NBA

Il Dio del palleggio

La storia di oggi racconta di pace e serenità. Che essa abbia a che fare con una persona che di nome fa God (Dio, ndr) può aiutare, ma personalmente penso sia soltanto una casualità. Oggi vogliamo raccontarvi la storia di God Shammgod, uno dei più entusiasmanti playmaker degli anni ’90 del quale avete forse sentito solo parlare. Shammgod era Kyrie Irving prima di Kyrie Irving. Avete presente il pazzesco crossover che il playmaker dei Cavaliers esibì in un rookie challenge ai danni di Brandon Knight solo qualche anno fa? Bene, Shammgod sarebbe in grado di non far capire nulla allo steso Irving per le sue proprietà di palleggio e di “cockiness” (si può tradurre come “arroganza”, “sfacciataggine”, ma è come la cazzimma: non ha un’ideale traduzione che renda come la parola originale). A questo punto però dobbiamo necessariamente fare un passo indietro.

Manhattan, 1984. Il piccolo God Shammgod ha appena compiuto otto anni e con la famiglia si trasferisce dalla pericolosa Brooklyn al più famoso e se vogliamo inflazionato quartiere di New York. Non ha praticamente mai giocato a basket, ma gli piace l’idea, e così decide di allenarsi in completa solitudine, di migliorare il proprio gioco partendo dal fondamentale di base: il palleggio. God può palleggiare e inventare nuove manovre col pallone anche per ore e ore durante la notte, il basket lo ha totalmente contagiato e quando è soltanto un pre adolescente è già in grado di padroneggiare qualsiasi tipo di crossover, palleggio dietro la schiena e dietro le gambe. In un video realizzato dal popolare magazine “SLAM” per il suo portale online qualche anno fa il nostro protagonista spiega e ci fa vedere la sua routine di allora, che si è portata dietro nel tempo e che stava cercando di insegnare anche a suo figlio. Shammgod percorre tutto il semicerchio con diversi palleggi: si comincia con un normale palleggio tra le gambe, poi un crossover, per aumentare via via la difficoltà combinando diversi tipologie di ball handling, ma ciò che stupisce è che consiglia di eseguire tutto ciò camminando, e senza aumentare la velocità.

Il basket newyorchese dei primi anni ’90 era il serbatoio principale di talenti (meglio se problematici) di tutta America, e La Salle High School, la scuola frequentata da God, non fa in alcun modo eccezione. Oltre a lui infatti in squadra ci sono l’allora Ron Artest e Karim Shabazz, centro che si unirà a Shammgod al college a Providence, ma ci arriviamo tra poco. Qualcuno di voi potrà ricordare l’anno 1995 come quello dell’ultima apparizione televisiva di Mia Martini, o come quello del grande processo a OJ Simpson, ma a New York lo ricordano soprattutto per due cose: la reintroduzione della pena di morte nello Stato e la migliore classe di prospetti liceali di ogni epoca. Qualche nome? Penso possano bastare quelli di Kevin Garnett, Vince Carter e Paul Pierce. All’interno di essa però c’è anche God, che come i tre sopra citati e il grande amico Chauncey Billups, col quale ha sempre tenuto i rapporti anche quando si trovavano letteralmente agli estremi del mondo, partecipa al Mc Donald’s All America. All’epoca questa partita contava immensamente per gli addetti ai lavori, e di conseguenza anche per i giocatori, che ci tenevano a giocarla dando il massimo. Senza internet, youtube e i vari “mixtape” che oggi ci fanno entusiasmare infatti molti prospetti non si conoscevano: per analizzare in maniera approfondita un ragazzo bisognava farsi viaggi di centinaia di chilometri spendendo soldi, dunque i “raduni” a livello nazionale di così tanto talento erano occasioni più uniche che rare per tracciare un punto della situazione.

God ai tempi del McDonald's All American
God ai tempi del McDonald’s All American

God al Mc Donald’s impressiona: segna 9 punti e gioca allo stesso livello di gente come Garnett, Billups, Carter, Ron Mercer e Antawn Jamison. All’epoca non c’è il minimo dubbio che dopo Stephon Marbury, che andrà a Georgia Tech, sia lui il miglior playmaker in uscita dal liceo. In estate partecipa anche all’ABCD Camp, dove stringe amicizia con un ragazzo di Philadelphia: il suo nome è Kobe Bryant, e sembra che abbia bisogno di qualche lezione di ball handling. I due fanno coppia fissa e God passa intere ore a condividere con il giovane Kobe i suoi segreti, a migliorare il suo gioco allora carente e ad imparare tecniche che lo renderanno in grado, da professionista, anche di portare palla per larghi tratti di partita. La scelta del college è conservativa: si va a Providence, e si resta dunque nei pressi della natìa New York, ma il turning point si rivelerà assolutamente a suo favore.

I Friars sono una cosiddetta “mid-major”, ovvero una squadra che non è una super potenza del college basket, ma che ha abbastanza talento per non essere considerata neanche una squadra materasso. In particolar modo nel 1996, l’anno da sophomore di God, il materiale umano presente è tutt’altro che da buttare, perchè oltre a Shammgod, ci sono il già citato centro Shabazz e soprattutto l’ala Austin Croshere, che in futuro si ritaglierà anche degli sprazzi in NBA e che è il perno principale dei bianconeri che si apprestano a cominciare il torneo NCAA con la testa di serie numero 10, ovvero una delle ultime. Nonostante alcuni buoni giocatori c’è da dire che in quegli anni c’erano squadre molto più quotate, eppure durante la partita di secondo turno contro la temutissima Duke succede qualcosa.

