NBA

(Don’t) Be The Story

Tutti noi appassionati di basket, dai più vecchi ai più giovani, abbiamo esperienziato tonnellate di videogame a tema cestistico. Anche chi era più distante dal mondo videoludico non poteva resistere dal provare qualche versione elettronica del proprio sport preferito, specie se si parla del periodo in cui le console erano per pochi e le partite NBA in televisione erano un miraggio. Io stesso, nonostante i miei ventitre anni, sono cresciuto con il Konami Double Dribble prestatomi dai cugini più grandi, passando ovviamente per gli storici cabinati delle sale giochi quali NBA Jam, NBA Maximum Hangtime e NBA Showtime. Ricordo ancora quando sconfissi metà spiaggia a suon di triple di Derek Fisher con Virtua NBA Arcade. Un giorno glorioso.

Questa introduzione nostalgica va a significare che non serve essere videogiocatori di lunghissima data per aver vissuto la grande evoluzione videoludica sportiva, specie grazie all’incredibile crescita tecnologica degli ultimi anni. Con l’arrivo delle console di ultima generazione, la PS4 e la Xbox One, abbiamo potuto avere non solo un grande incremento grafico ma anche un notevole miglioramento del gameplay, sempre più tecnico e realistico, lontano dal prendi-e-tira a due tasti dei vecchi giochi. Alzare l’asticella vuol dire anche dover investire parecchio sulla realizzazione dei videogame e di conseguenza anche a una clamorosa diminuzione dei titoli. Al giorno d’oggi infatti se si vuole giocare con un videogame di basket l’opzione è una sola: NBA 2K. Non che sia un male. NBA 2K è una serie eccezionale, ogni gioco è sempre molto studiato e con l’aggiunta di internet diventa aggiornabile e personalizzabile a un livello maniacale. Ciò ha portato alla creazione di modalità sempre nuove, una su tutte l’ormai celeberrimo MyPlayer, ovvero la possibilità di creare un giocatore e affrontare una carriera in NBA, cosa che permette di immedesimarsi al massimo nella realtà del basket professionistico americano.

Arriviamo dunque al nocciolo della questione. Ogni anno vengono implementate anche le varie modalità e quella del MyPlayer è uno dei fiori all’occhiello del brand e con l’arrivo di una storia cinematografica scritta e diretta da Spike Lee, intitolata “Livin’ Da Dream” si sarebbe dovuto assistere al definitivo salto di qualità ma, secondo chi scrive, non è stato così. Perché? Per il semplice motivo che quella che sarebbe dovuta essere una storia interattiva in realtà non lo è. Non il massimo considerando che lo slogan della storia è “Be the story”.

Nota bene: da qui in poi l’articolo contiene spoiler sulla carriera di NBA 2K16, ergo se si vuole giocarla senza aver alcun tipo di anticipazione continuate a leggere a vostro rischio e pericolo.

FAMIGLIA E STEREOTIPI

Il gioco inizia con il protagonista, il vostro cestista, che si allena in un campetto di Harlem, New York, in preparazione alla sua ultima stagione liceale. Da subito scopriamo che il vostro giocatore sarà d’ora e in poi conosciuto come Frequency Vibrations, che vi piaccia o no, non importa il perché né il per come, e questo già lascia qualche perplessità. I dubbi continuano a crescere vedendo che la vostra famiglia virtuale sarà sempre formata da persone di colore dei bassi fondi newyorkesi, indipendentemente da come avete creato il vostro giocatore. Sia chiaro, non c’è nessun problema di tipo razziale, ma se il giocatore, non conoscendo in anticipo la storyline di Spike Lee, decidesse di creare un cestista di carnagione bianca farà fatica a spiegarsi come sia potuto nascere da una famiglia di colore, per di più insieme a una sorella gemella, ovviamente anch’essa di colore. Questo lo consideriamo un dettaglio quindi soprassediamo anche se effettivamente un gioco realizzato con un budget altissimo come NBA 2K16 poteva aspettarsi delle variazioni.

Per il resto la storia della famiglia di Frequency Vibrations sarà proprio come ve la immaginate: famiglia povera del ghetto ma di grandi valori etici che riesce a farvi concentrare sul basket restando fuori dal mondo della malavita, realtà urbana che invece colpisce il vostro migliore amico Vic. D’ora in poi i dialoghi saranno sempre piuttosto scontati, un mix di discorsi sul “restare sé stessi senza mai scordarsi la strada” che alla lunga diventano piuttosto stucchevoli.

HIGH SCHOOL

Ho subito pensato che fosse molto bello cominciare la carriera addirittura dal liceo, ma la realtà si è rivelata piuttosto diversa. Il vostro giocatore infatti avrà già un fisico costruito per la NBA e di conseguenza dominare in campo sarà tutto tranne che difficile. Il vero problema? Anche se non si riuscisse a fare la differenza sul parquet non ci sarà alcuna variazione nella storia, in ogni caso infatti tutti i college inseriti nel gioco vi offriranno una borsa di studio e a voi non resterà che scegliere l’ateneo preferito dopo solo tre partite di basket liceale.

