NBA

Essere Haters o adoratori – I numeri, però, non mentono mai

Mi sono approcciato da poco al mondo NBA, quindi questi miei pensieri – messi in parole scritte – potrebbero risultare banali o privi di spunti argomentativi. Me ne scuso in anticipo, ma sento comunque il bisogno di dire la mia su una situazione che si verifica ormai costantemente quando si finisce a parlare di LeBron James; come se non potesse esserci altra via, nella considerazione del giocatore, oltre a due semplici strade.

La prima, quella dell’hater, sembra andare per la maggiore. Il neologismo si riferisce a quei soggetti che esprimono odio nei confronti di qualcuno, specialmente in spazi di discussione pubblica, i quali trovano la propria apoteosi in quel magnifico strumento che è il World Wide Web. La seconda, invece, è quella dell’adoratore, senza alcun limite di sorta. Non saprei dirvi quale delle due sia la peggiore, perché nel considerare un giocatore forse occorrerebbe essere liberi da catene e vincoli emotivi, per riconoscere pregi e difetti di ogni singolo talento, sia che esso si affacci al mondo della NBA, sia che domini nel Vecchio Continente. So bene di non essere in grado di parlare con questa lucidità anche per quelli che, da anni, sono i miei pupilli (Juan Carlos Navarro, Momo Tourè, Jacopo Giachetti, Bruno Cerella), ma in questo caso ritengo di poter dare una visione libera da preconcetti e da dietrologie, che possa aiutare a comprendere la grandezza di LeBron James.

Non ho visto molte partite NBA, perciò non farò biechi paragoni andando a parlare di chi sia meglio tra LeBron e Kobe, o di chi meriti di più il titolo di G.O.A.T. – pochi dubbi in merito, Jordan ha riscritto le regole della pallacanestro e questo basta a definirlo il più grande di sempre – ma mi limiterò a fornirvi qualche dato. Con i 41 punti e 11 assist messi a referto in Gara-6, James è arrivato alla seconda partita in una Finale NBA in cui realizza una prestazione da almeno 40 punti e 10 assist; davanti a lui solamente Jerry West, poiché Mr. Logo quei numeri li ha messi insieme in tre diverse occasioni valide come match delle Finals. James sembra poi essere in missione per spezzare la favola dei Warriors, squadra che in molti stanno criticando per non giocare a pallacanestro, quando invece mi sembra che sia una semplice nuova frontiera nell’evoluzione del gioco. Vi basti sapere che, nella storia della NBA, solamente 8 MVP di Regular Season sono arrivati a giocarsi Gara-7 delle Finals nella stagione in cui hanno vinto il riconoscimento di Most Valuable Player; l’ottavo di essi è Steph Curry, primo MVP all’unanimità che però rischia fortemente di rompere una tradizione positiva. Infatti, dei precedenti sette MVP, solamente Kareem Abdul-Jabbar perse il Titolo in Gara-7 (era il 1974) dopo aver ottenuto la palma di miglior giocatore della Stagione. In questo aspetto, James – che peraltro vinse Gara-7 nel 2013 contro gli Spurs – potrebbe riscrivere una bella fetta di storia della statistiche, riducendo non di poco l’importanza di quanto fatto finora dalla squadra di coach Kerr e andando a prendersi la palma di MVP delle Finals.

Infatti, è indubbio che, in caso di vittoria di Cleveland in Gara-7, James dovrebbe essere incoronato MVP delle Finals, semplicemente per i numeri fin qui accumulati: tra tutti i giocatori delle due squadre, dopo 6 atti della Serie, LeBron è primo per punti (181), rimbalzi (68), assist (51), recuperi (16) e stoppate (13). Con la produzione offensiva offerta in Gara-6, inoltre, “The King” è arrivato alla sesta Post-Season in carriera con almeno 500 punti realizzati (davanti a lui solo Jordan, che realizzò almeno 500 punti in 8 differenti Playoffs). Quello che più deve colpire e impressionare, però, anche nell’ottica di spazzare via un’inutile distinzione tra haters e adoratori tout court, è la media punti di LeBron James negli elimination game, ossia in quelle partite che, se perse, eliminerebbero la sua squadra da una Serie di Playoffs: con 32.4 punti di media -avendo giocato almeno 5 elimination game per entrare in questa particolare classifica – James supera giocatori del calibro di Jordan (31.3), Chamberlain (31.1) e Iverson (29.8). Altri numeri? Solamente due squadre erano riuscite a portare la Finale a Gara-7 dopo essere andate sotto per 3-1: i Knicks nel 1951, contro i Royals, e i Lakers nel 1966, contro i Celtics; entrambe però persero l’ultimo atto della rispettiva Serie, perciò anche qui James può riscrivere una pagina importante della storia NBA.

Sono semplicemente numeri e non vogliono essere nulla di più. I numeri, però, possono aiutare a comprendere la dimensione di quella sottile linea rossa che separa una grande giocatore da un campione; beninteso, campione non vuol dire “vincente”, perché altrimenti tantissimi giocatori nella storia della pallacanestro non potrebbero essere considerati campioni (si pensi a Wilt Chamberlain). Essere campioni significa prendersi la squadra sulle spalle e portarla dove nessuno avrebbe mai pensato che potesse arrivare, forzando una Gara-7 inattesa grazie a due prestazioni mostruose, migliorando addirittura quanto fatto nelle Finals dello scorso anno e giocando per la gloria eterna un ultimo atto che promette spettacolo. Essere campioni significa dominare in ogni aspetto del gioco, e in questo James è la chiave dei successi targati Cavs: il suo jumper è l’arma decisiva, ma è sempre lui ad assistere i compagni e a trovare un 7/14 da tre punti tra Gara-5 e Gara-6 per spazzare via ogni possibile critica a posteriori. Mai come in queste Finals ho visto un giocatore così dominante in singole partite, capace di vanificare ogni raddoppio offensivo e di leggere benissimo il posizionamento dei compagni per scarichi o assist sui tagli; mai come in queste Finals ho visto un giocatore in grado di cambiare l’inerzia del match con una facilità disarmante, prerogativa che contraddistingueva Jordan come pochi altri.

Perciò non importa che voi siate haters o adoratori. Importa unicamente che riconosciate il valore dei numeri per capire quanto sia luminosa la stella di LeBron James. Perché di fenomeni ne abbiamo visti tanti; ma di fenomeni così all-around, negli ultimi 15 anni, credo se ne siano visti giusto due o tre.