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Essere Draymond Green

Avete mai visto il film “Essere John Malkovich”? Se sì, sapete dove voglio andare a parare, se no, guardatelo, perché merita. Intanto che cercate un po’ di tempo nella vostra movimentata vita per godervi il film, vi dirò molto brevemente di cosa parla. Un burattinaio fallito trova lavoro in un’azienda come catalogatore. Nel suo ufficio, dopo poco tempo dalla sua assunzione, trova una piccola porta nascosta dietro uno scaffale: una volta entrato, scopre che quello non è un passaggio fisico, ma metafisico, perché attraverso quel minuscolo cunicolo, chiunque ha la possibilità di entrare nella testa del celebre attore John Malkovich, per quindici minuti. Ecco, questa è proprio la base del film e questo è quello che stamattina sento di voler affermare: trovatemi un passaggio simile, perché io voglio essere Draymond Green.

Se ci fosse una voce statistica che possa racchiudere quello che rappresenta il 23 dei Golden State Warriors, forse non ci sarebbe nulla di clamoroso. Infatti la cosa sconvolgente di Green è proprio racchiusa in questa sua impossibilità di essere circoscritto a dei semplici numeri: per apprezzarlo non basta nemmeno guardarlo, bisognerebbe essere dentro di lui e capire come si muova il suo corpo in simbiosi con il suo cervello. Ci sono stati alcuni passaggi che mi hanno fatto finalmente capire che questo ragazzo non è forte perché gioca con i più forti, ma perché è veramente forte. È un ragionamento contorto, lo ammetto, ma chissà quanti come me avranno pensato che la ribalta di Green in questo biennio fosse dovuta più al valore del collettivo (o forse solo di Curry, o forse solo di Curry e Thompson), piuttosto che a quello del singolo. Oddio, non ho mai pensato che fosse scarso, ma solo stamattina ho capito quanto sia imprescindibile. Brutto, cattivo, ma anche intelligente e talvolta persino elegante, Green mi ha ricordato parecchio Barkley, soprattutto, come detto, per tutto il lavoro fatto in situazioni che poi non vengono riportate in statistica. Due esempi? Comunissimo rimbalzo difensivo preso da Barnes, primo quarto. Apparentemente non sembrerebbe essere successo nulla, ma poi le telecamere vanno ad indagare bene sotto canestro e vedi Green infilare un gomito nella schiena a Tristan Thompson, una spina nel fianco che impedisce al centro dei Cav’s di raggiungere per primo il pallone. Barnes segna più uno alla voce Rimbalzi, Green nulla, eppure in quel dato traspare tutto quello che questo giocatore rappresenta. Seconda scena, terzo quarto: Green esce da un blocco, riceve in guardia marcato da James ed infila la tripla. Ha già superato i venti da qualche minuto e LeBron proprio non ci sta a fare la figura del fesso contro il suo parinumero avversario. D’altronde lui è il Prescelto, è indubbiamente il più forte di tutti. Così va di là e senza pensarci due volte cerca di restituire il favore a Green: tripla. Canestro? No, airball. Ecco, la faccia sconsolata di James in quel preciso istante è la stessa faccia di chi, in “Essere John Malkovich”, è disposto a pagare 200 dollari pur di evadere per un attimo dal proprio corpo.

C’è un pezzo interessante nel film che ha rappresentato in pieno il mio stato d’animo quando stamattina ho visto la partita. La storia, aldilà dell’entrare o meno nella mente di Malkovich, si sviluppa attorno all’intreccio amoroso che c’è tra Craig, il burattinaio, Lotte, sua moglie, e Maxine, la collega di Craig. Tutt’e tre si amano vicendevolmente, o meglio, i due coniugi amano Maxine, la quale li ricambia solamente quando sono nella testa di Malkovich. E se Craig, in quanto abile con le marionette, è l’unico che riesce a comandare Malkovich, Lotte invece si lascia sopraffare dalla situazione, restando estasiata per essere donna in un corpo di uomo. E quindi subisce Malkovich, ma allo stesso tempo lo scopre, lo scopre come se fosse un mondo completamente nuovo – ed in effetti, è un mondo completamente nuovo per lei. Ecco, io vorrei provare questa sensazione, vorrei provare a stare nella testa di Draymond Green e osservare, osservare e cercare di capire come si giochi in quel modo. Vorrei capire con quanto preavviso Green capisca dove andrà la palla, che scelta farà il suo avversario e quale sia la strada più breve per aiutare il compagno più vicino a raggiungere il rimbalzo per primo. Vorrei stare lì, nella sua testa e capire come diamine sia possibile che, a difesa schierata e già nell’altra metà campo, Curry faccia fare la transizione al suo numero 4. Vorrei stare lì dentro e capire quanta rabbia, quanto agonismo e quanta cattiveria ci sia in quella mente che, fino a due anni fa, nessuno sapeva bene chi fosse. Ripeto, stanotte Green ha annichilito LeBron e non lo dico io perché sono anni che aspettavo questo momento, ma perché questa sensazione era palese e palpabile nella faccia di LeBron stesso. Se non è un evento straordinario questo, allora ho sbagliato mestiere – e dalle cazzate che ho scritto, forse, qualcuno crederà che sbagli anche spacciatore. Ci vediamo a Gara 3.