UN ASSAGGIO DI NCAA

La parte in NCAA era quella che più attendevo in quanto enorme appassionato di questo mondo ma anche in questo caso il risultato finale presenta luci e ombre.

Di positivo c’è che le squadre dei college presenti nel gioco sono realizzate al meglio, con maglie dettagliate, un ottima atmosfera nel palazzetto e addirittura con la presenza di alcuni giocatori ufficiali, ovviamente quelli che hanno raggiunto l’NBA in questo 2015-16. Ad esempio Kansas avrà Kelly Oubre Jr., Louisville avrà Montrezl Harrell e Terry Rozier, e così via. Gli altri sono giocatori “inventati” per il giusto rispetto dei diritti d’immagine dei giocatori NCAA, non rappresentabili nei videogame in quanto non professionisti e di conseguenza non retribuibili.

Come detto però, la strada del MyPlayer è piena di buche. Le partite collegiali giocabili saranno solamente quattro e senza seguire un ordine sensato o il minimo rispetto per il sistema basato sulle conference. L’ultima partita sarà ovviamente la finale nazionale del Torneo NCAA, torneo che non si sa nemmeno come si è fatto a raggiungere. La finale, inoltre, sarà sempre contro Wisconsin, l’unico college che non vi offrirà una borsa di studio ai tempi del liceo. Anche in questa sezione del gioco non si potrà influire più di tanto sulla storia dato che, a inizio partita, vedremo un grafico che illustra le nostre proiezioni in ottica del successivo Draft e sarà sempre uguale: tra le prime cinque chiamate prima del debutto, in discesa verso la decima chiamata dopo la prima partita, stabile in lottery dopo la seconda partita e in crescita verso e oltre le prime dieci chiamate appena prima della finale nazionale. Il tutto indipendentemente dalle prestazioni in campo. Nella prima partita realizzate 50 punti col 100% al tiro? Fa niente, le vostre quotazioni in ottica Draft saranno in discesa prima della seconda gara. Inutile dire che questa cosa non l’ho per nulla gradita dato che mi fa sentire come se in un gioco di guida l’intelligenza artificiale curvasse al posto mio.

Le quattro misere partite collegiali si concludono con la conoscenza del nostro futuro agente, Don Pagnotti. Piccolo inciso. Ho trovato geniale, questa volta sì, il nome di Don Pagnotti che, non a caso, ricorda paurosamente Dom Pagnotti, l’agente che in “He Got Game”, celeberrimo film di Spike Lee, cerca di convincere Ray Allen aka Jesus Shuttleworth (anch’esso nome che compare nel gioco) a diventare professionista prima del tempo.

HeGotGame
Il personaggio di Dom Pagnotti in “He Got Game” interpretato da Al Palagonia.

Tornando a noi. Una lunga conversazioni con Pagnotti e la nostra famiglia conclude l’annata collegiale. Il tema del discorso: rendersi eleggibili per il Draft o restare al college? La conversazione si chiude con un chiarissimo “La scelta spetta a te, Frequency Vibrations”. Finalmente posso decidere. E invece no! La schermata successiva infatti si apre con la seguente frase: “Buona sera e benvenuti al Draft NBA”. Anche in questo caso la scelta risulta quindi forzata, tocca diventare un giocatore professionista, secondo la volontà di una qualche entità astratta e sconosciuta, manco fosse un’intercessione divina.

FINALMENTE LA NBA. IN TEORIA

Non importa a che chiamata sarete scelti, non importa con che statistiche avrete chiuso l’annata collegiale, la vostra valutazione infatti sarà di 55. Piuttosto scarsa considerando che il nostro amato Frequency Vibrations è una scelta da alta lottery in un Draft NBA. Ciò non creerà molti dubbi nell’allenatore che vi farà giocare in ogni caso, anche se la vostra valutazione vi rende l’elemento più scarso della squadra. La cosa peggiore però resta sempre l’impossibilità nell’influenzare la storia. Le partite giocabili nel primo anno saranno solo otto. Avete capito bene, otto su ottantadue, e quindi non potrete influenzare il record della squadra se non per quelle otto misere partite. A cosa porta tutto ciò? Ovviamente non potrete essere considerati in corsa per il Rookie Of The Year, premio che è dunque impossibile da vincere per il secondo anno consecutivo visto che la storia del MyPlayer in NBA2K15 vi consentiva di trovare una squadra solo nella parte finale della stagione, in quanto undrafted.

