NBA

Il Delfino

kgtowns

Kevin Garnett non è stato il campione di tutti. Per questo motivo il suo credo rivive in una sola persona: Karl Anthony Towns

Ha diviso più di una generazione e neanche nel giorno del suo ritiro è riuscito a mettere tutti d’accordo. Kevin Garnett ha cambiato la storia del basket con la sua combinazione di talento e personalità, con la sua ‘feroce competitività’ per citare le parole di Tom Thibodeau, dote che il coach dei Timberwolves dovrà instillare in uno dei gruppi più talentuosi dell’intero panorama Nba. Eppure, del Garnett grande uomo di sport, negli ultimi anni si è parlato relativamente poco, e male. Perché?

A un certo punto della carriera di KG il discorso sulle sue qualità si è polarizzato dietro figure retoriche inesaustive, come quella che lo identifica come “trash talker”, piuttosto che uno scafato veterano, o tutt’al più come “grande difensore”, se le intenzioni dell’interlocutore ‘x’ erano quelle di trovare nell’ultima fase della carriera dell’ex Celtics un qualche lato positivo. Tutto ciò non ha fatto altro che minimizzare brutalmente la complessità di uno dei più grandi giocatori dell’ultimo ventennio. Garnett come macchietta, Garnett il trash talker.

Ecco il pensiero medio su Garnett
Ecco il pensiero medio su Garnett

Com’è possibile che un gigante della storia del gioco sia stato ridotto a delle immagini così standardizzate? Forse per il suo comportamento sul campo. E’ difficile confutare il rapporto inversamente proporzionale tra il decadimento delle prestazioni del giocatore e l’aumento di atteggiamenti considerati fuori dalle righe.

Si è appena ritirato un pezzo di storia del gioco, ma evidentemente è questo l'aspetto che più interessa
Si è appena ritirato un pezzo di storia del gioco, ma evidentemente è questo l’aspetto che più interessa

Eppure ritengo che questo sia un aspetto marginale dell’ultima fase della carriera di KG, nella quale l’evidente calo di rendimento non ha fatto altro che mettere sotto la lente di ingrandimento altre caratteristiche peculiari, che “The Revolution” (il perché del soprannome ce lo spiega qui, Manuel Rubino) ha sempre fatto proprie; anche, e soprattutto, quando la lega era nelle sue mani, sia dal punto di vista tecnico che mentale.

 

Duello vintage KG vs McDyess
Duello vintage KG vs McDyess

E’ difficile identificare il momento in cui il Garnett rivoluzionario si sia trasformato nel Garnett bullo. Probabilmente quando gesti di questo tipo hanno iniziato ad avere più risonanza di altri.

Il gesto del villano
Il gesto del villano

Questo mutato atteggiamento nel giudicare KG, ma non ci sono prove tangibili a riguardo, è forse identificabile dal passaggio ai Celtics in avanti; non perché il giocatore si sia realmente incattivito, quanto perché una piazza come Boston garantisce senz’altro più visibilità di una come Minnesota. Si può obiettare che la NBA contemporanea, analizzata nei minimi dettagli, non ammetta considerazioni di questo tipo, eppure non dimentichiamoci di come molti abbiano – a ragione – sostenuto, che la presenza di The Big Ticket abbia realmente inserito gli sconosciuti Timberwolves nella mappa della pallacanestro americana, senza dimenticare che da quest’anno – per la prima volta nella storia della franchigia – tutte le partite saranno trasmesse in televisione.

E poi una lezione di pallacanestro
E poi una lezione di pallacanestro

L’esperienza ai Celtics è plausibilmente quella che ha mutato la considerazione del giocatore agli occhi di fan e addetti ai lavori. Fin quando KG è stato trascinante sul parquet, le stoppate per impedire ai tiratori di entrare in ritmo, le flessioni tra un’azione e la fuoriuscita di improperi dalla bocca dalla sua bocca, erano letti come atteggiamenti legati all’estrema volontà di un campione di vincere un titolo NBA. Ma il successo, ottenuto al primo anno al fianco di Ray Allen e Paul Pierce – ma soprattutto di un allenatore empatico come Doc Rivers – ha rappresentato una redenzione solo sportiva. L’imbarbarimento del discorso su Garnett era già in atto. I bulli piacciono finché vincono, e purtroppo un’importante fetta dell’opinione pubblica considera vincente solo chi riesce a indossare l’anello NBA.

