell’ultimo periodo è questo: dopo un inizio di stagione con alti e bassi, la svolta sembra essere definitivamente arrivata. Poi l’allenamento giunge al termine. E la ferocia mostrata da Davies nelle ultime fasi della partitella svanisce. Davanti a noi si presenta un ragazzo dai modi educati e con il sorriso sul volto. È lui che dà il via alle presentazioni («I’m Brandon, nice to meet you!»), poi possiamo cominciare.

E, considerando che lo scopo della nostra intervista è ricavare le impressioni di chi ha effettivamente giocato il Torneo NCAA, è proprio da lì che partiamo. Conta esserci o, se poi vieni eliminato, tutto passa in secondo piano? «Esserci è qualcosa di speciale, solo le migliori squadre riescono a qualificarsi. Il fatto poi che siano tutte partite da win or go home le rende più divertenti e più competitive. Devi dare il massimo di te stesso, ma con la consapevolezza che anche gli avversari giocheranno il loro miglior basket». Durante i quattro anni di Davies a Brigham Young, i Cougars hanno disputato per tre volte il Torneo. «La mia esperienza è stata fantastica, un anno i miei compagni sono arrivati fino alle Sweet Sixteen e anche se non ho potuto giocare è stato stupendo far parte dell’ambiente e dell’organizzazione del college. Nel mio anno da junior abbiamo passato il turno preliminare [First Four, ndr] facendo una delle più grandi rimonte nella storia del Torneo, visto che eravamo sotto di più di 20 punti [BYU vinse per 78-72 contro Iowa, ndr]. Sono orgoglioso ancora oggi di aver partecipato al Torneo e di aver scritto con i miei compagni una parte di storia».

L’esperienza al college, è facile capirlo quando hai la possibilità di conversare con un giocatore statunitense, è qualcosa che ti rimane nel cuore per tutta la vita. «Sono molto legato a BYU, per me è una seconda famiglia. Ho fatto l’high school a Provo e ho fatto lì il college, quindi è casa mia. Quando sono lì vado a vedere le partite di football e di tutti gli sport che posso, durante l’estate vado a fare dei workout con gli allenatori e gli altri giocatori e penso che loro apprezzino molto che io torni lì a lavorare con loro». La difficoltà maggiore, per un ragazzo che si trova a migliaia di chilometri di distanza da quella che è stata la sua casa per un tratto significativo della vita, è trovare il tempo e il modo per seguire i risultati sportivi dell’ateneo. «Non è facile per me guardare le loro partite in diretta a causa del fuso orario, ma vado sempre a vedere i risultati, controllo le statistiche e parlo coi miei compagni di squadra quando BYU gioca contro i loro college di provenienza».

Parlando del passato e del presente dei Cougars sono due i principali nomi che saltano fuori: Jimmer Fredette e Kyle Collinsworth. Il secondo ha giocato a BYU con Davies per un anno ed è attualmente la stella della squadra. «Io e Kyle siamo cresciuti assieme, abbiamo fatto l’high school assieme, abbiamo vinto tre campionati assieme a Provo High School e infine abbiamo scelto BYU per giocare assieme anche a suo fratello Chris». Insomma, chi meglio di Brandon Davies può raccontarci che tipo di giocatore sia Kyle Collinsworth sul campo? «È un team player, un grandissimo giocatore e un all-arounder. È sempre meglio ogni anno che passa. È complicato dire che tipo sia in campo perché il suo livello di gioco è molto alto e perché sta ancora crescendo e migliorando. Difficile categorizzare un giocatore che fa le cose che lui riesce a fare, dal momento che è un così grande compagno di squadra».

Siamo sicuri che Brandon, fin dal primo accenno che abbiamo fatto a BYU, una domanda su Fredette se la aspettasse. E allora, puntuale, arriva. Perché sta facendo così fatica in NBA? «La gente dice che sta faticando solo perché non è ancora riuscito a trovare la sua giusta dimensione. In NBA c’è un gioco diverso e un approccio diverso, devi saperti adattare e devi imparare rapidamente. Lui è sempre il tipo di giocatore che abbiamo visto a BYU, un talento nato, ma molto dipende dalla situazione in cui ti trovi». Poi, raccontandoci di com’era Jimmer al college, Brandon si illumina. «Era assolutamente inarrestabile, giocava anche come ala piccola, tirava in maniera impressionante da fuori, era il nostro leader. Da un lato ha giovato del supporto di tutta la squadra, ma dall’altro ha ricambiato il nostro aiuto: siccome le difese erano molto attente al suo gioco, riusciva a regalarmi spesso dei canestri facili. Possiamo dire che a BYU he drove the car». Sarebbe delittuoso tradurre questa espressione, rende troppo bene l’idea della leadership che Fredette mostrava con la maglia dei Cougars.