La pochezza delle scelte però le si nota realmente nelle parti cinematografiche. Il più delle volte ci toccherà affrontare conseguenze di scelte che non abbiamo potuto prendere. Meglio usare degli esempi. Il nostro amico Vic ci chiederà di investire nella sua carriera da rapper e di prestargli la macchina, ma ovviamente non toccherà a noi prendere una decisione finale, ci penserà il sempre onnisciente Frequency Vibrations. A un certo punto il proprietario della nostra franchigia (sempre interpretato dallo stesso attore indipendentemente dalla squadra, ndr.) ci rimprovererà il fatto di dedicarci più alle feste che agli allenamenti, facendoci notare di essere spesso in ritardo per le sessioni di tiro. Noi però non abbiamo scelto se andare alla festa o sdraiarci nel nostro letto alle dieci di sera per essere freschi e riposati in vista dell’allentamento mattutino. Perché non posso scegliere io? Perché un personaggio che fino all’ultima partita di college si è comportato come un monaco di clausura, appena arrivato in NBA diventa la mela marcia di ogni singolo spogliatoio? Perché, quando mi è stata fatta la richiesta dal proprietario, non ho potuto decidere io se troncare o meno i rapporti con il mio amico Vic?

Non finisce qui. Dopo dialoghi su dialoghi che non influenzano in alcun modo la nostra stagione e in cui non potremmo prendere alcuna decisione, il nostro agente Don Pagnotti ci sorprenderà con un regalo: la nostra signature shoe marchiata Jordan Brand, la prima scarpa a noi dedicata, col nostro nome. Premesso che chi conosce questo mondo sa che è praticamente impossibile ottenere una signature shoe già al primo anno di NBA (a memoria solo Michael Jordan con Nike e Grant Hill con FILA riuscirono a farcela), ma soprattutto è difficile che Jordan dedichi una scarpa a un rookie con una valutazione di 55 che non si ritrova nemmeno in corsa per il premio di miglior rookie dell’anno. Inoltre, parlando di questo, a differenza degli anni passati non abbiamo nemmeno potuto scegliere se farci sponsorizzare da Nike, Adidas o Jordan. Resta il fatto che Jordan Brand creerà una scarpa a nostro nome, una scarpa che non potremo indossare in partita e che porterà i colori dei Knicks essendo in realtà la Jordan Air Spike 40 creata dal marchio americano proprio per il famoso regista che ha realizzato “Livin’ Da Dream”.

Shoes
Le Jordan Air Spike 40 realmente ai piedi di Spike Lee (sinistra) e in versione digitale in NBA 2K16 (destra).

UN FINALE SCONCLUSIONATO

Dopo un’annata fatta di pochissimo basket giocato, nessuna scelta presa e colpi di scena paurosamente prevedibili seppur ben recitati, finisce la nostra annata da rookie e siamo finalmente pronti per la free agency. Un attimo. Come è possibile che il nostro giocatore sia free agent? Se è stato scelto in lottery gli spettano due anni di contratto più altri due anni a discrezione della squadra che ci ha scelto, non è una nostra scelta. Nel MyPlayer 2K15 aveva senso essere free agent dopo il primo anno dato che avevamo firmato un contratto annuale ad annata in corso. Anche se in questo 2K16 non c’è alcun motivo per essere free agent dopo una sola stagione è esattamente quello che succederà e potrete quindi scegliere tra le tante squadre che vi offriranno un contratto. Certamente questa opzione è stata inserita per quelle persone che fin da subito vogliono ritrovarsi in uno squadrone pronto a puntare per il titolo ma, come detto, è una possibilità irrealizzabile per il regolamento NBA.

Una volta scelta la nostra nuova squadra festeggeremo in una stanza in cui il nostro agente dirà di averci procurato il massimo salariale, un’opzione non solo impossibile anch’essa per le norme della NBA ma che non ha alcun senso essendo il nostro giocatore un rookie con una valutazione ancora bassa e non inserito in un contesto di Rookie Of The Year.

Dopo un ultimo, triste e scontato colpo di scena, la storia marchiata da Spike Lee giungerà alla fine e toccherà ai veri attori salutarci in un video che rappresenta un ideologico inchino al pubblico al termine della rappresentazione teatrale. Da quel momento in poi non sentiremo più parlare di Don Pagnotti, della nostra famiglia, della nostra fidanzata e dell’amico Vic. Solo Shaquille O’Neal e gli altri telecronisti americani faranno qualche riferimento alla storia scritta da Spike Lee nei caricamenti prima delle future partite, per il resto il gioco tornerà a essere come è sempre stato, con la possibilità di giocare ottantadue partite, di allenarvi, di racimolare sponsor e followers su Twitter.

Inutile dire che “Livin’ Da Dream”, la storia di Spike Lee, doveva essere il coronamento di un ottimo gioco, peccato che si sia rivelata la più grande crepa nella struttura di una casa che non ho solo ha ottime fondamenta ma che spicca sulle altre in ogni suo angolo. Peccato dunque, peccato per questa grande occasione sprecata.
Prima di chiudere questo articolo però ci tengo a salutare Frequency Vibrations, chiunque esso sia, e lo ringrazio per aver giocato al posto mio la prima parte del MyPlayer di NBA 2K16. Grazie Freq per aver “Vissuto il Sogno”, il tuo.