Poco importano le imprese sportive realizzate dopo il titolo del 2008. Nei successivi cinque anni i Celtics hanno vinto 205 partite nelle stagioni da 82 partite (39, in quella del lockout, durante la quale si giocarono 66 gare), raggiunto una finale NBA, persa in 7 gare, una finale di Conference, due semifinali di Conference e un primo turno dei Playoff. Quello che contava era altro; era il Garnett urticante che provava a fare la differenza con le parole, ora che il fisico stava venendo meno. Un’analisi in linea di massima superficiale, negata da un’icona sportiva e sociale come Bill Russell: “Sei il mio giocatore preferito. Non mi hai mai deluso”.

Questa percezione è aumentata oltre ogni misura, una volta entrato nella spirale di Brooklyn, nella quale il degrado tecnico della squadra si è legato a doppio filo a quello ‘morale’ di Garnett. Non è compito di nessuno difendere questa versione sgradevole dell’ala, sgradevole in quanto inserita in un contesto assolutamente lontano dall’idea di pallacanestro del professionista Garnett, durante il quale il giocatore KG ha toccato il punto più basso della sua carriera. Ma la personalità di un professionista del suo calibro non può cambiare in base al destino sportivo della sua squadra; The Big Ticket è l’esemplificazione di cosa bisogna fare per competere su un parquet, riprendendo ancora una volta le parole di Thibodeau. E questo non poteva che stonare con la fumosa essenza di quei – e questi – Brooklyn Nets, rendendo le risse e i litigi di Garnett inopportuni in un contesto depresso benché all’epoca ancora parzialmente vincente.

Howard contro il KG di Brooklyn: un duello a dir poco irritante
Howard contro il KG di Brooklyn: un duello a dir poco irritante

Le cose sembrano poter cambiare nel febbraio 2015, quando si consuma l’atteso (soprattutto per i depressi fan dei T’Wolves) ritorno sotto le Twin Cities. Ma se si eccettua il rito della seconda prima volta al Target Center, si torna a parlare di KG nella veste di ‘villain’ soprattutto quando inizio stagione mette alla prova il rookie dei Lakers, Julius Randle, uscendone sbeffeggiato da quest’ultimo, che per rimettere il pallone in campo prende in prestito la schiena di Garnett: “A Kevin piace mettere alla prova i giovani” ha dichiarato Kobe Bryant, uno che in un senso potremmo definire molto ‘garnettiano’, mentre il discorso sul numero 21 tornava sui consueti binari.

In quel momento Garnett, che da pochi giorni aveva perso un amico e un mentore come Flip Saunders, stroncato a 60 anni dal linfoma di Hodgkin, è tornato un giocatore sporco, vecchio e scomodo.

Se dovessi scegliere una brutale esemplificazione di Garnett più che "KG trash talker" utilizzerei "KG uomo"
Se dovessi scegliere una brutale esemplificazione di Garnett più che “KG trash talker” utilizzerei “KG uomo”

In realtà, KG stava per realizzare l’ultima impresa di una leggendaria carriera. Formare Karl Anthony Towns. Il lungo da Kentucky era, infatti, stato da poco scelto con la prima chiamata del Draft 2015 dai T’Wolves. Le potenzialità del giocatore erano chiare a tutti, vista la stagione da (quasi) record condotta con i Wildcats in Ncaa, fermata solo da un eroico ‘Tank’ Kaminsky nelle Final Four di Indianapolis.
KG diventa da subito il mentore di Towns, non tanto per una scelta programmata, quanto per affinità elettiva. Impossibile non essere colpiti dal carisma e dalla voglia di migliorare di Garnett, soprattutto se il ragazzo in questione ha una testa non comune (guardatevi l’intervista di Towns al Draft 2016, resterete sorpresi dalle sue abilità di comunicatore).

Il numero 21 diventa presto un leader tecnico ed emotivo per KAT, molto più di quanto non fosse stato per Wiggins. Towns lo incensa continuamente, e parla della sua figura quasi a livello paterno, e lo stesso KG si lascia andare a commenti eccezionali: “E’ forte, è molto intelligente, ma ha più fiducia di me rispetto a quando io ero agli inizi. Questi ragazzi hanno molta attenzione addosso. Ci lavoreremo”. Parole che, non fossero di Garnett sembrerebbero quasi di rimprovero, ma dette da un maniaco del lavoro – che una volta dovette costringere Doc Rivers ad annullare un allenamento per evitare che continuasse a torchiare i compagni – appaiono più come un’investitura. “Non puoi insegnare a essere una belva (a beast, ndr), ce l’hai o non ce l’hai. Io per questi ragazzi sono come un padrino. Quando mi vedono, mi rispettano, e so che daranno il massimo” è il pensiero del Kevin maestro.