I nostri redattori Filippo e Luca Antonelli con Brandon Davies
I nostri redattori Filippo e Luca Antonelli con Brandon Davies

Dopo l’esperienza a BYU e una stagione e mezzo in NBA, Brandon è arrivato in Europa. Prima in Francia per concludere la passata stagione, poi a Varese dall’estate 2015. «Rispetto alla NBA, qui c’è una grossa differenza in termini di velocità. In America il campo è più aperto e ci sono regole diverse come quella dei tre secondi difensivi». Non è stato un processo semplice, ma gradualmente Davies sta dimostrando tutto il suo potenziale. «È una questione di adattamento: in Francia e all’inizio di questa stagione ho faticato un pochino con le nuove regole e a capire cosa si poteva fare. Ma è tutta una questione di fiducia in se stessi, bisogna prendere il ritmo e abituarsi al metro con cui vengono arbitrate le partite. Per me sta diventando più facile partita dopo partita».

Poi, Brandon prosegue parlandoci di Varese e dei suoi progetti per il futuro. «Quest’anno è stato come un giro sulle montagne russe tra infortuni, cambi di giocatori e avvenimenti particolari. Però mi piace molto il gruppo di ragazzi che abbiamo ora, possiamo lavorare insieme con tranquillità e vogliamo continuare a migliorare. Stiamo andando meglio e questo è un buon segno». Dove può arrivare, quindi, la Openjobmetis? «In questo momento vogliamo vincere la prossima partita di FIBA Europe Cup e continuare a migliorare la nostra posizione in campionato, poi vediamo cosa succederà. A fine stagione penso di poter disputare la Summer League e in seguito valuterò le offerte che avrò sul tavolo. Il mio sogno è sempre stato quello di giocare in NBA, per cui vorrei tornarci e rimanerci il più a lungo possibile, è ancora il mio obiettivo. Ma Varese è un posto fantastico e riesco ad immaginarmi qui anche in futuro».

Abbiamo tenuto volutamente in fondo i suoi ricordi della NBA, perché contengono il più bel racconto che ci ha lasciato Brandon durante questa chiacchierata. Nella lega dei giganti, Davies è stato in grado di segnare 20 punti contro i Magic, 18 contro gli Heat e 13 contro i Rockets. «Sì, quelle sono state forse le mie migliori partite fino ad ora, ma la cosa più bella resta l’essere stato in campo con i migliori giocatori del mondo. Non è facile scegliere un momento solo, ma vi voglio raccontare questo aneddoto. Quando ero ai Sixers il nostro coach era Brett Brown, che era stato assistente di Popovich agli Spurs. Quindi, nel nostro playbook, avevamo diversi schemi in comune con loro. Una volta li abbiamo affrontati e Tim Duncan era in marcatura su di me. Michael Carter-Williams ha chiamato uno schema presente anche nel loro playbook e io mi trovavo nel posto sbagliato. Duncan è venuto da me e mi ha detto:”Hey, young fella [giovane, un’espressione che viene usata in riferimento ai rookie, ndr], dovresti essere lì, non qui!”. È decisamente qualcosa che non dimenticherò mai!».

Parlando con Brandon il tempo scorre rapido. La sua affabilità e la sua gentilezza sono in grado di sorprendere anche più delle sue danze sul piede perno. Ma il tempo a nostra disposizione è terminato. Ci congeda regalandoci l’ennesimo sorriso, dopo averci fornito tutti questi spunti di grande interesse. Perché in fondo, in periodo di March Madness, è un privilegio poter parlare con chi ha scritto una parte di quella storia infinita, che si ripete anno dopo anno senza mai lasciare gli appassionati a bocca asciutta.

Intervista a cura di Filippo Antonelli e Luca Antonelli