Interviste NCAA Speciale March Madness

Speciale March Madness: Chris Wright, il tifo per Georgetown e una parentesi NBA di fianco a Dirk

Trovarsi al PalaWhirlpool a parlare con Chris Wright è come compiere un viaggio di migliaia di chilometri fino alla zona Ovest di Washington D.C., là dove il cuore batte per i Georgetown Hoyas. Sì, perché il playmaker della Pallacanestro Varese, nel momento esatto in cui ha smesso di essere un Hoya sul campo, è diventato uno dei tifosi più accaniti della squadra. Ed è così che alterna racconti e ricordi personali a commenti sulla squadra di oggi e sulle sue speranze per questo marzo («Mi auguro che riusciremo ad entrare nel NIT!»).

Ma andiamo con ordine, partiamo dai ricordi. «La mia esperienza a Georgetown è stata grandiosa: siamo andati per tre volte al Torneo, abbiamo vinto per una volta la regular season della Big East e siamo arrivati per due volte alla finale di Conference. Abbiamo vinto molte partite in quel periodo. Certo, qualche brutta sconfitta non è mancata [sorride, ndr]…». Se si parla di Georgetown, però, è inevitabile che il discorso finisca per comprendere anche John Thompson III, coach degli Hoyas dal 2004 e figlio dell’allenatore che vinse il titolo nel 1984. «Ho un ottimo rapporto con coach Thompson, è un grande allenatore e ha aiutato moltissimo me e i miei compagni», ci dice.

Rielaborando un vecchio motto riferito ai Celtics, potremmo dire once a Hoya, forever a Hoya. Questo vale decisamente per Chris Wright: «Seguo ancora la mia squadra appena posso, tutti gli anni. Abbiamo un buon gruppo: la squadra è molto giovane e abbiamo solamente due senior, Brad Hayes e D’Vauntes Smith-Rivera. Anche se Brad, purtroppo, ha saltato un po’ di partite per infortunio». Capiamo subito, comunque, quale sia il giocatore che Wright preferisce tra gli attuali Hoyas: «DSR [Smith- Rivera, ndr] is my man», un’espressione gergale che può essere riferita ad un grande amico così come, in ambito sportivo, a un pupillo. «Uno dei motivi è che indossa il numero 4, lo stesso che avevo io a Georgetown. Lui ha avuto un’ottima carriera al college, è un giocatore spettacolare che ha rappresentato in maniera eccezionale la sua scuola e la sua famiglia. Ha un gran futuro davanti a sé».

E cosa ne pensa Wright dell’andamento di questa annata (15-18 di record)? «Nello sport capita che i giocatori e le squadre facciano delle brutte stagioni. È stato un anno complicato, ogni tanto va così. Comunque, c’è sempre la speranza di vincere stasera contro Villanova [l’intervista è stata realizzata ieri, ndr] e di arrivare al Torneo, ma andrebbe bene anche giocare il NIT». Villanova, tra l’altro, è il college frequentato da Maalik Wayns, attuale compagno di squadra di Chris a Varese. «Non ho parlato con lui di questa partita. Quest’anno loro stanno vincendo quasi sempre [ieri sera hanno poi battuto anche Georgetown, ndr], per cui non ho niente da dire ed è giusto che parli solo lui! Tra l’altro, nonostante Maalik sia un paio di anni più giovane di me, abbiamo anche giocato uno contro l’altro al college».

I nostri redattori Filippo e Luca Antonelli con Chris Wright
I nostri redattori Filippo e Luca Antonelli con Chris Wright

Solo un giocatore che ha giocato per quattro anni in una Conference come la Big East dell’epoca può spiegare realmente quanto il calendario incida sui risultati di una squadra di Division I: «Per noi solitamente il calendario è tosto, non solo durante il periodo delle partite di Conference, ma anche nella prima fase della stagione. Sfortunatamente, va detto, hanno cambiato la Big East negli ultimi tempi e non è più così competitiva, ma nei quattro anni che ho passato a Georgetown eravamo sempre tra le prime squadre della nazione per strenght of schedule». La classifica della strenght of schedule, come suggerisce il significato dell’espressione, mette in ordine le squadre della Division I per difficoltà del calendario. «Guardandoci indietro, potrebbe comunque non averci aiutato così tanto, perché alla fine dei conti in quegli anni siamo sempre usciti nei primi turni del Torneo. Però nella Big East di allora qualcosa come nove squadre arrivavano al Torneo e molte di esse avanzavano fino alle Sweet Sixteen e alle Elite Eight. Un anno ne arrivarono addirittura due alle Final Four».

Il passato americano di Chris Wright, però, non è solo NCAA. C’è anche un breve periodo in NBA con i Dallas Mavericks, con cui ha giocato tre partite. Che sono bastate perché rimanesse decisamente impressionato dai veterani della squadra: «È stato speciale per me essere nella squadra di Dirk Nowitzki, Vince Carter e Shawn Marion. Stando di fianco a loro capisci perché siano riusciti a rimanere ai massimi livelli in NBA per così tanto tempo». Data la predilezione di chi vi scrive verso Dirk Nowitzki, era impensabile che non si finisse per concentrarsi su di lui. E probabilmente non sarete stupiti dal leggere quanto lo stesso Wright ammiri il tedesco: «Giocare con Dirk è un sogno diventato realtà.  Per me è stato semplicemente incredibile poter vedere quello che le persone non vedono. Tutti vedono i suoi tiri impossibili, la sua longevità e quanto stia reggendo ad un livello così alto, ma Dirk è un professionista eccezionale soprattutto per come interpreta il suo lavoro. Per come si comporta dentro e fuori dal campo, per come non si prende mai un giorno di pausa, per come è sempre a prendersi cura del suo fisico e a tirare».

Chris, parlando di Dirk, mostra un rispetto sconfinato verso il suo ex compagno di squadra: «È fenomenale, è semplicemente diverso dagli altri, per la sua mentalità e per come capisce il gioco. E, per farvi capire com’è dal punto di vista umano, vi dico che come persona è addirittura meglio che come giocatore. È una fonte di ispirazione, ho appreso tantissimo da lui anche se sono rimasto ai Mavs per un periodo molto breve». Wright aggiunge anche il suo parere sulla considerazione che hanno gli americani di Dirk e su quanto, a suo dire, sia ingiusta: «In NBA non ha ricevuto durante la sua carriera il giusto riconoscimento per quello che ha fatto. In Europa e soprattutto in Germania hanno invece riconosciuto e celebrato nel modo giusto la sua grandezza. Nel suo Paese è un eroe nazionale e anche a Dallas è venerato come un re, ma spesso in America viene considerato solamente come un grande giocatore quando è qualcosa di più. Non è probabilmente il volto che vedi nelle pubblicità e negli spot, ma a livello globale per quanto ha dato al gioco e per come si è comportato durante la sua carriera non è secondo a nessuno».

Dopo quest’ultima considerazione, salutiamo Chris. Consapevoli che questa conversazione ci ha arricchiti. Da un lato perché abbiamo potuto toccare con mano il rispetto che un giocatore che ha vissuto la NBA dall’interno ha di leggende come Vince Carter, Shawn Marion e soprattutto Dirk Nowitzki. Dall’altro perché abbiamo avuto una grande dimostrazione di quanto un atleta resti legato al suo college di provenienza. Perciò, mentre il Torneo NCAA si avvicina, ringraziamo Chris Wright. E speriamo che per i suoi Hoyas arrivino tempi migliori nelle prossime stagioni.

Intervista a cura di Filippo Antonelli e Luca Antonelli