Providence rimane in partita, la gara è punto a punto, e in qualche modo, giocando di squadra e col cuore i Blue Devils vengono eliminati. Ancora oggi rimane una delle gare più sensazionali alle quali i tifosi dei Friars abbiano mai assistito, e così superare UT Chattanooga alle Sweet 16 è un gioco da ragazzi. La piccola Providence arriva così alle Elite 8, dove affronterà Arizona. Altra squadra storica del college basket: è uno dei luoghi nei quali i ragazzi liceali negli anni ’90 vogliono assolutamente andare, attrae talenti in continuazione e ancora una volta God e compagni sembrano spacciati. Ecco: è stata la classica bella storia, ma il loro cammino si fermerà qui, ne prenderanno venti e andranno a casa. Ancora una volta però quella banda di ragazzi quasi improvvisati riescono a stupire tutti, o quasi.

I Friars sono sotto di dieci a quattro minuti dalla fine dopo essere rimasti ancora una volta punto a punto, ma anche qui succede qualcosa. God Shammgod decide che non è giusto che finisca così e prende letteralmente in mano la squadra. L’attacco di Providence è solo e unicamente lui, che penetra, tira, batte chiunque dal palleggio e non sembra fermabile. Prima rimonta, poi pareggia e lo sforzo difensivo della squadra gli concede giustamente il tiro della vittoria, che lui lascia andare con la spensieratezza di sempre, ma che esce regalando l’epilogo già scritto per i Wildcats. Golia ha sconfitto Davide, ma God e i suoi compagni possono uscire a testa alta. In particolare il playmaker alla fine avrà realizzato 23 punti, anche se probabilmente avrebbe firmato per realizzare soltanto quelli decisivi per approdare alla Final Four.

Il piccolo playmaker dei Friars decide che è il momento di andare. Dopo vent’anni passati in zona New York lascerà per la prima volta l’aria di casa per fare il grande salto e giocare in NBA. Gli scout NBA nutrono molti dubbi su di lui: i soliti che avete sempre sentito in tante altre storie simili a questa. Troppo piccolo per questo livello, e poi se non migliora quel tiro (giova ricordare che Shammgod aveva concluso la carriera a Providence col 20 percento da tre) non si intravede un futuro da professionista per lui. Negli occhi della dirigenza dei Washington Wizards però ci sono ancora le sue prodezze contro Arizona, e così decidono di spendere per lui la 45esima chiamata assoluta del talentuosissimo Draft del 1997. God ce l’ha fatta.

Dura poco. Appena venti partite nelle quali non arriverà ai quattro punti di media, e l’avventura NBA si conclude senza neanche una seconda chance. Da lì in poi God comincia il suo percorso da giramondo. Per guadagnarsi il pane quotidiano si fa il giro di tutte le leghe minori, anche con una parvenza di professionismo, ma solo e unicamente negli Stati Uniti. Le proposte dall’Europa fioccano, ma lui le rifiuta tutte: “Devo stare vicino alla mia famiglia”, la motivazione che gli fa un immenso onore. Non riesco a ricordare nessuno che abbia deciso volutamente, nel fiore della carriera e nel massimo splendore fisico, di rifiutare l’Europa come alternativa alla NBA. Così in questi anni le sue squadre si chiamano La Crosse Bobcats, Florida Sea Dragons e Portland Chinooks, tra CBA e IBL (International Basketball League). Per la verità giocherà in due diverse occasioni in Europa, in Polonia (Czarni Slupsk) e Croazia (Cedevita), ma spenderà il resto della sua carriera tra Arabia Saudita e Cina, una volta che i figli saranno cresciuti e non necessiteranno di un padre sempre presente. Nel Paese della Grande Muraglia giocherà anche nella squadra di Stephon Marbury, proprio l’unico playmaker al quale era secondo nel 1995. All’epoca tutti i migliori allenatori di college avrebbero fatto carte false per aggiudicarsi un’accoppiata Shammgod-Marbury. In Cina faranno faville e aiuteranno a crescere un movimento che adesso, anche grazie al loro apporto, è credibile e in costante ascesa.

Shammgod durante il periodo cinese a Shangai
Shammgod durante il periodo cinese a Shangai

La storia di God Shammgod dimostra come si può essere felici e si può essere dei professionisti esemplari, ispirare intere generazioni di cestisti anche grazie ad una sola e unica partita. Dirò di più: grazie ad un solo e unico fondamentale, che è quello del palleggio, quello che ti consente più libertà di espressione: la trasposizione su un campo da basket delle sfide rap di freestyle. Con quei suoi dribbling ubriacanti God Shammgod può essere paragonato, in definitiva, a uno dei tanti talenti immensi della Serie A degli anni ’90, che però non avevano il fisico adeguato per farcela fino in fondo. God ha predicato in diversi lidi e ovunque, pur essendo rimasto soltanto per una stagione (soltanto due ritorni per lui, a Portland e nello Zheijang) avrà lasciato qualche bambino a bocca aperta, col pensiero che magari poteva farle anche lui quelle cose. Basta qualche palleggio lungo il semicerchio: è la lezione di God Shammgod. Serenità e pace, battendone un altro dal palleggio.