Quindi, mentre il mondo si chiedeva del perché avesse ancora un contratto da 8 milioni l’anno, ai Timberwolves gongolavano. Sapevano di avere la chiave per il futuro successo dei suoi giovani. Il ‘bollito’ – mentre ci regalava uno dei più bei highlights cestistici della stagione, mandando in visibilio Towns – stava lavorando per creare uno dei lunghi del futuro.

"Momento più bello della stagione, quando KG ha schiacciato in testa ai Clippers". Non proprio la risposta che ti aspetti da un ventenne
“Momento più bello della stagione, quando KG ha schiacciato in testa ai Clippers”. Non proprio la risposta che ti aspetti da un ventenne

I miglioramenti di KAT, mentre Garnett collezionava sempre meno minuti, lo hanno portato a vincere il premio di Rookie dell’anno per distacco. Ma i ricordi di Towns sulla stagione sono tutti legati a Garnett, come se il parquet più importante non fosse quello del Target Center, ma quello della Mayo Clinic, la struttura che ospita gli allenamenti di Minnesota.

Nessuna epica del ritorno lebroniana, vista l’impossibilità di vincere a breve termine. Il compito del Big Ticket è stato quasi messianico, ma in una nuova veste: da giocatore più forte della storia della franchigia, ha dovuto plasmarne uno – alla sua maniera – che potesse eguagliarlo, se non superarlo. E Towns – grazie a una personalità fuori dal comune – si presta a questo ruolo. Inutile negare che la faccia della franchigia sia lui, e non Wiggins. Troppo il carisma, troppo evidente la connessione con Garnett, o quelle con il mondo sportivo americano. Quando mai un ventenne di una squadre perdente NBA si sognerebbe di sedere al fianco dell’atleta più medagliato della storia delle Olimpiadi, Michael Phelps, e il campione NFL, Marshawn Lynch, per giocare a Call Of Duty? Towns lo ha fatto, ed è probabilmente lo ‘swag’ (l’essere figo) di cui parlava Garnett – quasi con aria di rimprovero – nelle parole riportate sopra.

"Complimenti al mio YG per la cover". La 'Y' sta per young. Passaggio di consegne?
“Complimenti al mio YG per la cover”. La ‘Y’ sta per young. Passaggio di consegne?

Una sicurezza che Wiggins non ha, vista la maggior riservatezza del canadese. La cosa traspare dalle differenti dichiarazioni rilasciate dopo il ritiro di Garnett: ‘Wiggo’ parla di aver giocato al fianco di un OG (che abbiamo tradotto come ‘padrino’, ma starebbe original gangster), Towns di passaggio del testimone. Sono due cose differenti. Il messaggio dell’ex Kansas si inserisce nella scia di quello di Rubio che ha parlato di “aver imparato cosa significa il lavoro duro” o di essere “un compagno di squadra di valore”. Quello di KAT ha una valenza superiore, acuita dal tweet muto con il quale ha voluto commentare l’addio al basket giocato da parte di un mentore.

In sostanza, tutto questo per dire che dietro una carriera da All-Star, un MVP e un titolo NBA vinti, e numeri che non ha senso sciorinarvi qui, perché consultabili su una chilometrica pagina di Basketball-Reference, Garnett ha cambiato la storia del gioco, di come ci si allena, di come si è compagni, della mentalità dietro una squadra vincente, e a fianco a questo, una serie di altre cose nella quale è stato precursore (tra le quali impossibile non menzionare l’abilità di firmare contratti spropositatamente alti). In queste righe sono state omesse una smisurata quantità di caratteristiche peculiari di Garnett, proprio perché catturare la complessità di un uomo particolare, che ha vissuto ventuno anni di pallacanestro professionistica ai massimi livelli, ottenendo un rispetto da parte dei colleghi (andate a leggere le parole di LeBron James) ineguagliabile, è estremamente complesso. Una complessità che purtroppo gli è spesso stata negata, sotto standardizzazioni inaccettabili. Una complessità che speriamo di ritrovare nei prossimi dieci anni di carriera di Karl Anthony Towns, l’uomo che più di tutti ha deciso di prendere in mano questa eredità.

'Lost Files', i dietro le quinte
‘Lost Files’, i dietro le quinte

Chiedete a Towns quale sia stato il momento più bello della sua stagione da professionista, in cui ha ottenuto record e risultati impensabili dal punto di vista individuale. La sua risposta è chiara: “Il miglior momento? Tutti quelli passati con Garnett, ma dietro le quinte”. Questa si che è la risposta più ‘garnettiana’ di sempre. Grazie di tutto KG. Non solo, ma anche per il tuo ultimo regalo al mondo del basket.

FOTO tratte dal web