Tall Blacks: il basket in Nuova Zelanda tra Haka e motion offense

Dal nostro inviato a Bilbao, Claudio Pavesi

Nel Girone C di Bilbao ce ne sono state parecchie di squadre interessanti: c’era la strapotenza di Team USA, c’era l’imprevedibilità della Repubblica Dominicana, i diecimila tifosi della Finlandia (clicca QUI per leggere l’articolo) e tanto altro ma la squadra che più di tutte mi ha impressionato è stata la Nuova Zelanda. i Tall Blacks (variazione favolosa dei più famosi All Balcks del rugby) hanno preso tutti alla sprovvista con la loro particolarissima motion offense in cui tutti e cinque i giocatori giocano lontano dal canestro e si liberano passando su una serie interminabile di blocchi obbligando le difese avversarie a spendere una quantità spropositata di energie. Questo sistema di gioco è dovuto al fatto che, nonostante il nome, i Tall Blacks siano una delle squadre mediamente più basse del Mondiale, solo Corea e Filippine infatti hanno un’altezza media inferiore ai 196 centimetri della Nuova Zelanda. I neozelandesi però, privi di un grosso centro come può essere Blatche per le Filippine, (Steven Adams degli Oklahoma City Thunder infatti ha rinunciato alla competizione) sono a tutti gli effetti omogenei, non solo fisicamente simili in ogni ruolo ma anche tecnicamente completi, ogni giocatore infatti sa fare letteralmente tutto in campo e non era strano che alla fine di una partita il playmaker fosse il miglior rimbalzista mentre l’ala grande fosse il miglior assistman. Non ci è voluto molto per innamorarsi della squadra di coach Vucinic.
La Nuova Zelanda ha conquistato il pubblico della Bizkaia Arena di Bilbao non solo per la sua intensità ma anche per il rituale pre partita della Haka. Il momento della tradizionale danza maori era uno dei più attesi dal pubblico di Bilbao sia per la sua sempre spettacolare esecuzione che per le diverse reazioni delle Nazionali avversarie. Il pubblico era spesso dalla loro parte e non è un caso che alla fine del girone, conquistata la qualificazione nell’ultima partita contro la Finlandia, sia stata tributata ai Tall Blacks una lunga standing ovation dagli spalti.

La Nuova Zelanda è stata eliminata a Barcellona ma ha fatto innamorare molti tifosi quindi ho pensato che fosse giusto saperne di più. A questo proposito ho sfruttato la mia presenza a Bilbao per parlare con Mike Lacey, esperto giornalista di NZhoops.co.nz che ha passato l’intera carriera a parlare della pallacanestro in Nuova Zelanda, per saperne di più sul movimento cestistico nel paese famoso in tutto il mondo per il rugby.

Mike, tutti noi conosciamo la Nuova Zelanda per il rugby ma quanto è importante il basket nel vostro paese?

Bella domanda. Il basket è probabilmente il terzo sport in Nuova Zelanda, il primo è ovviamente il rugby (includo in questa categoria anche la Rugby League anche se tecnicamente è diverso) mentre il secondo è il calcio. Il basket è il terzo sport ma è comunque in crescita, infatti è molto popolare soprattutto tra i giovani, sono loro il principale motore del basket nel nostro paese. Ovviamente nella regione oceanica è l’Australia il vero colosso nella pallacanestro, la Nuova Zelanda segue a breve distanza ma c’è, come in ogni sport, una grande rivalità tra noi e l’obiettivo è sempre quello di batterla.

A livello di campionati come è strutturata la Nuova Zelanda?

Abbiamo una lega nazionale da dieci squadre che è semi professionistica, ogni squadra infatti può avere al massimo due giocatori americani mentre gli altri sono neozelandesi.
Ci sono anche i New Zealand Breakers, una squadra neozelandese, l’unica, che gioca nel massimo campionato australiano, la NBL (National Basketball League, ndr).

Quali erano le aspettative in Nuova Zelanda riguardo i Tall Blacks in questa FIBA World Cup 2014?

Già prima che la squadra partisse per la Spagna tutti erano convinti che i Tall Blacks avrebbero superato il girone e avrebbero così raggiunto la fase finale a Barcellona, ogni altro risultato sarebbe stato considerato in patria come un fallimento. Ovviamente, una volta superato il Girone C di Bilbao, ogni possibile vittoria a Barcellona sarebbe stata una piacevole e inaspettata sorpresa che, purtroppo, non è arrivata.

Le aspettative alte sono dovute agli ottimi risultati raggiunti in alcune passate edizioni dei Mondiali come nel 2002, anno in cui i Tall Blacks arrivarono quarti?

Certo. Ovviamente la gente deve rendersi conto che la squadra ora è molto diversa. Nel 2002 la squadra era più “lunga”, più completa anche dalla panchina, era infatti formata da giocatori che si trovavano all’apice della maturazione nelle loro rispettive carriere. Era un ottimo gruppo di giocatori formato nel momento giusto. C’erano giocatori importanti come Pero Cameron e Paul Henare che ora sono i due assistenti di coach Vucinic. L’unico attuale superstite di quella campagna è Kirk Penney che all’epoca aveva ventuno anni. Ovviamente in quell’anno sapevamo di avere una squadra forte, migliore del solito, ma mai ci saremmo aspettati di arrivare tra le prime quattro squadre del Mondiale. Onestamente penso che passerà molto tempo prima che i Tall Blacks possano replicare un tale risultato.

Un risultato impressionante come quello del 2002 ha dato un grande incentivo al movimento del basket in Nuova Zelanda? Immagino che in quel periodo molti ragazzi abbiamo cominciare a giocare a basket preferendolo al rugby.

Certamente. Quel risultato ha dato il via a un’intera generazione di cestisti, probabilmente alcuni dei più giovani ragazzi presenti oggi in Nazionale hanno cominciato a giocare a basket proprio per i risultati della squadra del 2002.
In ogni caso al risultato del 2002 vanno uniti altri due fattori importanti che stanno aiutando la crescita del movimento cestistico in Nuova Zelanda: il primo è la maggiore accessibilità della NBA, ora infatti è molto più facile vedere le partite del campionato americano sia online che in televisione, cosa che ovviamente ha fatto appassionare molti ragazzi, soprattutto i più giovani. Il secondo motivo è da ricondurre ai già citati New Zealand Breakers, unica squadra neozelandese nel campionato australiano. I Breakers infatti non sono solo la squadra di tre tra più importanti giocatori della nostra Nazionale (Corey Webster, Thomas Abercrombie e Mika Vukona) ma stanno avendo anche ottimi risultati in NBL come dimostrano i tre titoli vinti negli ultimi quattro anni. Ovviamente questi risultati fanno bene a tutto il movimento neozelandese. Un esempio? Normalmente ci sono tremila/quattromila persone a seguire i Breakers ma quando la squadra vince e si gioca le finali il pubblico arriva anche a diecimila persone. Tutto ciò crea molto interesse intorno al basket in quanto si tratta dell’unica squadra neozelandese nel campionato australiano e per questo può servire ad attirare nuovi appassionati.

Torniamo ora a questa edizione dei Tall Blacks presente in Spagna. Praticamente ogni allenatore affrontato ha fatto i complimenti ai Tall Blacks per il loro stile di gioco così unico e particolare. Mike, tu i ragazzi di Vucinic li hai sempre seguiti quindi potresti spiegarci più nel dettaglio questa particolare versione di motion offense?

E’ difficile da spiegare ma ci proverò. la cosa più particolare è ovviamente il fatto che giochiamo senza un vero e proprio centro mentre le ali hanno praticamente la stessa corporatura delle guardie, mediamente intorno ai 198 centimetri. La cosa strana è che, nonostante ciò, al termine della fase a gironi la Nuova Zelanda è stata la squadra con il maggior numero di rimbalzi offensivi catturati in tutto il Mondiale, cosa che ha stupito molto anche me. Il gioco dei Tall Blacks è basato sul fatto di avere delle ali molto mobili e versatili in grado di giocare bene il pick’n’pop e prendersi buoni tiri da lontano. Non segniamo molti punti nel pitturato, segniamo principalmente dal perimetro. Sfruttando un gioco concentrato sull’elevato movimento delle ali e dei lunghi e su un gran numero di blocchi riusciamo spesso a creare buoni tiri e buone spaziature, obbligando i lunghi avversari a giocare lontano dal canestro portandoli così in zone a loro non congeniali. Inutile dire che si tratta di un gioco abbastanza diverso rispetto a quello europeo e in generale rispetto a quello delle altre Nazionali presenti in queste competizioni, spesso basate su un lungo tecnico e potente. C’è da dire che questo sistema non è sempre una scelta ma anche una necessità, noi infatti non abbiamo un lungo vero e proprio come le altre Nazionali.

Mike, segui i Tall Blacks da tanti anni e in questa edizione della squadra ci sono tanti giocatori giovani. C’è qualcuno che secondo te potrà avere una carriera particolarmente luminosa, sia a livello personale che con la Nazionale neozelandese?

FotuPenso che Isaac Fotu (foto a destra) sia il talento più cristallino di questo gruppo. Non è particolarmente grande e grosso (2.03 metri) da poter giocare costantemente nel pitturato anche in futuro quindi se vorrà avere un grande impatto anche in campionati importanti dovrà pensare di trasformarsi in un’ala piccola fatta e finita. Non scordiamoci però che ha solo venti anni e che ha giocato solo le sue prime due stagioni in NCAA (con i Rainbow Warriors della University of Hawaii, ndr.) quindi ha tutto il tempo per crescere e migliorare. Nonostante la sua giovane età ha mostrato di poter fare la differenza per i Tall Blacks in una competizione importante come un Mondiale e credo che abbia dimostrato a chiunque che è lui il futuro della squadra.

Ringrazio gentilmente Mike Lacey per la sua cortesia e per il tempo dedicatomi. Ringrazio anche i Tall Blacks per aver dimostrato a tutti che giocare secondo le proprie regole, senza omologarsi a nessuno, è ancora possibile, anzi può anche servire per raggiungere i primi sedici posti in una competizione come la FIBA World Cup.

Foto: Tiziano Caffi / Claudio Pavesi